QUANDO IL BUSINESS È ETICO

Libera Terra e il mondo delle coop
Le arance e gli ulivi sottratti ai boss
si trasformano in oro sulla tavola

Simone Arminio

BOLOGNA

SE CI FOSSE GIÀ una di quelle etichette intelligenti, in grado di raccontarci la storia e il percorso dei prodotti che compriamo, potremmo inquadrare una delle tante confezioni di passata di pomodoro di Libera Terra che troviamo nei supermercati e vedere la faccia di Calogero, Franco, Salvatore, Mario. Persone reali: fanno tutti parte della cooperativa ‘Lavoro e non solo’ di Corleone. Il ‘non solo’ si riferisce ai valori: la sede, tanto per cominciare, è nella casa confiscata ai Grizzaffi, i nipoti di Totò Riina. Le terre coltivate, strappate ad altri mafiosi, sono nel territorio di Corleone, di San Giuseppe Jato e dintorni. Franco e Salvatore Ferrara sono due fratelli, entrambi braccianti. Lavorano per la cooperativa – una delle prime in Italia, messa su da Calogero Parisi, un dirigente Arci – fin dalla fondazione. Raccontano che, all’indomani dell’assegnazione dei primi beni e dell’inizio della loro collaborazione con Calogero, anche gli amici più intimi smisero di salutarli in pubblico. «Apprezzo quello che fai – era il leit motiv –, ma non si sa mai, vorrei far capire che io non c’entro». Tra i fondatori c’è anche Mario, che passa notte e giorno sui terreni confiscati, chiama i singoli pomodori e i grappoli d’uva per nome, e non smette mai, ma proprio mai, di sorridere. Per lui quel lavoro è gioia e, soprattutto, è la chiave che gli ha permesso di aprire la serratura della sua testa e quella della porta del centro di igiene mentale dove viveva. Una vita restituita al legittimo proprietario, come le terre confiscate, che erano dei mafiosi ma apparterrebbero di diritto a tutti noi. Perché «chi si è arricchito con metodi mafiosi – vanno ripetendo i cooperatori di Libera in tutta Italia – ha rubato lavoro e denaro ai cittadini onesti, piegando il mercato con violenza e paura».

TUTTO NOSTRO, dunque. Anche i finocchi, le arance e gli ulivi maestosi della cooperativa Terre Joniche a Isola Capo Rizzuto, in Calabria. Che crescono a intermittenza perché c’è sempre un incidente dietro l’angolo, un incendio, un atto vandalico, qualcosa. Fatiche che arrivano prima della fatica standard, quella di stare su un mercato spietato per costi e concorrenza. Anche per questo nasce Libera Terra, che negli anni ha permesso a prodotti dal contenuto etico di affrontare ad armi pari la competizione della gdo. Grazie anche, va detto, all’aiuto della gdo. «Il nostro sostegno a Libera – spiega Adriano Turrini, presidente di Coop alleanza 3.0 –, risale a più di 15 anni fa». Un punto d’orgoglio perché «è un progetto in cui ci riconosciamo pienamente». Complicato far passare un valore etico che, per forza di cose, incide sul prezzo finale? «I prodotti di Libera Terra – argomenta il cooperatore –, sono venduti al prezzo giusto prima ancora che basso, e questo perché sono innanzitutto di alta qualità. Poi sono anche biologici ed etici». Per meglio far funzionare la macchina, in ogni caso, la cooperativa ha creato nel tempo una struttura ad hoc, Cooperare con Libera Terra: un’agenzia per lo sviluppo cooperativo e la legalità nata per iniziativa di alcune imprese per lo più aderenti a Legacoop Bologna, che mette a disposizione l’esperienza delle coop già avviate per fare da tutor a quelle di Libera. E poiché la mafia non è il solo nemico, «Coop – conclude Turrini – due anni fa ha lanciato la campagna ‘Buoni e giusti’, che ha coinvolto oltre 800 fornitori di prodotti ortofrutticoli locali e nazionali e le rispettive filiere produttive per un totale di più di 70 mila aziende: un’operazione culturale per contrastare il caporalato, il lavoro nero e minorile, quindi le mafie, e garantire una paga e turni di lavoro giusti alla manodopera impiegata nei campi e nella trasformazione dei prodotti».

CANALI che si sommano a quelli attivati dalle altre catene, da Conad a Pam, e dalle tante iniziative di distribuzione alternativa come i gruppi d’acquisto organizzati che in Italia, negli ultimi anni, stanno spuntando come funghi. Un’escalation che, una volta tanto, fa bene a tutti.

 

Sicilia Vostra «Filiera corta e paghe adeguate: ma la burocrazia è un inferno»

PALERMO

COME complicarsi la vita. C’era una volta Simone Cavazzoli, un manager con una formazione da pedagogista che apre un ristorante a Bologna, nella zona della movida. La ruota gira ancora: lo ritroviamo nel Palermitano a capo della Cooperativa Noe e del circuito Sicilia Vostra. Lavora con persone svantaggiate, gestiscono un bene confiscato alla mafia, distribuiscono i prodotti a filiera corta. Complicato? «La mafia, paradossalmente – spiega Cavazzoli –, è l’ultimo dei problemi». C’è pure «la burocrazia che ci uccide, una grande distribuzione che ci ostacola, le amministrazioni che spesso ci ignorano». Eppure, «dopo la crisi, oggi l’economia dimostra che si può fare business avendo rispetto per i fornitori, per i clienti, per il territorio». Corrispondendo a tutti il giusto profitto, pagando in tempo e «dando opportunità di lavoro a chi è svantaggiato per problemi fisici o mentali, come certi bravissimi lavoratori che sono con noi ormai da molti anni». La cooperativa è nata nel 2008. «Al nostro arrivo – racconta Cavazzoli –, abbiamo trovato 23mila euro di fatturato e 95mila di debiti». Poi, le cose hanno iniziato a girare. «Ora la cooperativa genera mezzo milione di euro di fatturato, senza debiti e con un disavanzo che permette di sostenere gli investimenti tecnologici necessari e gli imprevisti». Ci lavorano in 15, che fanno 25 se si sommano anche i produttori attorno a Sicilia Vostra. L’idea? «Acquistare produzioni locali, pulite, etiche, biologiche, pagarle il giusto e portarle a gruppi d’acquisto nel Nord Italia o in Europa», spiega. E poi tanto altro: le vacanze di formazione nel bene confiscato, un sistema di posti letto in affitto a Lucca per un turismo responsabile, le vacanze formative per i reparti ospedalieri di Psichiatria di Bologna e Imola. Oggi le sfide sono «dialogare con le istituzioni per ottenere a fatica quelli che altrove sono diritti, o difendere un sistema di filiera davvero corta e davvero etica». Che non passi «dalle scorciatoie della gdo, dalla logica dei grandi numeri, degli acquisti in blocco scontati che rendono possibile il contenimento dei costi del biologico per il consumatore, ma a scapito del produttore o dei lavoratori». Si può fare? «Certo che sì».

Simone Arminio

 

Di | 2018-04-09T16:06:06+00:00 09/04/2018|Dossier Agroeconomy|