PUBBLICA AMMINISTRAZIONE 4.0

Il guru di Agenda Digitale:
«Per battere la burocrazia
non bastano i computer
Le persone vanno motivate»

Alessia Gozzi
MILANO

«PER NAVIGARE in Italia devi saper affrontare fortissimi venti contrari, ma ti attrezzi e vai». Occhi scuri e attenti, un sorriso spontaneo, modi informali. Lo vedo emergere tra gli ospiti impegnati nelle lente e formali liturgie del forum Ambrosetti di Cernobbio. Un alieno: Diego Piacentini. Classe 1960, 16 anni in Amazon come vicepresidente international e prima ancora in Apple, questo signore è uno che non conosce il concetto di ostacolo. E come potrebbe? Da due anni guida pro bono, come commissario straordinario per l’Agenda digitale, il team del governo con la missione di innovare la pubblica amministrazione. Una missione che, per molti, tende all’impossibile. Ma non per lui. «Ragazzi, si può fare», assicura. Il segreto sono le persone: «Servono leader, esempi, motivazione. Da sola, la tecnologia non basta». Nelle ovattate stanze dei palazzi romani, c’è già una ventata dell’energia che muove la Silicon Valley.

Uno guarda il suo curriculum, poi pensa a cosa sia l’amministrazione pubblica in Italia e si chiede: chi gliel’ha fatto fare? Non le manca il mondo Amazon?

«Amazon mi manca moltissimo: la velocità, l’intelletto, la sperimentazione, la capacità di far le cose in modo semplice. Ma non mi pento assolutamente della mia scelta».

Cioè infilarsi nell’imbuto della burocrazia…

«Sapevo a cosa andavo incontro. Non è che uno va da Amazon al governo e poi si lamenta che c’è la burocrazia. Ho cercato di replicare il più possibile gli strumenti con cui sono abituato a lavorare, quello principale è il talento umano».

E così ha creato il team digitale.

«Essere commissario straordinario mi ha consentito di assumere dall’esterno, ho fatto una campagna di recruiting e selezionato 29 persone. Poi, abbiamo scelto i progetti su cui operare: alcuni c’erano già, con tanto di legge approvata, ma non si faceva nulla. Immobilismo totale».

Colpa solo della burocrazia?

«Spesso le amministrazioni locali non avevano strumenti e professionalità. Non basta digitalizzare il presente investendo nell’informatica, bisogna cambiare i processi e supportare la trasformazione creando competenze. Il 70% degli investimenti fatti nella Pa dal 2000 al 2010 nei Paesi Ocse, due trillioni di dollari, sono andati sprecati o si sono rivelati improduttivi».

Ha trovato davvero tutti fannulloni?

«Il mito del lavoratore pubblico fannullone è una generalizzazione sbagliata, ce ne sono molti che si fanno in quattro per cercare di migliorare la Pa. Ciò che manca è un modello, un leader che faccia da esempio. Se motivi le persone, scopri che possono fare cose incredibili. Devo confessare che non mi aspettavo di vedere tanta gente desiderosa di cambiamento, ma la situazione è a macchia di leopardo».

Le è mai capitato in questi anni di scoraggiarsi?

«Per ora non abbiamo ancora mollato su nulla, siamo molto tenaci. Le cose più scoraggianti? I dirigenti che devono sempre dire la loro senza aggiungere valore e fanno di tutto per dimostrarti che non si può fare. Invece, ragazzi, ci vuole un ‘we can do it approach’. Ci sono due caratteristiche italiane alle quali non ero pronto: la produzione eccessiva di leggi, che raggiunge l’apoteosi con la descrizione delle specifiche tecniche nella norma primaria, e regole su come operare tra pubblico e privato di una complessità senza eguali. Tutto questo scoraggia e frena l’innovazione».

Quanto si potrebbe risparmiare digitalizzando la Pa?

«Secondo le stime più conservative lo 0,4% del Pil all’anno (circa 6,4 miliardi, ndr)».

Molti talenti italiani rendono grandi le imprese all’estero, lei ne è un esempio. Ma perché qui non è nato qualcosa come Amazon o Apple?

«L’Italia come mercato di partenza non ha le dimensioni di quello americano né quell’ecosistema favorevole all’innovazione. Ma è inutile cercare di replicare qualcosa che è nato 10 anni fa altrove. Bisogna spingere su settori come le biotecnologie o l’aerospaziale».

A due anni dalla nascita, il team digitale è in scadenza.

«Mi auguro venga prorogato e diventi qualcosa di più grande, con più capacità di incidere. Suggerisco un dipartimento per la trasformazione digitale o un sottosegretariato alla presidenza del Consiglio. I processi li abbiamo creati, ora bisogna coinvolgere altre persone, almeno un centinaio.

Il suo futuro è in Italia o in America?

«Nel breve ho deciso di tornare a Seattle dove vive la mia famiglia. Ma posso vivere a Seattle e trascorrere sei mesi in Europa. Appartengo a quella categoria di persone che vede la mobilità come parte ordinaria della propria vita».

Di |2018-10-02T09:24:17+00:0017/09/2018|Primo piano|