PROFESSIONI E CARRIERE

WeWork si allarga nel mondo
Il colosso che affitta gli uffici
ora è pronto a sbarcare in Italia

Francesco Moroni
MILANO

FONDATO tra i grattacieli di New York nove anni fa, conta ormai più di 800 locations sparse in 111 città diverse, in ben 29 Paesi del mondo, tra tutti Stati Uniti, Brasile, Regno Unito, Germania, Russia e Cina. È il colosso WeWork, protagonista del settore ‘co-working’, cioè quel modo di lavorare che comprende la condivisione di un ambiente, spesso un ufficio, mantenendo un’attività indipendente e con l’aggiunta di servizi super efficienti. L’unicorno (vengono così definite le aziende innovative che hanno superato la valutazione di almeno un miliardo di dollari) americano è pronto ora a sbarcare in Borsa a Wall Street, per un valore attestato inizialmente addirittura intorno a 47 miliardi di dollari, poi invece ricalibrato tra 20 e 25. Ma come funziona WeWork e perché sta avendo così tanto successo?

IL CONCETTO è relativamente semplice: vengono messi a disposizione degli spazi, locali per lavorare, aggiungendo come detto una gran quantità di servizi. WeWork prende così in affitto a lungo termine immobili di vario tipo, progettando e costruendo spazi condivisi, sia fisici che virtuali, integrandoli con servizi d’ufficio per imprenditori e aziende: dai lavoratori freelance alle start-up, fino alle realtà più consolidate. Che la necessità sia quella di un locale unico, di un piano interno o di un ufficio esclusivo, non ha importanza: il team di architetti può dar vita alle idee di ogni soggetto, ottimizzando gli spazi in affitto. Vengono plasmati su misura studi di registrazione, uffici dirigenziali, auditorium e laboratori all’avanguardia: accesso 24 ore su 24 a locali con sale riunioni, cabine telefoniche intelligenti, stampanti professionali, internet super veloce, pulizie quotidiane, servizio di gestione pacchi, parcheggio per le bici. E una buona scorta di caffè, imprescindibile per tanti lavoratori.

UNO degli elementi fondanti è la tecnologia: molti analisti fanno notare come la parola ‘tech’, infatti, venga ripetuta più di cento volte nel prospetto informativo per presentarsi in Borsa. L’azienda si contraddistingue e si differenzia da altre imprese del settore perché punta molto sui software e l’intelligenza artificiale che gestiscono spazi e servizi: su 12.500 dipendenti, poi, si contano più di mille ingegneri, a cui si aggiungono i tantissimi manager incaricati di rendere efficienti e piacevoli i processi lavorativi all’interno dei centri WeWork. Il 40% dei clienti riguarda aziende di ogni rango, tra cui giganti come Microsoft, Facebook, Starbucks, Adidas e altri ancora. Il riscontro da parte di chi utilizza il servizio, in aggiunta «all’atmosfera positiva che si respira dentro gli studi di WeWork», sono proprio tra i cavalli di battaglia del coworking più grande del mondo. La prima location italiana aprirà a dicembre a Milano, in via Turati. Poi ne seguiranno altre tre nel 2020, sempre nel capoluogo lombardo, in via Vittor Pisani, Mazzini e Meravigli.

A FRONTE di un alto grado di soddisfazione da parte dei clienti, però, c’è un altro elemento che rischia di minare la strada verso Wall Street per il colosso del coworking: lo scetticismo degli investitori. La motivazione che ha spinto WeWork a rivedere la propria quotazione al ribasso sarebbe proprio questa: la sfiducia da parte di molti nella possibilità che il business della compagnia possa diventare redditizio nel breve periodo. Nonostante un fatturato consistente, restano gli indebitamenti e si continuano a registrare perdite di denaro. A tal proposito è necessario sottolineare, riporta Bloomberg, come soltanto nel 2018 ci siano state perdite per 1,7 miliardi di dollari su 1,8 miliardi di vendita, con gli analisti che ipotizzano un tasso di crescita intorno al 28% in vita del 2024. Il Financial Times, invece, aveva stimato una perdita di 219mila dollari ogni ora di ogni singolo giorno nel periodo tra marzo 2018 e 2019.

ECCO spiegata la motivazione di riconsiderare la propria Ipo (offerta pubblica iniziale) non molto sopra 20 miliardi di dollari. La situazione economica, sottolinea qualcuno, ricorda quella di Uber, un’altra impresa dal fatturato incredibile, che continua però a preoccupare gli investitori. WeWork è esploso in tutto il mondo, seppur con tutti i rischi e le difficoltà che comporta la gestione di un business così articolato, che mette insieme immobili, tecnologia e persone. Ora è pronto a presentarsi in Borsa con forza, per consolidare la sua rete e aggredire un mercato di eccezionale valore.


