Appello dei Cavalieri del lavoro:
«Il Governo punti sui giovani
per tornare competitivi nel mondo»

Raffaele Marmo
ROMA

UN’ITALIA «autorevole e credibile», che sappia affrontare ritardi e contraddizioni nelle politiche di crescita e sviluppo, potrà contribuire a rilanciare il progetto di un’Europa unita, baricentro della stabilità e della prosperità mondiale, competitiva, area di opportunità di ripresa e occupazione. Da Napoli il presidente della Federazione nazionale dei Cavalieri del Lavoro, Antonio D’Amato, ha illustrato, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, le difficoltà e, al tempo stesso, i punti di forza del Vecchio Continente concludendo il convegno «Europa: Radici, Ragioni, Futuro». A raccolta, nel Teatrino di Corte di Palazzo Reale, una fetta significativa dell’eccellenza del sistema produttivo del Paese. «L’Europa – sottolinea l’ex numero uno di Confindustria – non solo è la dimensione minima indispensabile per poter contare nei tavoli in cui si decidono le sorti del pianeta, ma è anche l’unica per competere a livello globale, assicurare crescita, sviluppo e benessere e, dunque, ridare vigore a quel ceto medio spina dorsale della nostra democrazia».

Guardiamo in casa nostra: da dove cominciare ora che c’è un nuovo esecutivo?

«Il nuovo governo dovrà rilanciare la competitività del sistema-Paese, rimettere in moto quel serio percorso di sviluppo indispensabile per creare le risorse da investire in equità, inclusione e opportunità di lavoro. Per creare sviluppo e lavoro, però, bisogna riuscire a rilanciare gli investimenti. E occorre realizzare quelle riforme indifferibili per attrarre investimenti anziché farli fuggire».

Non siamo più competitivi?

«Nonostante l’Italia sia un Paese ricco di imprenditori e ancora con una grande vocazione industriale, non siamo competitivi».

Dunque, riforme per attrarre e generare investimenti: ma quali riforme?

«Da una maggiore flessibilità del mercato del lavoro a una giustizia efficiente e veloce, dalla modernizzazione della Pubblica amministrazione a un fisco meno oppressivo e più trasparente. Occorre riprendere a investire su noi stessi, con un grande programma di potenziamento delle infrastrutture, dalla manutenzione e riqualificazione del territorio al risanamento ambientale e idrogeologico. Il Paese è a rischio dopo oltre due decenni di mancanza di investimenti. Anche se ritengo che il vero punto di partenza sia un altro».

Da dove cominciare?

«Dall’investimento sulla formazione dei giovani. L’education è sempre stata un’assoluta priorità del Paese ma da troppi anni viene compromessa da riforme inadeguate. Oggi, per fare dell’education un volano di sviluppo economico e crescita civile, va ricentrato tutto il sistema educativo su tre obiettivi fondamentali: merito, opportunità ed eccellenza».

Credibilità e autorevolezza sono presupposti anche per chiedere più flessibilità all’Europa?

«Certo. Rigore e crescita non sono in contraddizione tra di loro. Quanto più saremo rigorosi sui nostri conti, tanto più potremo chiedere e ottenere maggiore flessibilità per gli investimenti e per sostenere quelle riforme che rimettano in moto il mercato del lavoro».

Lei è spesso in giro per il mondo. Qual è la percezione dell’Italia?

«L’Italia vive un deficit di credibilità e di reputazione che contrasta con la passione che il nostro Paese suscita a tutte le latitudini. Tutti vorrebbero mangiare italiano, vestire italiano, fare le vacanze nel nostro Paese, avere in casa design italiano, ma dall’altro lato continuiamo a non essere in grado di attrarre investimenti esteri con l’eccezione di quanti comprano marchi prestigiosi ma non investono sull’allargamento della base produttiva ».

Che cosa ci penalizza?

«La mancanza di riforme strutturali che in altri Paesi sono state fatte da decenni. Ma anche il degrado che spesso mostriamo nella conservazione e nella manutenzione delle nostre città, del nostro patrimonio artistico e del nostro territorio, le gravi disuguaglianze sociali, a partire dall’elevatissima disoccupazione giovanile e femminile. Eppure ».

Eppure?

«Eppure, noi abbiamo energie straordinarie, una grande capacità di lavoro, imprenditori coraggiosi che girano il mondo promuovendo l’Italia che produce. Dobbiamo impegnarci, responsabilmente, per recuperare i ritardi che ci stanno mettendo fuori gioco. Solo così sarà possibile riaprire una strada di sviluppo, di crescita e di benessere per noi, per le nuove generazioni e per la nostra Europa.


