Illumia fa squadra con il coach
«Ero allenatore di volley
Ora faccio emergere i talenti»

BOLOGNA

SE MAI vi capiterà di girare tra gli uffici della sede di Illumia, un palazzo nuovissimo a due passi dalla stazione di Bologna, non potrete non notare Livio Varesi. Il fisico di chi ha fatto sport a lungo, Varesi emerge come un professore in una classe di liceo. Qui l’età media dei 200 dipendenti viaggia tra i 33 e i 34 anni, e Varesi, superati da poco i 50, non può che avere un ruolo da saggio. E in effetti questo fa.

VARESI è il training manager e l’executive business coach dell’azienda bolognese che commercializza energia elettrica, gas, e a partire dall’autunno anche la fibra ottica. E’ il coach di questa squadra. L’uomo che forma, prepara, sostiene, migliora e sta al fianco dei dipendenti. Come faceva quando allenava squadre di volley fino alla serie B. Sono poche in Italia le aziende che hanno avuto l’intuizione di dotarsi di un coach interno fisso. Un dirigente che collabora strettamente con il responsabile delle risorse umane e della direzione generale con due linee di lavoro: da una parte c’è una formazione programmata durante l’anno, dall’altra c’è l’attività vera e propria di coaching. «Questa parte – spiega Varesi – è concordata con il dipendente (detto coachee) oltre che con le risorse umane e punta a raggiungere obiettivi concordati insieme. L’obiettivo è sviluppare i talenti che ognuno possiede».

MOLTE aziende utilizzano coach esterni, prevedendo training o progetti specifici a spot. La peculiarità di Illumia è stata quella di investire su un coach interno, che è arrivato con un lungo bagaglio di esperienze manageriali e professionali. Un ruolo chiave. I periodi di training e gli obiettivi di massima vengono condivisi con la direzione generale e l’amministratore delegato. All’inizio dell’anno si prepara un calendario di formazione con obiettivi da raggiungere. «Ma oltre a questo – spiega Varesi – incontro i colleghi aiutandoli a raggiungere l’obiettivo che si sono prefissati attraverso un percorso di incontri individuali».

L’AZIONE di coaching si muove quindi sia sulla traiettoria degli obiettivi macro dell’azienda, sia su quella personale tenendo conto dei bisogni e delle aspettative dei singoli. Riuscire a risolvere e superare crisi, impasse, problemi, momenti di difficoltà, ma soprattutto potenziare caratteristiche che già si possiedono ma per le quali si vuole raggiungere l’eccellenza o comunque migliorare. Tutto questo aiuta il singolo e l’azienda intera a crescere e a dare il meglio. I risultati? «Per la parte commerciale si guarda sempre il fatturato ma può essere fuorviante – dice Varesi – meglio guardare l’andamento dei KPI (key performance indicator) E poi si valutano i risultati attraverso le competenze acquisite. Sono gli stessi dipendenti che rispondono a questionari e test, valutando i miglioramenti, all’interno di appositi assessment center che gestisco in prima persona insieme allo staff HR. L’obiettivo è incentivare a 360 gradi ma anche essere valutati a 360 gradi, raccogliendo i giudizi di colleghi, manager e clienti. E’ importante che il manager abbia la consapevolezza di come viene visto e valutato, non solo dall’alto ma anche dalle persone che rispondono a lui».

NEGLI incontri one-to-one, (ovvero con il singolo collaboratore) il coach è un vero allenatore. «La prestazione è il potenziale meno le interferenze – continua Varesi – Ognuno di noi ha dentro tutte le potenzialità. Attraverso l’ascolto, il feedback e lo sviluppo del piano di azione di coaching si cerca di permettere al collega di trovare la propria strada. Non do consigli o suggerimenti, faccio piuttosto domande mirate che aiutano a prendere piena consapevolezza delle proprie “interferenze” e del proprio potenziale. Il tempo per raggiungere la consapevolezza delle proprie potenzialità è lasciato al coachee. Il coachee ha bisogno di spazio e tempo per perseguire il suo obiettivo, sia esso la risoluzione di un problema, o lo sviluppo di nuove competenze». L’esperienza sportiva è stata fondamentale per Varesi. «Come allenatore mi occupavo di migliorare la impostazione tecnica, tattica e fisica ma anche la preparazione mentale. Questi quattro elementi si ritrovano anche in azienda. Un coach deve sapere fare emergere la consapevolezza di se stessi, la capacità di reagire a situazioni improvvise e a gestire lo stress». Capacità che fanno parte di quel bagaglio di soft skills che le aziende valorizzano sempre di più.

Davide Nitrosi


Ernst & Young investe sui giovani
«Formiamo leader dinamici e innovativi
capaci di creare valore ai nostri clienti»

Francesco Gerardi
MILANO

LE BELLE notizie meritano sempre di essere raccontate e diffuse. E questa, che riguarda l’occupazione e la creazione di molti nuovi posti di lavoro, in tempi come i nostri in cui le prospettive professionali, sono fonte di grande preoccupazione per tutti e specie per i giovani italiani, bella lo è di certo. La buona nuova che raccontiamo, allora, arriva da Ernst & Young, il leader mondiale dei servizi di consulenza aziendale, revisione e organizzazione contabile, che ha appena annunciato di aver inserito nel proprio organico del nostro Paese nel corso dell’ultimo anno ben 1.250 persone tra cui oltre 420 giovani in stage, circa l’80 percento dei quali è stato poi effettivamente assunto.

