Eli Lilly, la multinazionale che fa scuola
«L’Italia sa come attrarre investimenti»

SESTO FIORENTINO

È NATO a San Pietroburgo ma è cresciuto in Colorado, negli Stati Uniti. Poi però ha vissuto in diverse città tra cui Londra, Praga, Tel Aviv, New York, Denver, Washington e Indianapolis tanto che può, a buon diritto, sentirsi cittadino del mondo. Ilya Yuffa ha cominciato la sua carriera nella multinazionale farmaceutica Eli Lilly&- Company nel 2002 e, da pochi mesi, è stato nominato vicepresidente e general manager di Eli Lilly Italy Hub che hala sua sede e stabilimento a Sesto Fiorentino, alle porte di Firenze con grandi prospettive di sviluppo e un progetto innovativo già avviato. Conlui parliamo della realtà Eli Lilly e dei piani per la sede italiana della multinazionale.

Eli Lilly è una delle prime società farmaceutiche al mondo: quali sono le aree di cui si occupa?

«Attualmente Lilly è tra le prime cinque aziende nell’ambito di diverse aree terapeutiche cruciali perla salute pubblica tra cui il diabete, l’oncologia, le malattie autoimmuni, le malattie degenerative, il dolore e la veterinaria e, in ciascuna di queste aree, ha un range di prodotti con il più alto numero di molecole in fase finale di sviluppo da quando è stata fondata».

L’azienda ha fatto da apripista, in particolare, per la ricerca e realizzazione di farmaci per il diabete..

«È vero, questo è stato per molti anni il campo principale in cui Lilly ha operato: non dimentichiamo che negli anni Venti ha introdottola prima insulina disponibile in commercio. Negli anni Ottanta, invece, la grande innovazione è stata il lancio del primo farmaco al mondo creato con la tecnologia del Dna ricombinante: un’insulina cioè identica a quella prodotta dal corpo umano. Nel settembre 2009 è stato inaugurato in Italia, nella sede di Sesto Fiorentino, uno stabilimento per la produzione di analoghi dell’insulina umana da Dna ricombinante e dispositivi di somministrazione con un investimento totale di 465 milioni in 11 anni».

Accanto ai farmaci legati al diabete che rimangono il vostro ‘marchio di fabbrica’quali sono gli ambiti su cui la ricerca della Eli Lilly si sta orientando?

«Stiamo sviluppando la ricerca nell’ambito delle malattie neurodegenerative e in particolare dell’Alzheimer ma anche delle malattie oncologiche e quelle autoimmuni, patologie in costante crescita».

Quanto investe in ricerca Eli Lilly?

«L’investimento è pari al 20% circa del fatturato totale, circa 22 miliardi di dollari, ed è una percentuale importante, fra l’altro la ricerca clinica è condotta in più di 55 paesi utilizzando risorse interne ma, in caso di necessità o sinergie in atto, realtà, anche spin off universitari e start up nei diversi territori».

Che cosa è cambiato con l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti per la farmaceutica e per gli investimenti sul mercato americano?

«Non abbiamo alcun tipo di cambiamento in programma perché la nostra presenza è molto bilanciata, con investimenti sia all’interno che all’esterno degli Stati Uniti e i programmi di sviluppo sono collegati alla domanda di prodotti. Ad esempio in questo momento a livello mondiale c’è una crescita significativa di un nostro farmaco per il diabete, che si chiama dulaglutide che sta avendo una crescita al di sopra delle nostre stesse aspettative. Uno dei centri di manifattura è proprio l’Italia, dove stiamo accelerando la costruzione di una seconda linea di produzione di questo prodotto per rispondere alla domanda mondiale di tale farmaco».

Per una multinazionale farmaceutica che ha il suo centro negli Stati Uniti quali sono le difficoltà ad investire in un Paese come l’Italia nel quale spesso la burocrazia rallenta i progetti?

«Più che parlare di difficoltà vorrei soffermarmi su cosa rende un Paese attrattivo. Promuovere e proteggere l’innovazione richiede politiche che sostengono il tipo di investimento e collaborazione necessari per stimolare lo sviluppo. Noi in Italia abbiamo sempre trovato un terreno favorevole, siamo presenti da ben58 anni nella sede alle porte di Firenze ed impieghiamo in totale, a livello nazionale, 1200 dipendenti. Io credo che l’importante sia la capacità di ascolto ed il rispetto dei ruoli fra i diversi attori, fra chi investe e le istituzioni anche del territorio. In questo senso penso che sia un esempio importante un progetto legato alla sede italiana nel quale noi come azienda abbiamo giocato un ruolo proattivo sentendoci parte della comunità in cui operiamo».

Il progetto di cui parla riguarda anche una nuova scuola; può spiegare come si attuerà?

«Grazie ad un accordo che sarà ufficializzato in un protocollo di intesa a settembre tra le Istituzioni locali, l’Università di Firenze e Eli Lilly, la nostra azienda acquisirà l’area e gli edifici di una scuola superiore confinante con la nostra sede. Il liceo, grazie al nostro contributo e a 10 milioni messi a disposizione della Regione Toscana, sarà ricostruito all’interno del campus universitario presente a Sesto Fiorentino. Questo permetterà di realizzare un’unica scuola, che sarà operativa dall’anno scolastico 2021-2022, capace di riunire oltre 900 studenti attualmente dislocati in due diverse sedi e di sviluppare sinergie tra educazione secondaria superiore e ricerca universitaria. Per quanto ci riguarda, invece,la possibilità di avere un’area in cui poter espandere il nostro stabilimento porterà a realizzare una o più linee produttive per poter diversificare anche la nostra produzione. Tutto ciò grazie alla capacità di fare rete».

Quanti nuovi posti di lavoro potrà portare questa operazione?

«Pensiamo di passare dagli attuali 660 dipendenti, che diventeranno 700 a fine 2017 a circa un migliaio con un incremento, in prospettiva futura di circa 300 persone».