PUNTATE SUGLI STATI UNITI

«Altro che dazi, puntate sugli Stati Uniti
Per la meccanica è il momento giusto»

Alessia Gozzi
MILANO

«MA QUALI dazi! L’export italiano negli Stati Uniti ha di fronte enormi possibilità di crescita». Non ha dubbi Lucio Miranda, presidente di Export Usa, società che aiuta le imprese italiane a sbarcare e fare affari in America, con quartier generale a New York e sedi a Rimini e Bruxelles. Meccanica, macchinari e beni strumentali sono le parole d’oro per il made in Italy.

La guerra dei dazi non fa paura alle imprese italiane?

«Quali dazi, scusi? Al momento sono solo sull’alluminio grezzo e sull’acciaio, tra l’altro molti erano già stati introdotti dall’amministrazione Obama. Attorno al tema dazi c’è più propaganda che altro, funzionale all’atteggiamento negoziale di Trump. Il quale, ad esempio, gli accordi di libero scambio con Messico e Canada alla fine li ha firmati ».

Anche con l’Europa il clima non è dei più distesi…

«Stati Uniti ed Europa hanno firmato un’intesa a luglio dello scorso anno con la quale l’Ue si impegnava ad aumentare le importazioni di soia e gas naturale mentre Trump a eliminare i dazi sulle macchine industriali. Mi sembra una base positiva di dialogo».

Che prospettive ci sono, in particola per le aziende italiane?

«I settori tradizionali dell’export italiano negli Usa sono la moda, il cibo, i mobili e il design. Ma stanno aumentando anche le occasioni per la meccanica, le macchine industriali e i beni strumentali. Per questi settori è un momento d’oro. Il mercato Oltreoceano può contare su un Pil che nel 2018 ha viaggiato al 2,8% e che, in valore assoluto, equivale al pil del Belgio. Con prospettive di ulteriore crescita».

Le politiche di Trump, alla fine, fanno bene anche all’Italia?

«Sì. Da un lato, c’è il piano di opere pubbliche lanciato dal presidente Trump da un trilione di dollari in dieci anni per ammodernare le infrastrutture americane (autostrade, porti, aeroporti, terminali del gas, ecc…) che necessiterà di importare anche dall’estero tutta una serie di beni industriali. Dall’altro, il reshoring della produzione che gli americani avevano delegato alla Cina fino a pochi anni fa quando il rapporto dollaro/yuan era più vantaggioso e il costo della manodopera cinese inferiore».

Sul fronte energetico, ci sono opportunità che le nostre aziende possono cogliere?

«Da dicembre dello scorso anno gli Usa si stanno avviando verso l’indipendenza energetica con le esportazioni che hanno superato le importazioni. Si tratta di un settore, l’oil& gas, ad alta intensità industriale. Penso a valvole, tubi, macchine per la perforazione. Tutti settori nei quali il made in Italy vanta delle eccellenze ».

Quali sono le realtà italiane che potranno sfruttare meglio queste occasioni di business?

«L’80% del fatturato della meccanica e dei beni industriali arriva da Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Basti pensare ai macchinari industriali della Romagna o al distretto della lavorazione dei metalli nel Bresciano. Queste regioni, più di altre, hanno occasione di aumentare le esportazioni a stelle e strisce. Tra le aziende che abbiamo aiutato a sbarcare negli Usa ci sono la veneta Dallan che produce macchine per la lavorazione della lamiera da coil o la reggiana PA Spa, specializzata in accessori per la pulizia industriale».

Una buona notizia per un Paese come il nostro dove le prospettive di crescita economica non sono rosee.

«In realtà, meno rosei sono i dati per l’Italia, maggiore è la spinta a esportare».

Cosa dovrebbero fare le aziende italiane per cogliere al meglio l’opportunità di accrescere le proprie esportazioni?

«L’investimento più grande che le aziende italiane dovrebbero fare è a costo zero: la mentalità. Entrare nel mercato americano necessita di uno sforzo convinto, con un investimento preciso e un orizzonte temporale non breve, è un mercato molto competitivo. Serve, quindi, una strategia e un’attenta ricerca delle controparti e dei distributori ».

IL DENARO NON DORME MAI
QUEL LEGAME INDISSOLUBILE TRA ITALIA E UE

BREVE dibattito televisivo sul fatto che la Spagna sia stata oppure no fra i fondatori dell’Unione europea. Non lo è stata perché non poteva esserlo: all’epoca a Madrid comandava ancora Franco e quindi era una dittatura, e non poteva entrare nell’Unione. Più interessante chiedersi come mai, nel 1957, i trattati istitutivi dell’Unione vengano firmati a Roma (e infatti sono denominati ancora oggi come ‘i trattati di Roma’, e il governo italiano ne è il depositario). In fondo in Europa non eravamo il Paese più importante ed eravamo anche fra quelli perdenti nel conflitto mondiale di qualche anno prima. Le ragioni credo che siano soprattutto tre: 1- Per almeno mille anni l’economia europea è stata in realtà l’economia di Roma. Dall’Egitto alla Gran Bretagna, tutto veniva deciso dal senato romano. 2- Dopo la conclusione della guerra, la lealtà occidentale ed europeista dell’Italia è stata assolutamente perfetta, senza la minima sbavatura e gli uomini politici italiani sono stati fra i più convinti europeisti. 3- Ancora in pieno fascismo il primo manifesto autenticamente europeista viene scritto in Italia, e precisamente nell’isola di Ventotene. A redigerlo sono in quattro: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann (socialista tedesca, moglie prima di Colorni e poi di Spinelli). Sono a Ventotene non in vacanza, ma perché là li ha confinati il fascismo. Colorni, capo del socialismo milanese, verrà poi fucilato.

QUALCHE anno fa la cancelliera Angela Merkel, accompagnata dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, si recò in visita in segno di omaggio proprio a Ventotene: qui è nata l’idea dell’Europa. Si pensava di far rivivere un po’ di quello spirito iniziale. Ad Altiero Spinelli, europeista per tutta la vita, è intitolato uno dei palazzi dell’Unione a Bruxelles. Come si vede da questi pochi cenni storici, le vicende italiane e quelle europee sono molto intrecciate. Sono quasi la stessa cosa. Ecco perché non ha molto senso immaginare un’Italia fuori dall’Europa: sarebbe come rifiutare una parte di sé stessi. In più, adesso, ci sono gli interessi economici e finanziari, che sono tanti e decisivi per il nostro benessere. Non siamo più il centro dell’Europa, come nei tempi antichi, ma ne siamo una componente con molti meriti, con una storia e con solidi interessi.

Di |2019-03-18T15:44:03+00:0018/03/2019|Primo piano|