PROTAGONISTI IN VETRINA

Chiesi, un gigante nato in laboratorio
«L’industria del farmaco crea valore»

PARMA

UNA DELLE punte di diamante dell’industria farmaceutica italiana è un’azienda familiare, tutta italiana, che viaggia a gonfie vele. Si chiude un altro anno molto brillante per il Gruppo Chiesi di Parma. Il fatturato sfiora il miliardo e 700 milioni (l’85% realizzato all’estero), l’ebitda a 448 milioni (+8,2% sull’anno precedente), ha più di 4800 dipendenti, tre siti produttivi (il principale a Parma, uno in Brasile e uno in Francia). Ha filiali in 24 Paesi ma i prodotti Chiesi sono presenti in oltre cento Paesi. Ha un modernissimo centro ricerca a Parma, attorno al quale gravitano altri centri ricerca in Gran Bretagna, Francia, Danimarca, Svezia e Stati Uniti. Il presidente, Alberto Chiesi, che guida l’azienda con il fratello Paolo, è il figlio di Giacomo Chiesi, un farmacista con la passione della ricerca, che nel 1935 diede inizio a questa straordinaria storia imprenditoriale acquistando un laboratorio a Parma. Dopo 82 anni quel piccolo laboratorio è diventato un gruppo internazionale fra le prime 50 aziende farmaceutiche del mondo. Alberto Chiesi non ama stare sotto i riflettori. E’ molto legato alla sua città, Parma, è qui che l’azienda ha il quartier generale e il centro ricerche più importante.

Presidente Chiesi, questo sembra un ottimo momento per l’industria farmaceutica italiana.

«Da una decina d’anni l’industria farmaceutica italiana vive una stagione positiva. Le aziende italiane hanno incrementato il loro grado di internazionalizzazione e hanno intensificato le attività di ricerca e sviluppo. Questo anche grazie ad un atteggiamento costruttivo del governo che ha riconosciuto l’importanza del settore per il miglioramento ottenuto della qualità di vita dei pazienti grazie ai nuovi farmaci che sono stati introdotti. Anche la creazione di valore per il Paese, prodotta dal nostro settore con la crescita di occupazione qualificata e con il forte aumento delle esportazioni, è stata apprezzata»

Come è andato il 2017 per il suo gruppo?

«È stato un anno importante e positivo per la Chiesi. Abbiamo ottenuto, primi in Europa, l’autorizzazione per un nuovo farmaco per il trattamento della broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) che riunisce, in un unico erogatore, tre farmaci sinergici fra loro, in una formulazione che consente ai principi attivi di penetrare in tutti gli alveoli polmonari, fornendo ai pazienti un trattamento efficace, sicuro e comodo. La nostra penetrazione internazionale è aumentata in tutti i Paesi e il fatturato globale è cresciuto a doppia cifra, sfiorando 1,7 miliardi»

L’83 per cento del fatturato è stato realizzato all’estero…

«È una percentuale importante che sta crescendo, particolarmente in Europa, Cina e Paesi emergenti, supererà l’85 per cento. Già dal prossimo anno le vendite in Inghilterra e Stati Uniti supereranno quelle ottenute in Italia».

Avete altre acquisizioni in vista dopo quella della statunitense Cornerstone Therapeutics?

«Abbiamo acquisito, a inizio anno, una linea di prodotti ospedalieri innovativi negli Usa e qualche mese dopo due progetti di ricerca nel settore respiratorio. Contiamo di proseguire con altre acquisizioni mirate in Europa, Usa e Paesi emergenti».

Quanto sarebbe stato importante avere l’agenzia europea del farmaco in Italia?  Milano aveva le carte in regola per vincere.

«La presenza dell’Agenzia Europea del Farmaco a Milano poteva costituire un catalizzatore per l’avvio di un importante polo di ricerca biotecnologica nel nostro Paese, con ricadute positive sul livello di conoscenza scientifica e sugli investimenti in ricerca. Le ragioni della sconfitta non sono molto chiare, ma forse la politica ha giocato un ruolo superiore a quello della evidenza tecnica».

L’aspettativa di vita si è alzata. Merito dei farmaci?

«Certamente. I farmaci hanno contribuito a ridurre la mortalità di molte malattie acute, inoltre hanno prolungato la sopravvivenza di tanti pazienti con malattie croniche. Anche il miglioramento dell’alimentazione e dello stile di vita è stato determinante».

La Chiesi ha assunto molti giovani ricercatori. È possibile evitare la fuga di ragazzi all’estero?

«A me sembra importante che l’Italia sia capace di attrarre talenti, siano essi italiani o stranieri, in maniera stabile e competitiva. Oggi mi sembra difficile impedire ai giovani di migliorare la propria formazione scientifica in altri Paesi; però dovremmo essere capaci di farli tornare, per sviluppare le loro capacità in Italia ma servono proposte adeguate in campo universitario e aziendale».

Un’azienda come la sua può crescere senza l’assillo di fare profitti? E resistendo alla tentazione di quotarsi in Borsa?

«Il profitto è una delle componenti essenziali per la crescita sostenibile di un’azienda insieme con gli investimenti nella professionalità, nella ricerca e sviluppo e nelle produzioni ad alto valore aggiunto. Occorre investire in azienda la maggior parte del profitto, per assicurare il carburante necessario per lo sviluppo. La nostra azienda è cresciuta con la convinzione di dover ricercare l’eccellenza delle persone e dei progetti investendo quando era necessario, anche se questo poteva ridurre i margini per un certo periodo di tempo. La Borsa offre la possibilità di ricorrere ai capitali del mercato ma impone una politica di investimenti a breve termine per non ridurre il profitto. Nel nostro piano del 2025 prevediamo una crescita importante arrivando a raddoppiare il fatturato attuale, investendo i profitti nei progetti di ricerca più innovativi e promettenti, ma senza entrare in Borsa».

Di | 2018-05-14T13:14:16+00:00 19/12/2017|Primo piano|