«NUMERI che confermano – ha commentato con soddisfazione la società – il forte investimento sui giovani professionisti da parte di EY, segnalato anche dalla certificazione ‘Top Employers’ conseguita, unica tra le Big4, per il decimo anno consecutivo». Per chi non lo sapesse, il Top Employers Institute, che rilascia quell’ambito attestato, è l’ente che certifica a livello globale le aziende che raggiungono i più alti standard nell’ambito delle risorse umane. Non solo. Sempre a proposito di riconoscimenti, EY è stata anche nominata per il quarto anno consecutivo a livello globale da ‘Great Place To Work e ‘Fortune’ uno dei migliori luoghi di lavoro al mondo in cui lavorare ed è stata indicata da ‘Universum’ come il datore di lavoro più attrattivo nell’ambito dei servizi professionali.

RICORDIAMO che sono circa 6mila i dipendenti italiani di EY mentre nel mondo superano i 270mila. Ma i numeri positivi non si esauriscono qui, perché EY ha reso noto anche il suo impegno per incentivare la presenza femminile e favorire l’occupazione delle donne: dalla fine del 2018 ad oggi, infatti, la percentuale delle giovani assunte nella società è passata dal 30 al 46 percento: un risultato riconosciuto anche dalla Repubblica degli Stagisti con l’Awards Speciale Women in Stem. Se consideriamo poi che dei 733 nuovi partner nominati nel mondo il 30 percento sono appunto donne, il quadro è completo: «Un altro dato che non fa che confermare l’impegno della nostra organizzazione a sostegno dei talenti, indipendentemente dal loro genere », chiosa la società. Per concludere questa infilata di numeri positivi, EY nell’ultimo anno ha anche dato il benvenuto a 19 nuovi partner in Italia, dando seguito al suo piano di sviluppo e rafforzamento nei principali mercati verticali italiani. Si tratta di Antonio Altieri Pignalosa e Giuseppe Giovinazzi (Assurance); Cinzia Quartararo e Francesco Serricchio (TAS); Daniele Caneva, Oriana Granato, Cristiano Margheri e Luisa Claudia Savio (Tax); Andrea Dossena, Antonio Irione, Stefano Matalucci, Rodolfo Mecozzi, Andrea Maria Ezio Musazzi, Giovanni Notarnicola, Giovanni Passalacqua, Riccardo Passerini, Irene Pipola, Giuseppe Santonato e Stefano Venchi (Advisory). «

LE NUOVE nomine a partner – spiega Donato Iacovone, ad di EY in Italia e managing partner dell’area mediterranea – testimoniano gli straordinari traguardi raggiunti dalle nostre persone e riconoscono l’impegno di EY nel formare leader dinamici, competenti, innovativi, capaci di creare valore per i nostri clienti e per il mercato e di contribuire a un mondo del lavoro migliore. Investiamo fortemente sui giovani – conclude Iacovone – oltre che sullo sviluppo di nuove competenze: nell’ultimo anno abbiamo erogato alle nostre persone 146mila ore di formazione».

ALLA CATTOLICA DI MILANO
Master universitario di secondo livello
sul Credit Risk Management

MILANO

L’UNIVERSITÀ Cattolica di Milano propone un master universitario di secondo livello in Credit Risk Management (Crerim), promosso dalla facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative e diretto da Elena Beccalli (nella foto), preside della facoltà. Il risk management è oggi riconosciuto come un’area che richiede capacità e conoscenze centrali al funzionamento di un’organizzazione. Il corso ha lo scopo di fornire una visione multidisciplinare del rischio di credito, della sua gestione e del suo controllo. Affronta temi quali l’impatto del rischio sulle principali fasi gestionali del credito, le tecniche per misurare e valutare il rischio di credito, gli strumenti a disposizione di manager e autorità regolamentari per il controllo del rischio di credito. Il master ha due obiettivi formativi: offrire un’approfondita formazione tecnica e giuridica sul rischio di credito e sulla sua gestione e fornire un focus tematico sul rischio di credito nelle fasi gestionali del credito. Crerim è l’unico percorso di master universitario sul Credit Risk Management in Italia. La didattica prevede corsi dedicati in presenza per 350 ore, erogati completamente in inglese. Il Master prevede approfondimenti teorici e metodologici in presenza di esperti, analisi di casi e simulazioni. Il calendario si articola in moduli di 4 ore ciascuno tenuti nei giorni venerdì e sabato mattina. Le lezioni inizieranno nel novembre 2019. Le candidature vanno presnetate entro il 25 ottobre. Info: offertaformativa.unicatt.it/master-credit-risk-management; Email: master.crerim@unicatt.it