Il nuovo stile di Diego Della Valle
«Basta rancori, tocca all’Italia del fare»

Pino Di Blasio

CASETTE D’ETE (Fermo)

SE PARLI con Toni Ripani, 71 anni, una vita passata nell’azienda, e ti fai condurre nel sancta sanctorum di Tod’s, nel grande magazzino-caveau dove sono custodite le pelli del coccodrillo del Nilo e dell’alligatore del Mississippi, puoi ascoltare Diego Della Valle quando parla di «spirito aziendale», di «filosofia della qualità», di «dovere di restituire qualcosa alla comunità» senza alzare il sopracciglio per lo scetticismo. Se giri tra i tre grandi parallelepipedi bianchi e luminosi, vedi centinaia di persone, giovani soprattutto, progettano le scarpe e le borse di domani, realizzano i prototipi e poi le producono usando le macchine come ausilio delle mani. Perché qui sono le mani a fare il grosso del lavoro. «Sono d’accordo, solo vedendo l’azienda si capisce che è un posto speciale. Ci sono dei posti in Italia – confessa Diego Della Valle – che non sono più delle fabbriche. Non per l’architettura, ma per lo spirito delle persone che ci lavorano. Prenda Barilla, Ferrari, Technogym e tante altre; in tutte c’è spirito di appartenenza, la consapevolezza diffusa di produrre qualcosa di unico, che non può essere fatto altrove».

Lei crede che sia uno spirito diffuso in quest’Italia confusa?

«Sono convinto di questo. I dipendenti in queste aziende lavorano alla pari, il rapporto è orizzontale, non ci sono gerarchie ferree, anche se i ruoli si rispettano. C’è autorevolezza, non autorità. Niente contrapposizioni o sudditanze. Perché i lavoratori sono consci che in quel prodotto c’è la sapienza del loro fare».

Per lei la qualità più che business, è questione genetica?

«Non puoi fare prodotti di qualità in un posto dove non c’è qualità. Qui non sono casuali l’architettura orizzontale, i giardini, l’asilo e la palestra. Il progetto non era realizzare uno stabilimento lussuoso, ma godibile. Il lusso sono le proporzioni e tutte  le cose che alzano la qualità della vita».

Un economista americano divenne famoso raccontando dei ‘campioni nascosti’ in Italia. Pensate di essere un club?

«Un club no, è una parola che esclude. Ci sono imprese famose e altre piccole, ma in tante lo spirito di appartenenza è una costante. La differenza tra un imprenditore e un manager della finanza sta proprio nell’amore verso le cose che si fanno. Un finanziere che conosco mi diceva che non aveva nessuna intenzione di vedere le fabbriche, perché poi sarebbe stato più difficile venderle a pezzi».

Anche lei appartiene all’élite dei finanzieri. Non è solo il presidente di Tod’s, ha in portafoglio partecipazioni pesanti in Ntv, Piaggio, Rcs, Unicredit…

«Il tempo che dedico a queste attività è pari a zero. È un altro mestiere. Se lei guarda bene, tutte le nostre operazioni finanziarie sono simili. Abbiamo scelto di investire in prodotti con una forte componente di Made in Italy, come Piaggio o Bialetti. O di fare investimenti che potessero mettermi in condizione di dare un contributo sociale al paese. Penso a Rcs, Unicredit, Mediobanca; posti dove si decidevano le cose. La mia idea è che la funzione di un imprenditore non si esaurisca con i risultati aziendali, ma debba restituire qualcosa al Paese. Pensavo che un modo fosse contribuire a prendere decisioni, senza fare politica. Ma sono investimenti che non ci hanno distratto per un minuto dal nostro lavoro».

L’Italia vive in un tempo sospeso nella politica?

«C’è uno scollamento forte tra la società civile e la politica e l’amministrazione dello Stato. È comprensibile, dopo 30 o 40 anni di gestioni approssimative, che hanno creato gravi danni al Paese. Per questo la gente non si fida più e purtroppo sta a sentire molto poco. C’è disinteresse per il mondo della politica, dove oggi ci sono pochi fuoriclasse e tanti comprimari molto scarsi. È una politica che si muove solo sugli slogan, che si allontana dalla gente. Speriamo solo che il prossimo anno riescano a soprenderci».

Chi sono i fuoriclasse?

«Lasciamo perdere i nomi, sono tre o quattro che hanno una marcia in più e sono spalmati su tutto l’arco costituzionale. Ma la situazione è complicata nel Paese, ci sono troppi veti e ostacoli, scontri tra interessi di scarsissimo livello, che spaventano chi vuole investire in Italia. Troppe situazioni complesse, difficili da gestire. Un peccato, perché ci sono decine di migliaia di giovani che vorrebbero tentare avventure professionali. Il denaro della finanza internazionale sarebbe utilissimo per dare a loro e al Paese una chance».

Pensa che il momento sia ora? Che l’Italia abbia l’ultima occasione per rialzarsi o deprimersi?

«Bisogna ripulire il terreno dai giusti risentimenti che possiamo nutrire nei confronti di chi ha gestito il Paese. Azzeriamo tutto, a patto che la politica metta in campo persone che abbiano credibilità e competenza di fare le cose».

Parla un Diego della Valle nuova versione. Diverso da colui che si scagliava contro i salotti buoni, i grandi vecchi e i premier inconcludenti..

«C’è il momento della critica e quello per fare le cose in modo che funzionino. Non rinnego le critiche, quelle restano. Ma non abbiamo davanti molte altre chance per rialzarci e tornare un Paese leader».

Qual è lo stato di salute del gruppo? Le tornano i conti?

«Facciamo bilanci che altri gruppi si sognano. Ma ragioniamo da industriali e non da finanzieri. Oggi tutto è legato all’e-commerce, alla rete, alla comunicazione. E noi stiamo preparando il gruppo alle battaglie, lo vogliamo più solido per affrontare i prossimi 15 anni. Ci siamo rimessi in discussione, restando fedeli al dogma di un’azienda che deve creare benessere. E cambiando anche ad; in pieno accordo con Stefano Sincini, che è con noi in azienda da decenni».

C’è anche suo fratello Andrea, deluso dalla sua Fiorentina…

«Tra Andrea e la Fiorentina l’amore non finirà mai. Lui mi obbliga a non parlarne, io ho le mie idee. Ma visto che soffre così tanto a casa, è meglio che vada allo stadio a vedere le partite».

Tornando all’Italia: pensa che il tempo stia scadendo?

«Sicuramente abbiamo di fronte una delle ultime possibilità. O riusciamo a darci una struttura e ci mettiamo in mano a persone capaci di guidarci o siamo perduti. Niente nomi, non serve a niente personalizzare le cose e si perde solo tempo. Siamo già in ritardo su tante cose».

A proposito di orari, il suo partner in Ntv, Montezemolo, ha annunciato la quotazione l’anno prossimo dei treni veloci..

«Sono uno degli azionisti più importanti del gruppo, ma non voglio raccoglierne i meriti, io non ho fatto nulla. La quotazione corona anni di successi, per me è stato un ottimo investimento. Ha fatto anche da stimolo per il Paese, visto che l’ex ad Moretti ha trasformatole Ferrovie e ne ha fatto un’eccellenza sull’alta velocità».