Colmar, da Colò alla valanga azzurra
La storia dello sci si è messa la giacca

Pino Di Blasio

MONZA

TUTTE LE FAMIGLIE felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. L’incipit di Anna Karenina è l’epigrafe migliore per spiegare storia e gloria del capitalismo italiano, infarcito di saghe familiari fortunate o disgraziate. Quella dei Colombo e della Colmar appartiene al primo gruppo. E Mario Colombo, terza generazione alla guida (la quarta è già in pista) in 94 anni di vita aziendale, non ha nessuna intenzione di cambiare registro. «Finché resisto io, Colmar resterà un’impresa familiare. Poi si vedrà. Sono molto legato a questa caratteristica. Dal 1923 è stata un tratto distintivo: Colmar ha avuto anche una vita tribolata. Ma dalle traversie siamo riusciti a venire fuori come famiglia, con il dogma di essere imprenditori fino in fondo. Che significa mettere l’azienda prima di ogni cosa».

Solo se c’è una famiglia alla guida l’impresa è la priorità?

«Se una famiglia è sana mette l’azienda al vertice. Noi Colombo siamo cresciuti con il mito della Colmar».

Colmar è un acronimo, le iniziali di Colombo Mario…

«Mio nonno, Mario Colombo, lavorava per una delle grandi aziende del feltro di lana d’agnello, il materiale per fabbricare i cappelli. Il distretto di Monza negli anni ’20 contava 60mila addetti nel settore. Gente che ammassava questa lana d’agnello, la bolliva e creava i coni di feltro che, lavorati, prendevano la forma del cappello. C’erano aziende, le ‘propiagge’, dedicate a dare forma ai cappelli, a metterci i nastri, a foderarli, a fare i prodotti finiti».

Sembra un passaggio lungo, dai cappelli alle giacche da sci…

«Mio nonno decise di fare da solo, di fabbricare i coni di feltro. Quelli non perfetti venivano tagliati e trasformati in ghette. Tutti portavano delle ghette ai piedi negli anni Trenta, le strade non erano mica asfaltate. All’inizio andò bene, ma per un’azienda che aveva ambizioni di export, il colpo duro arrivò dalle sanzioni per la guerra d’Etiopia nel 1935. Ci fu una flessione pesante nelle vendite. E l’azienda rischiò grosso».

Scattò lo spirito della famiglia?

«Quello di cui parlavo prima, mettere l’azienda sopra tutto. Così cominciammo a fabbricare tute blu da lavoro. Le commesse delle industrie permisero all’azienda di continuare. Almeno fino allo scoppio della guerra e alla morte prematura di mio nonno. Con mio padre e mio zio che entrarono da soci in giovane età».

Cosa facevano?

«Tutto quello che il mercato chiedeva. Alla fine della guerra, altra riconversione. Mio zio era in Francia, lesse di un bando per la fornitura di sahariane per la Legione Straniera. Fece un’offerta per gioco, vinse la commessa. Le sahariane permisero all’azienda di fare conoscenze importanti e rimisero in moto gli impianti».

Conoscenze politiche?

«Soprattutto personaggi importanti della Total, che ci chiesero le tute per i loro benzinai. Una commessa che ci aprì le porte anche all’Agip. Infine arrivò la svolta dello sci; nel ’47 uno dei soci dell’azienda era Gianantonio Fossati Bellani, direttore tecnico della nazionale italiana di sci. Ci commissionò le divise per gli azzurri. E tra gli atleti c’era Zeno Colò, il campione che ha marchiato a fuoco la storia della nostra azienda».

Primo testimonial Colmar?

«Molto di più, ci spinse a creare le moderne giacche a vento. Diceva che le giacche che indossava erano troppo svolazzanti, gli davano dei problemi con la discesa libera. Fu mia nonna ad avere l’idea di una guaina che avesse l’aderenza dei busti per le donne. File elastiche, guaine di popeline con due pezzi di filanca, che davano l’aderenza giusta. Dopo la vittoria ai mondiali di Aspen e alle Olimpiadi di Oslo della discesa libera nel 1952, tutti volevano la giacca da sci di Colò».

Non solo gli sciatori olimpici?

«Anche quelli della domenica. Il successo provocò anche qualche guaio a Colò, fu accusato di professionismo perché, nelle buste dove mettevamo le giacche, c’era la sua foto. Una valanga di polemiche».

Ha usato il termine ‘valanga’ non a caso…

«Sì, perché l’altro colpo di fortuna fu la straordinaria generazione di sciatori degli anni ’70, con i cugini Gustavo e Rolando Thoeni, Piero Gros, Fausto Radici, Paolo De Chiesa, la mitica valanga azzurra. Le vittorie a raffica diedero allo sci una popolarità enorme, gli italiani si trasformarono in un popolo di sciatori. E, per noi che eravamo i fornitori unici, fu un periodo d’oro. Poi entrarono altri, partendo da sci e scarponi».

Troppi clienti per un solo marchio…

«Vero, per questo all’inizio eravamo contenti di avere concorrenti. Anzi, ce li creavamo da soli. Ad esempio al mio amico Leonardo Servadio a Perugia, girammo le commesse per i pantaloni da sci. Il suo marchio Ellesse entrò poi nell’abbigliamento sportivo. Ma fino al 1992, con l’Alberto Tomba e la Compagnoni dei primi successi, Colmar era il fornitore degli azzurri».

Lo dice con rimpianto?

«Sì, perché nel 1992 ci furono delle pressioni sulla Federazione a favore del marchio Fila, nell’orbita Fiat. Siccome Iveco, altro brand Fiat, era uno sponsor di Tomba, ci fu un effetto a catena e Colmar fu tagliata fuori. Facemmo causa, ma in Italia i tempi della giustizia civile sono troppo lenti e rinunciammo. Mi è rimasta la soddisfazione di veder passare i concorrenti sulla sponda del fiume».

È così importante essere fornitore di una nazionale?

«Ti permette di fare ricerca sul campo. Noi oggi siamo i fornitori della nazionale francese, della squadra femminile della Slovenia e di Tina Weiraither, la bella campionessa del Liecthenstein».

La storia dello sci in una giacca a vento. Le piace la parola?

«La adoro, mi ricorda Erwin Striker, sciatore con un tocco di follia. Quando nel 1973 gli facemmo vedere una nuova guaina, tutta bianca con bande tricolori, lui se ne uscì con: ‘questa è una ceffa’. Voleva dire che era una giacca cool».