Balocco, la dinastia della dolcezza
«Vogliamo crescere senza la Borsa»

Alessia Gozzi

CUNEO

«FARE I DOLCI? Non ho ancora imparato… ma mi ci voglio applicare sul serio. Appena smetto di incasinarmi!». Alberto Balocco, presidente e ad dell’azienda di famiglia, non si ferma mai. Qui la dolcezza è di casa da tre generazioni, ma soprattutto suo padre Aldo – il Signor Balocco, quello vero, non il canuto signore del celebre spot – gli ha fissato in testa un chiodo, «l’etica del lavoro». Testa bassa e niente megalomanie, il che non vuol dire mancare di ambizione. Anzi. Ed è così che, da una piccola pasticceria artigianale fondata nel 1927 a Fossano, Balocco è diventata oggi il secondo player del mercato dolciario da ricorrenza e della prima colazione, con una crescita continua negli ultimi dieci anni, al ritmo di un milione al mese, fino a raggiungere un giro d’affari di 185 milioni di euro. Panettoni, colombe, frollini e… pasticceria. L’obiettivo è diversificare e sfondare anche nel mercato della pasticceria, quello che in gergo si dice ‘bakery fuori pasto continuativa’, ma anche conquistare nuove fette di mercato estero. Tutto parte dagli antichi ricettari dei fratelli di nonno Antonio, una storia di tradizione e innovazione.

Dottor Balocco, il Natale è il vostro regno, come sono andate le vendite?

«Abbiamo avuto una crescita a doppia cifra e conquistato il 19% di quota di mercato, considerando l’aria che tira non è male. Risentiremo un po’ dal punto di vista delle marginalità a causa dell’aumento sconcertante di una delle materie prime fondamentali per il panettone, cioè il burro. Il suo prezzo è più che raddoppiato rispetto al 2016 per colpa di un’Europa che fa valere le leggi di mercato a seconda della pressione delle lobby: mentre Francia e Olanda si fanno sentire, l’Italia non ha voce. E questo si traduce in mazzate sull’economia reale».

Nonostante questo il 2017 si è chiuso con un aumento dei ricavi.

«Sì, con una crescita del 10% a quota 185 milioni». Il panettone è entrato nella tradizione natalizia di altri Paesi. Quanto vale l’export sul vostro business? «La quota di esportazioni è ancora relativamente bassa, circa il 12%, e puntiamo ad aumentarla. Mentre sul Natale andiamo bene, per quanto riguarda la prima colazione sfondare all’estero non è semplice, hanno abitudini alimentari diverse. Più bacon che frollini, per intenderci. Il mercato principale è l’Europa, Francia, Germania e Regno Unito, seguono il Nord America e l’Oriente dove abbiamo una forte presenza».

Il lancio di Bottega Balocco Bakery sa di internazionale.

«È partita lo scorso anno all’interno di Fico (il megaparco del cibo alle porte di Bologna, ndr) e punta a un consumatore internazionale. È una specie di startup che parte dalle tradizioni dell’azienda di famiglia, produciamo lievitati e biscotti da fuori pasto, piccoli pasticcini davvero buoni (ride, ndr)… il problema è che anche io cado spesso in tentazione».

Del resto, il motto di famiglia è “buoni da generazioni”. Le manca giusto di imparare a fare il pasticcere…

«È un sogno che ho e, prima o poi, realizzerò. Ma sa da cosa sono nate le ricette di piccola pasticceria? Abbiamo ritrovato i ricettari dei fratelli di mio nonno risalenti al 1909, tutti ingialliti e macchiati, con quella calligrafia meravigliosa di inizio secolo. Così abbiamo iniziato a riproporre tipici dolci piemontesi come i baci di dama. Stiamo iniziando la distribuzione anche all’estero».

Nel futuro di Balocco c’è anche la quotazione?

«Ci è stata proposta molte volte ma abbiamo rifiutato: siamo ben patrimonializzati e senza debiti, non ne abbiamo bisogno. E, poi, non vogliamo ridurre la quota di controllo dell’azienda che io e mia sorella Alessandra abbiamo avuto la fortuna di ereditare. Puntiamo a mantenere e implementare il tasso di crescita a doppia cifra che abbiamo avuto negli ultimi anni, ma non a tutti i costi, vogliamo una crescita equilibrata».

Insomma, deve restare una family company?

«Mio padre ha 87 anni e ha sempre vissuto per questa azienda, siamo una famiglia molto piccola e vogliamo continuare così. L’equazione tra il cognome e il marchio lega la reputazione e il successo di Balocco. Nel nostro territorio, dove a pieno regime diamo occupazione a 450 persone, vogliamo continuare ad essere un’opportunità di sviluppo e non un rischio. Si chiama responsabilità sociale».

Cosa c’è scritto nel dna di famiglia?

«Mio padre ci ha insegnato l’etica del lavoro senza inseguire il denaro facile, quello si può recuperare ma l’onore e la reputazione una volta che li hai persi… Siamo ambiziosi sì, ma non megalomani».

Crescita però significa anche una struttura industriale

«Dal punto di vista organizzativo siamo strutturati con manager di grande valore. Ma noi non facciamo gli azionisti su una barca nei Caraibi, lavoriamo gomito a gomito con loro».

L’Italia è un Paese per imprenditori?

«Per i tedeschi è un posto dove andare in vacanza, difficile dar loro torto. È un Paese complicato, con una burocrazia soffocante e senza certezza del diritto: ci siamo abituati e abbiamo imparato a cavarcela, per questo gli italiani devono essere determinati il doppio. Da italiano innamorato del suo Paese, è umiliante riconoscerlo».

Cosa sogna per i suoi figli?

«Un Paese che funzioni».

Le prossime elezioni la preoccupano?

«Sono profondamente spaventato».