L’esperto e il paradosso dell’innovazione
«Copiate Jobs: per far crescere Apple
scelse il manager che progettava i bagni»

Francesco Gerardi
MILANO

«QUANDO si ha il ruolo istituzionale di scegliere e supportare gli innovatori per far crescere le loro idee e trasformarle in un business concreto, ci si trova in una posizione alquanto scomoda. Il punto è che non occorre tanto essere esperti di un settore, quanto soprattutto innovatori a propria volta. Se ci pensa, gli esperti tendono a riconoscere solo altri esperti come loro, ma l’innovazione è una rivoluzione dello status quo. L’innovazione la fanno i non esperti». È questo il paradosso: che è importante saper riconoscere il nuovo, ma se è riconosciuto subito come tale, così tanto nuovo non è… Del resto lo aveva già acutamente messo in luce Schopenhauer due secoli fa: «Ogni verità attraversa tre fasi: prima viene ridicolizzata, poi incontra una violenta opposizione, infine viene accettata come ovvia». Roberto Verganti, docente di Leadership and Innovation al Politecnico di Milano, è l’unico italiano nel board dello European Innovation Council (EIC), il nuovo ente nato per mettere il turbo alla ripresa continentale finanziando aziende innovative emergenti. Almeno sulla carta, l’EIC dispone di un sostanzioso budget di 10 miliardi ed è inserito all’interno del programma Horizon Europe, che a sua volta è dotato di finanziamenti ancor più cospicui: ben 100 miliardi tra 2020 e 2027.

È risolvibile quel paradosso?

«Si può fare, c’è tanto lavoro ma gli strumenti ci sono. Bisogna dare spazio alle figure giuste. Pensi a Jonathan Ive, che fino al mese scorso è stato il Chief design officer di Apple, l’uomo che ha realizzato molti dei prodotti mitici di Cupertino. Prima faceva il progettista di bagni. Se fosse stato un progettista di computer avrebbe realizzato computer e strumenti elettronici come tutti gli altri».

Quindi è stata proprio la sua diversità, l’estraneità al sistema vigente che lo ha contraddistinto come innovatore?

«Ive veniva dal mondo della casa e proprio in quegli anni Novanta il computer stava per entrare massicciamente in tutte le abitazioni. Con quel curriculum altri non gli avrebbero dato un centesimo, Steve Jobs invece sapeva dove stava andando e lo ingaggiò».

Facciamo un passo indietro: il Consiglio Europeo per l’Innovazione è nato sotto la guida della precedente Commissione e Parlamento. Le recenti elezioni hanno cambiato qualcosa o i nuovi vertici dell’Unione sposeranno ancora progetto e dotazioni finanziarie?

«Non sono in grado di dirlo con certezza, ma ritengo che non ci saranno ostacoli. L’idea era stata inserita dentro Horizon Europe e già discussa. Insomma, tutto può essere, ma non mi aspetto stravolgimenti anche perché il lavoro è già partito in via sperimentale».

Sull’innovazione l’Europa è in ritardo. Da una parte c’è una burocrazia troppo sviluppata, dall’altra grandi centri di ricerca che però hanno una bassa propensione a tradurre in business le proprie scoperte. Insomma, gran movimento a centrocampo ma pochi gol…

«Tutto vero, fatichiamo a trasformare la tanta e buona ricerca in innovazione. L’EIC si propone di colmare questo gap diventandone l’unico punto di riferimento. L’idea centrale è quella che abbiamo mutuato dalla DARPA americana (la Defense advanced research projects agency, ndr): avvalerci di program manager nei diversi ambiti tecnologici che andranno a cercare gli innovatori. L’aspetto rivoluzionario è che si finanzieranno gli uomini, non le innovazioni. Al centro ci saranno quindi le persone, non le loro idee. Anche perché le idee iniziali, quando sono radicali, molto spesso sono sbagliate. Si parte in un modo, ma è durante il percorso che si finisce per trovare la soluzione».

CREDEM
Già 149 nuove assunzioni nel 2019
Lo smart working aumenta dell’87%

REGGIO EMILIA

CREDEM (nella foto il direttore generale Nazzareno Gregori) prosegue le assunzioni, con 149 nuove persone nei primi sei mesi del 2019 di cui oltre il 77% neo laureati e neo diplomati ed un particolare focus, a livello di gruppo, nell’ambito della consulenza finanziaria e del private banking. Il gruppo bancario reggiano si distingue per gli investimenti nelle iniziative che permettono di valorizzare l’equilibrio vita-lavoro delle persone. In particolare, informa una nota, nei primi sei mesi del 2019 è da registrare un aumento dell’87% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso delle persone che utilizzano lo smart working, che permette di lavorare per alcuni giorni alla settimana da remoto senza i vincoli spaziali e temporali dell’ufficio. È stato scelto da oltre 1.640 persone, pari al 39% dell’organico potenzialemente interessato del Gruppo (il 26,3% della forza lavoro complessiva). Questa modalità di lavoro rende possibile una gestione efficiente del proprio tempo e responsabilizza le persone che possono lavorare lontano dall`ufficio fino a due giorni alla settimana. L’iniziativa rientra nell’articolato programma di welfare di cui il Gruppo si è dotato per migliorare l’ambiente di lavoro e cogliere i bisogni delle persone per supportarle nel raggiungimento degli obiettivi personali. Le iniziative messe in campo riguardano la salute e benessere, supporto personale, work life balance, tempo libero, potere d’acquisto, protezione e prevenzione. Riguardo questo ultimo aspetto, per fine 2019, l’obiettivo è di offrire al personale del Gruppo quasi 4mila visite mediche gratuite.

Di |2019-09-09T15:12:46+00:0009/09/2019|Lavoro|