PROTAGONISTI IN VETRINA

Merloni, il patriarca dà lezioni di futuro
«Ci siamo ripresi il cuore da Whirlpool»

Maurizio Gennari

FABRIANO (Ancona)

FRANCESCO MERLONI, 92 anni, ingegnere, fabrianese per natura, è unanimemente riconosciuto, ancor oggi, come il grande patriarca delle Marche. Ufficio a Roma, week end a casa tra i familiari. È stato due volte ministro dei Lavori Pubblici prima nel governo Amato e poi con Ciampi. Oggi è presidente della Ariston Thermo società che nel 2016 ha venduto 7 milioni di prodotti in oltre 150 Paesi raggiungendo un fatturato di 1,43 miliardi di euro. Il gruppo è ora guidato dal figlio Paolo. Francesco Merloni è stato uno dei grandi azionisti di Banca Marche, vendendo tutto prima del disastro, ed è stato per tanti anni anche ex azionista del Corriere della Sera. Un industriale, il maggiore dei figli di Aristide, il fondatore della «casata», che rappresenta l’altra faccia del caso ‘Embraco’, la società piemontese legata al colosso Whirlpool, che sta trasferendo tutta la produzione in Slovacchia, annunciando il licenziamento di circa 500 dipendenti. Perché Francesco Merloni e suo figlio Paolo, sono invece andati a riprendersi, poco più di un mese fa, uno stabilimento che proprio il colosso del bianco americano aveva dismesso dopo averlo acquistato dalla Indesit, la società fondata dal fratello Vittorio e poi ceduta in blocco agli americani della Whirlpool. «Una situazione, quella piemontese – dice Francesco Merloni – che forse poteva essere gestita meglio, anche attraverso l’uso della cassa integrazione. Hanno pesato anche i diversi sistemi di tassazione e poi le multinazionali tendono a stare a proprio agio. Ma il problema è diverso…».

E sarebbe?

«Il settore degli elettrodomestici è diventato un mercato difficilissimo ed estremamente competitivo: c’è battaglia. Soprattutto la grande concorrenza è quella che arriva da paesi come la Corea e in parte anche dalla Turchia. Un po’ di meno dalla Cina, un Paese che non è ancora competitivo in questo settore. Lei guardi cosa ha fatto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump; ha deciso di alzare i dazi doganali proprio sugli elettrodomestici che arrivano dalla Corea. Perché vuole frenare l’invasione di Samsung e LG. Il problema non è solo americano, perché riguarda anche il nostro Paese e il mondo intero».

Come spiega la decisione del suo gruppo che si va a riprendere un pezzo della storia di famiglia, invertendo la rotta?

«Whirlpool aveva abbandonato lo stabilimento di Albacina, che fra l’altro avevo realizzato io negli anni 59-60. Lì dentro ci facevamo le cucine e i fornelli, produzione che poi è stata abbandonata. Ora Whirlpool i piani cottura li ha spostati al nord. Noi avevamo idee e quello stabilimento ci andava proprio bene. Ed è stata anche una questione di cuore perché proprio ad Albacina ha iniziato l’attività mio padre Aristide».

Ariston Thermo cosa ci andrà a produrre?

«Abbiamo idee in settori avanzati della nostra produzione, come le pompe di calore. Partiamo con un centinaio di operai, una cinquantina provenienti da Whirlpool, ma pensiamo, una volta che lo stabilimento sarà a regime, di arrivare anche a 250 dipendenti».

Fatta eccezione per l’Ariston Thermo, che fine sta facendo il modello marchigiano, che era studiato anche dai cinesi?

«Io sono fiducioso. Questa è una regione che ha voglia di fare, ed è piena di tante persone che hanno voglia di lavorare. Se uno guarda i dati dell’export si accorge che abbiamo sfiorato un incremento di 4 punti percentuali. Forse un po’ meno di altre aree del Paese, ma questo è dovuto al fatto che il settore farmaceutico non ha tirato come gli altri anni».

Ma i cinesi non vengono più…

«Quella è un’epoca finita. Anzi adesso – dice ridendo Francesco Merloni – se arrivano, arrivano per insegnarci. Sono diventati una grande potenza industriale».

Come dice qualcuno, ironizzando, diventeremo tutti camerieri dei cinesi?

«Io sono ottimista sotto per quello che riguarda il futuro industriali, non solo marchigiano, ma anche nazionale. Non credo che diventeremo camerieri dei cinesi, così come non credo che il nostro futuro possa appoggiarsi solo sul turismo. L’Italia è piena di aziende che vanno molto bene, in particolare in Emilia Romagna, nella costruzione di macchinari complessi e di avanguardia. Noi dobbiamo avere una sola parola d’ordine: innovazione e ancora innovazione».

Per i colossi è facile; ma un’area come quella marchigiana che poggia su migliaia di piccole imprese?

«Devono cercare di associarsi tra di loro. Anche se questo non è possibile in tutti i settori. Le Marche alla fine della seconda guerra mondiale, erano una regione agricola. Poi grazie soprattutto a mio padre Aristide ha pian piano cambiato volto, diventando una regione a forte industrializzazione diffusa».

Parlava di turismo…

«È un settore che può dare sicuramente una mano, ma questo vale soprattutto per le aree costiere dove c’è il mare. Pensare al settore del turismo per le aree interne, diventa tutto un po’ più difficile. Noi dobbiamo fare bene le cose che sappiamo fare, puntando sull’innovazione perché il made in Italy è un grande traino».

Quanto hanno inciso i disastri delle banche?

«Il problema delle banche ha inciso tanto. Abbiamo avuto delle difficoltà che hanno pesato non poco all’interno di tante aziende, soprattutto sulle più piccole. Poi la gente si è impoverita perché chi aveva azioni e obbligazione subordinate si è ritrovato con nulla in mano. Un colpo molto grave, ma in questo momento piangersi addosso non serve più. Bisogna guardare avanti».

Di |2018-05-14T13:14:08+00:0006/03/2018|Primo piano|