«Sprechiamo le nostre grandi chance
Siamo cialtroni, ci salverà solo la pizza»

FIRENZE

PROFESSOR Philippe Daverio, lei crede che il nostro patrimonio Unesco debba avere un ritorno economico?

«I siti Unesco sono un’opportunità. Trasformarli in un dato economicamente utile dipende dalla nostra abilità. Su questo la vedo dura: molti luoghi versano in condizioni complesse e difficili. Il nostro Paese non riconosce più di tanto lo spazio a un impegno nella conservazione».

Il nostro patrimonio culturale come fonte di guadagno non può essere un incentivo?

«Non ci credo. Vanno fatte alcune considerazioni: l’Unesco, organizzazione mondiale con sede a Parigi e sappiamo quanto i francesi possano essere sciovinisti, ha riconosciuto all’Italia 53 siti, più di quelli di Francia e Germania. Macron e la Merkel riconoscono che il vero patrimonio storico della nostra Europa è quello italiano. Ma lo riconoscono loro, agli italiani invece non frega niente».

Può fare esempi di siti non adeguatamente valorizzati?

«Ce ne sono moltissimi, ma basta citare l’area di Villa Adriana a Roma, con le proteste dei custodi e i problemi d’accesso; o Pompei con i continui scioperi e i venditori di ammennicoli all’ingresso».

E poi ci sono luoghi sconosciuti ai più, come le iscrizioni rupestri della Val Camonica…

«Se si escludono alcune scolaresche lombarde, non ci va nessuno. Diventa un’indicazione turistica significativa per i viaggiatori che vengono dall’Europa e dal mondo. È un sito più frequentato da qualche inglese che da un toscano o da un napoletano. La verità è che abbiamo una totale fragilità nel riempire di contenuti un’opportunità così significativa. Siamo dei cialtroni, dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo».

Le verrà in mente un esempio di buona gestione.

«Faccio fatica. Spesso quelli che sembrano buoni esempi, in realtà sono luoghi trasformati in turismodromi. Prendiamo Pienza: 45 anni fa, la prima volta che l’ho visitata, era un posto magico. Adesso è piena di negozietti dove vendono pepe rosa, pepe verde, pepe nero e parei. Per non parlare dei restauri, con quel gusto sovrano delle sterilità definitiva e permanente che viene imposto dal ministero dei beni culturali».

C’è un equilibrio fra conservazione e valorizzazione?

«Molti siti sono stati addirittura assassinati con la finta messa a norma. Mi vengono in mente certi luoghi dell’Alto Lazio, dove una volta c’era un’atmosfera tale che passeggiavi e ti sembrava di incontrare un antico etrusco. Adesso invece capita che ti imbatti in chioschetti tirolesi dove c’è qualcuno che i vuole vendere una bibita. Il caso più drammatico di assassinio storico estetico territoriale è Vulci. Oppure Aquileia, dove per conservare la pavimentazione a mosaico hanno fatto una passerella che sembra di andare in una riserva di pesca su un laghetto della bassa Lombardia. Era molto meglio dire alla gente che non può entrare con le scarpe chiodate!»

Da dove ricominciare per fare meglio?

«Ormai è andata. Dovremmo ingenerare una nuova consapevolezza intellettuale, che richiederebbe però un modello con autorevolezze che non esistono. Siamo allo sfascio, dobbiamo ammetterlo. E finché non lo ammettiamo pubblicamente andrà avanti così. Nel campo dei beni culturali è davvero il caso di dire che il sonno della ragione genera mostri».

Veniamo alla pizza, l’ultima entrata nel patrimonio Unesco come bene immateriale.

«È un’ottima cosa, perché i pizzaioli per fortuna non sono ancora vincolati dal ministero, sono liberi di fare la pizza e il giudizio su come la fanno lo dà ogni italiano che la mangia. Giudizio che sono certo è più intelligente di quello delle istituzioni. Perché se la pizza passasse sotto il ministero dei beni culturali sarebbe una roba immangiabile di sicuro, si potrebbe morire a mangiarla».

Olga Mugnaini