Squinzi «incolla» la famiglia a Mapei
«La Borsa non è il nostro orizzonte»

Pino Di Blasio

MILANO

GIORGIO SQUINZI non ama concedere molte interviste, in particolare dopo la fine del suo mandato da presidente di Confindustria. A 74 anni l’amministratore unico del gruppo Mapei, Grande ufficiale al merito della Repubblica, una laurea a honorem in Ingegneria Chimica, una storia di successi in campo imprenditoriale, sociale e sportivo, può permettersi il lusso di centellinare le sue uscite pubbliche. Questa però è un’occasione importante: perché sono passati 80 anni da quando suo padre Rodolfo, nel 1937, con sette dipendenti, fa nascere a Milano un’impresa di intonaci. La battezza ‘Materiali ausiliari per l’edilizia e l’industria’: 80 anni dopo quell’acronimo riassume un colosso da 2 miliardi e 400 milioni di fatturato, poco meno di 10mila dipendenti, 73 stabilimenti e 81 consociate in cinque continenti e una cinquantina di Paesi al mondo.

Tra i punti di forza dei suoi bilanci, lei cita sempre la quota significativa destinata alla ricerca e sviluppo e i 28 centri di ricerca aperti accanto ai 73 stabilimenti. Perché è così decisivo il fattore sviluppo?

«La ricerca nel settore della chimica per l’edilizia – è l’incipit del presidente Squinzi – è fondamentale. Mapei destina alla Ricerca & Sviluppo gli sforzi più importanti dell’azienda e il maggior numero di assunzioni. Questo ci permette di essere competitivi ed essere sempre un passo avanti agli altri, con importanti vantaggi sul piano commerciale».

In 80 anni il mondo delle costruzioni, dell’edilizia e dell’ingegneria è radicalmente cambiato. Tra le grandi opere che hanno avuto Mapei come partner, qual è quella a cui è più legato?

«Il mondo delle costruzioni è cambiato e con esso è cambiata anche Mapei. L’Azienda ha iniziato la sua attività con prodotti per i rivestimenti delle facciate, poi si è trasformata in azienda di prodotti e sistemi per la posa di rivestimenti e pavimenti, fino ad arrivare oggi a dedicarsi alle grandi infrastrutture e ai lavori di ingegneria, che richiedono prodotti all’avanguardia e ad alto tasso di tecnologia. Sono tante le opere che hanno un valore e un significato importante per noi. Sicuramente tra le prime, tengo particolarmente alla pista di atletica delle Olimpiadi di Montréal del ’76, per la quale fornimmo gli adesivi poliuretanici per la posa della pista in gomma. Tra le più recenti, invece, il Canale di Panama, per il quale abbiamo fornito prodotti chimici di ultima generazione e impermeabilizzanti per l’impermeabilizzazione dei bacini». Nell’elenco delle grandi opere targate Mapei si vede il Marina Bay di Singapore, l’Opera House di Sidney, fino all’Expo di Milano. Con quale archistar le è piaciuto lavorare? «I nostri prodotti sono stati utilizzati in tutto il mondo da tante archistar. Con molti di loro abbiamo avuto l’opportunità di lavorare da vicino. Con Mario Botta, ad esempio, abbiamo lavorato al recupero del Teatro alla Scala, con Renzo Piano abbiamo seguito cantieri e opere in tutto il mondo. Tra le più recenti, e ancora in fase di costruzione, il Centro di Eccellenza in Chirurgia Pediatrica a Entebbe in Uganda, per citarne alcuni».

È suggestivo il mappamondo con le bandierine Mapei in 54 Paesi. Qual è il mercato più promettente? E quello più difficile?

«Il mercato più brillante è quello nordamericano, che credo continuerà a percorrere un sentiero di crescita nell’avvenire. Il mercato più difficile, dove fatturati e sviluppo sono calati negli ultimi anni, è quello italiano assieme a quello francese».

Qualità, formazione, spirito di squadra: qual è il peso delle tre parole chiave che lei usa per spiegare Mapei?

«Lo spirito di squadra è fondamentale. È grazie al contributo di una squadra composta da 10.000 persone che è possibile tradurre gli sforzi in risultati ottimali. La qualità è senza dubbio molto importante ed è legata alle attività di Ricerca & Sviluppo. Mapei lavora per produrre qualità continua: per i clienti, i committenti, l’ambiente e la nostra cultura aziendale. La formazione è importante per assicurarci che i nostri prodotti siano usati propriamente».

Sua moglie Adriana ha un peso fondamentale nel gruppo, soprattutto sul fronte della sostenibilità ambientale. Come si immagina Mapei nel 2037?

«Mapei è un’azienda a gestione mista: familiare e manageriale insieme. Nel 2037 mi auguro che ci sia ancora la mia famiglia, i miei figli Veronica e Marco e mia nipote Simona, e magari i figli dei miei figli. Il mio sogno è chela gestione del Gruppo rimanga nelle mani della mia famiglia e che i risultati siano brillanti come oggi».

La prossima generazione può progettare sbarchi in Borsa, nuova finanza, ingresso di fondi o qualcosa di totalmente diverso? Perché la Borsa non le piace e non ha mai cercato di quotare il gruppo?

«Non ho mai pensato di cambiare struttura finanziaria. Da quando Mapei è nata, abbiamo sempre reinvestito gli utili nel Gruppo per poter crescere. E finora questa strategia ha premiato. Mi auguro che in futuro il Gruppo possa continuare su questa strada senza dover fare entrare i fondi nel capitale sociale o sbarcare in Borsa».

Dalla sua passione per il ciclismo, con successi indimenticabili dei corridori targati Mapei, alla gemma Sassuolo. Considerando i bilanci in attivo e i campioni che sforna, lei è tutto l’opposto dei presidenti «ricchi scemi» che hanno contraddistinto il calcio italiano. Qual è il segreto?

«Lo sport lo abbiamo utilizzato come strumento per migliorare la conoscenza del marchio Mapei a livello globale. In questo senso la squadra di ciclismo ci ha dato una grande apertura. Oggi con il Sassuolo stiamo avendo risultati importanti in Italia senza fare follie».

Le piace il pallone in mano ai cinesi e ai fondi sovrani?

«Pur essendo i capitali a farla da padrone, penso che il calcio italiano dovrebbe avere una componente italiana maggiore sia in termini di giocatori che di proprietà».