Coach aziendale, il mestiere del futuro
È un allenatore il miglior amico
dell’amministratore delegato

Francesco Gerardi
ROMA

NEGLI STATI Uniti è una professione conosciuta e per la quale molte università offrono programmi di formazione. Qui da noi, invece, ha iniziato ad affermarsi da poco, mentre il grande pubblico probabilmente continua ancora a non conoscerla affatto. Il suo nome evoca personaggi come Dan Peterson e altri grandi dello sport americano, ma… «Ma la differenza è che un allenatore sportivo è parte del risultato. Se la squadra vince, vincono anche Mourinho e Conte che la allenano. Se perde, perdono anche loro e alla lunga verranno esonerati. Per noi invece non è esattamente così: c’è una relazione più indiretta tra il nostro ruolo e i risultati ». Stiamo parlando del coaching aziendale, una delle nuove professioni più promettenti e di cui Pier Paolo Colasanti è l’indiscusso pioniere italiano. Nel settore già dalla fine degli anni Novanta, è l’autore del libro ‘Diventare coach’ e ceo di Asterys Lab, dedicata alla formazione e allo sviluppo di nuovi professionisti.

Perché, se le cose vanno male, non venite esonerati?

«Vede, siamo dei facilitatori di processo e non di contenuto. Ci poniamo in un modo neutro nei confronti dei clienti: non diamo consigli sulle scelte concrete che devono compiere, né li indirizziamo in alcun modo, semmai invece li aiutiamo a scoprire da soli le soluzioni. L’errore più grande è quello di manipolarli e renderli meno autonomi ».

Un esempio?

«Sto lavorando con una persona che siede in un cda. La sua difficoltà non è tecnica, perché è bravissimo, ma nelle relazioni: la capacità di preoccuparsi delle emozioni, di quello che succede a chi lavora con lui. Ora, non è facile far emergere il collegamento tra il mio lavoro e i risultati aziendali, ma, se ben condotto, può trasformare completamente il clima nel quale vive tutto il team, e questo si può misurare ».

Come definirebbe la sua professione?

«È un’attività di supporto per il miglioramento delle performance e il raggiungimento degli obiettivi. Il coach si avvale del dialogo, sia uno a uno che in gruppo, per fare in modo che i clienti abbiano la capacità di ridefinire le priorità, analizzarle e trovare le migliori strategie. Siamo bravi a scoprire domande che creano nuovi percorsi di risposta, siamo dei creatori di consapevolezza e di visioni più ampie, diciamo. Accompagniamo nel cambiamento di prospettiva».

Quindi non è necessario che siate competenti nell’attività specifica del cliente?

«Paradossalmente se un coach è troppo competente nello stesso ambito rischia di diventare un consulente tecnico, e non è questo il nostro lavoro. Ciò che invece aiuta ad essere ingaggiati è un background in cui il cliente si possa riconoscere: se sa che anche tu sei stato ceo o dirigente si sentirà più capito».

Il coaching appartiene a quel gruppo di professioni non ancora regolamentate nel nostro Paese e lei ha una formazione psicologica. È necessaria?

«No, anzi, il rischio per gli psicologi è quello di trovare difficile mettersi di fronte al cliente senza farsi condizionare dalle proprie conoscenze ».

Quanto sono consapevoli le grandi aziende italiane della vostra professionalità?

«Ormai non c’è più bisogno di spiegare niente: ci chiamano e capiscono la differenza tra chi è preparato e chi no. Veniamo utilizzati non solo per il management di livello top, ma sempre di più anche per i quadri intermedi».

Quanti siete in Italia ed è una professione che ‘tira’?

«Siamo circa 800, considerando quelli che hanno le credenziali della ‘International Coach Federation’. In totale intorno ai 2mila. Sì, attualmente mancano i talenti, ma un coach bravo, che sia in grado di sedersi al tavolo di un amministratore delegato e dargli del tu, guadagna molto e non si costruisce in un giorno».

POSTE ITALIANE
Consulenti finanziari cercansi
Al via la selezione con Monster

ROMA

CONTINUA la campagna di selezione di Poste Italiane che, in collaborazione con Monster, ricerca laureati in materie economiche. La selezione avverrà attraverso quattro giornate di colloqui con le Risorse umane di Poste Italiane che si svolgeranno a Milano dal 22 al 25 ottobre. Poste Italiane continua così ad investire sul capitale umano, selezionando una squadra di consulenti finanziari che avranno il compito di supportare l’azienda nel suo programma di sviluppo in Lombardia, Piemonte, Liguria e Val d’Aosta. La ricerca si rivolge in particolare a laureati in Economia e Commercio, Economia aziendale, Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari, Scienze bancarie e assicurative, Economia degli intermediari finanziari, Scienze statistiche con votazione non inferiore a 102/110. La candidatura è aperta a tutti coloro che vivono o sono disponibili a trasferirsi nelle regioni indicate. L’offerta prevede l’ingresso con contratto di apprendistato per la durata di 36 mesi, volto all’avvio di un percorso di crescita all’interno dell’azienda. I candidati prescelti saranno formati per svolgere il ruolo di consulente finanziario, con un affiancamento a figure senior e lo svolgimento di specifici percorsi di training. Per la gestione della fase di raccolta di candidature e pre-selezione, Poste Italiane ha scelto ancora una volta Monster, riproponendo un’esperienza consolidata e fruttuosa che ha portato già all’inserimento di centinaia di laureati.