«La moda italiana è in vetta al mondo
L’ho spedita con la Savino Del Bene»

Fabrizio Morviducci
SCANDICCI
È ENTRATO in azienda appena sedicenne. E ha scalato tutte le posizioni nell’organigramma, fino a diventarne l’unico proprietario. Paolo Nocentini, 76 anni è l’anima della Savino Del Bene. Un colosso globale delle spedizioni con quasi quattromila dipendenti, 260 uffici in tutto il mondo e un fatturato 2016 di oltre un miliardo e 300mila euro. Negli ultimi anni l’azienda è cresciuta in maniera ‘intelligente’, seguendo la politica dei piccoli passi. Dal 2015, dopola scomparsa del socio storico, Silvano Brandani, che deteneva il 50% delle quote societarie, Paolo Nocentini è diventato titolare della maggioranza della Savino Del Bene, sostenuto in questa operazione da Msc, la seconda compagnia di gestione di linee cargo a livello mondiale che detiene il 23% delle quote aziendali. Il quartier generale della Savino Del Bene è a Scandicci, comune alle porte di Firenze noto per essere il distretto produttivo delle griffe mondiali della pelletteria. In mezzo alle maison d’alta moda, c’è uno sviluppato comparto con aziende di spedizioni, che ha la punta di diamante proprio nella Savino Del Bene. Nocentini è un uomo concreto, con due passioni che sono diventate a loro volta rami d’impresa: l’agricoltura sostenibile e biologica che è il fiore all’occhiello della fattoria acquistata sulle colline di Scandicci; e il volley con la sua squadra femminile tra le più forti del campionato nazionale di A1. Un imprenditore ‘atipico’ che non ama apparire e le apparenze; mentre molti dei suoi colleghi scelgono suv spaziali o gran turismo con motori potenti, lui guida una Tesla, auto americana con interni lussuosissimi e tecnologici, ma a trazione completamente elettrica.
Come è cambiata la Savino Del Bene in questi anni?
«I cambiamenti sono stati notevoli. Sono entrato come dipendente che avevo 16 anni, oggi ne ho 76 e in sessant’anni di lavoro le cose sono rivoluzionate. Sono cambiato anche io. In passato ero più intransigente. Gli anni portano a essere più duttili. Quando la sede aziendale era in via delle Terme andavo al lavoro a piedi, visto che vivevo ugualmente nel centro di Firenze. Le telefonate interurbane si dovevano fare con la prenotazione, oggi è tutto più rapido, più tecnologico. Oggi Savino Del Bene è un operatore logistico globale con un network che offre servizi di spedizione in tutto il mondo, attraverso l’uso combinato di diversi sistemi vettoriali su terra, ma anche per mare e su vettore aereo. Possiamo rispondere alle richieste dei mercati locali attraverso una presenza capillare sul territorio e la conoscenza dei diversi regolamenti doganali e amministrativi.
Il suo business è legato essenzialmente alla globalizzazione, si è mai presentato qualche colosso straniero con appetiti italiani?
Molte aziende sono state vendute a proprietà estere. Ma spesso ci si ferma all’apparenza, non si racconta il significato profondo di queste operazioni. Se crediamo alla diversità dei territori, alle esperienza e alla cultura di un popolo non si può pensare che una proprietà straniera abbia rispetto per il contesto estero nel quale è calata. Io ho 76 anni e sono alla guida di questa azienda. Ma se un giorno mi dovessi accorgere di non farcela più, vorrei che fosse mio figlio a proseguire l’esperienza. E se lui non volesse, farei di tutto perché la Savino Del Bene finisse in mani Italiane, possibilmente della nostra zona. Non è campanilismo, è la consapevolezza che le aziende possono fermarsi o ripartire, ma sono sempre il frutto di un’esperienza, di un vissuto»
E così non c’è solo attività d’impresa,ma anche attenzione al territorio
«So che non lo scriverete. Da giovane avevo idee comuniste. Parecchio comuniste. E vedevo le cose in maniera settaria. Gli anni e l’esperienza mi hanno portato a valutare le persone per quello che sono, non per le idee politiche che hanno, ma di quegli ideali me ne è rimasto uno: l’azienda non deve essere solo patrimonio del titolare ma un bene anche per chi vi lavora e per il territorio nel quale si opera».
Con questa idealità si è deciso a rilevare la maggioranza della Savino Del Bene?
«Dico sempre che è stato come fare un figlio passati i settant’anni. Ma alla fine dopo averci pensato un po’ ho deciso di impegnarmi e rilevare il 77% delle quote societarie. Non mi è costato sacrificio. L’ho fatto per portare avanti le linee di sviluppo dell’azienda e perché restasse in mani italiane. Quando vedo gli imprenditori italiani che mollano e vendono a proprietà straniere, non leggo tanto ragioni economiche, quanto un disimpegno e una mancanza di fiducia nella loro vena imprenditoriale».
Quali sono gli obiettivi per il futuro dell’azienda?
«I margini di crescita ci sono. In Italia siamo un player importante, ma all’estero, rapportati ai colossi del settore, siamo ancora marginali. In questo senso abbiamo possibilità di crescita notevoli. Ma io credo che l’azienda per funzionare debba essere armonica. Per questo la crescita non deve essere rapida e le acquisizioni devono essere facilmente digeribili. Lo scorso anno abbiamo fatto un balzo in avanti per un’acquisizione importante, (la genovese Aprile Spa n.d.r) ma teniamo sempre alta l’attenzione a non snaturare la nostra natura».
Un punto di forza?
«L’indipendenza informatica. Abbiamo un’azienda dove lavorano informatici e matematici che hanno l’obiettivo di migliorare i servizi elettronici per la logistica e le spedizioni aziendali. Questo vuol dire un sistema informatico condiviso per tutti i rami dell’azienda, la capacità di tracciare le merci e report statistici personalizzati».