PRODUTTORI ITALIANI IN ASCESA

«Trasformo l’ex fabbrica in nuovi studios
L’Emilia può avere il suo Montalbano»

REGGIO EMILIA

BOLOGNESE, ex militante di Lotta Continua, oggi Carlo Degli Esposti ha 64 anni e rifugge con forza l’etichetta di mecenate. «Per carità… Sono solo un piccolo imprenditore con grandi ambizioni e entusiasmo da vendere. E so sognare: la mia sfida ora è portare il cinema in Emilia Romagna. Una terra in cui non c’è mai stata questa tradizione e dove sono sicuro di poter scovare talenti nascosti». Tradotto: le ex fabbriche metalmeccaniche Reggiane, capannoni dell’area nord della città ora abbandonati e teatro di quotidiana miseria, si candidano a diventare i nuovi studios italiani. Lo fanno attraverso Palomar, la casa di produzione di Degli Esposti (che ha firmato, ad esempio, le produzioni tv Montalbano, Braccialetti Rossi, I delitti del BarLume, ma anche il film su Leopardi Il giovane favoloso) e che ha investito in quest’area.

Degli Esposti, il cinema italiano sta vivendo un nuovo rinascimento, anche economico. Perché?

«Nel Dopoguerra il cinema italiano era guardato e apprezzato dal mondo. Poi siamo entrati in una fase molto autarchica, abbiamo prodotto più del 90% per noi stessi. Da qualche anno si rivive una stranissima attenzione dal mondo anglofono per la nostra industria, che usciva malandata dal duopolio televisivo con piccoli produttori che non sono mai riusciti a prendere dimensioni come nel resto d’Europa. Ora, però, il vento è cambiato e l’Oscar a Sorrentino è un segnale importante ».

Che cosa c’è di diverso?

«È un momento magico. L’immaginario italiano è diventato di moda: per il cibo, il turismo. Vuol dire che aumentano le responsabilità di chi è protagonista di questo comparto. Siamo rimasti in pochissimi produttori completamente italiani».

E lei ha scelto di uscire dalla Capitale e spostarsi a Reggio Emilia. Un visionario?

«Io sono molto ambizioso e ho detto ‘proviamo’. Il tentativo è quello di spostarci al di fuori di Roma e creare cinema in un tessuto come l’Emilia Romagna che non ha un grande vissuto cinematografico; anche per trovare talenti».

Siete partiti in fretta.

«Sì. Sono in corso in Emilia le riprese di un film di Giorgio Diritti sulla vita straordinaria del pittore Antonio Ligabue. Abbiamo un altro seriale tv Rai che vorremo girare per la prossima stagione, La guerra è finita, storia ambientata nell’immediato dopoguerra. E abbiamo già opzionato libri di autori e vicende ambientate in Emilia».

Le idee non mancano. Cosa vi serve ancora?

«Il tax credit è stata una legge fondamentale dello scorso governo che ci ha dato impulso: raramente c’è stata una coincidenza così veloce tra esigenze del mercato e normative. Ora manca una sintesi regionale per far diventare competitiva l’Emilia Romagna in questo settore. Bisogna che la Regione decida di trovare una strada più industriale, meno occasionale… ».

Si parla di business.

«Certo. Il cinema è uno dei settori in cui è più veloce creare posti di lavoro. La ricerca impiega anni; l’industria dell’immaginario quando parte dà lavoro subito alle maestranze. Il compito ora è della legislazione regionale. Può diventare un bel business: si porta dietro turismo; Montalbano in vent’anni ha decuplicato il turismo nella provincia di Ragusa e ora è diventata l’industria principale».

Perché ha deciso di scommettere sull’Emilia?

«Perché sono bolognese e me ne sono andato vent’anni fa. Vorrei fare qualcosa lì… È un desiderio campanilista ed è sempre l’aggregazione di entusiasmo che crea le cose. E noi di entusiasmo ne abbiamo da vendere».

Come vede le ex Reggiane fra qualche anno?

«Una fabbrica delle eccellenze. So che creeranno lì anche una grande Arena estiva della musica, il Tecnopolo. Noi, da piccolini, abbiamo già cominciato i corsi per formare persone: in produzione, amministrazione e scrittura. La Regione, se apprezza questi sforzi, si deve adeguare dal punto di vista legislativo. Poi vedremo chi sarà più bravo a spuntarla, mi piacciono le sfide».

Benedetta Salsi

IL DENARO NON DORME MAI
LO SPETTRO DI UN PIL AL RALLENTY

IN SETTIMANA usciranno i dati relativi all’andamento della crescita italiana nei mesi primaverili. Le previsioni, mentre sostengono che non ci saranno cambiamenti rilevanti in Europa, annunciano una frenata per quanto riguarda l’Italia. L’aumento del Pil nel secondo trimestre dovrebbe essere stato uguale allo 0,2%. Se questo dato verrà confermato e se sarà mantenuto nei prossimi mesi, la vicenda italiana si complica. Una crescita trimestrale dello 0,2% significa una crescita su base annua dello 0,8%, inferiore persino all’1%, che è considerata la soglia minima al di sotto della quale si va in emergenza perché non tornano più i conti. È presto, naturalmente, per arrivare a conclusioni scoraggianti, ma conviene prenderne nota. In questo momento, stiamo viaggiando sul filo del rasoio. Può essere che il dato definitivo sia più alto dello 0,2%, ma certamente non di molto. Tutto questo dovrebbe spingere il governo verso una politica espansiva, verso misure di sostengo dell’attività produttiva. Invece, dalle proteste che si stanno alzando in questi giorni (soprattutto dal Nord Est, una zona chiave), sembra che stia avvenendo il contrario. Non si ripeterà mai abbastanza che in questo momento la crescita è la priorità assoluta dell’Italia: se essa viene a mancare, o rallenta troppo, il bilancio pubblico finisce a rotoli.

INOLTRE, va messo nel conto che da gennaio finisce anche il sostengo della Bce, che non comprerà più i nostri titoli di Stato. E è difficile che le banche italiane, senza il sostegno della Bce, possano autonomamente farsi carico dei nostri Bot: sono già piene in misura preoccupante. Anzi, proprio da questo deriva parte della lorio debolezza. Tutti sanno che hanno in portafoglio troppi titoli del debito pubblico italiano, e quindi che sono potenzialmente in pericolo. Insomma, l’impressione è che qui si stia velocemente correndo verso un vicolo cieco. La Bce ritira il suo famoso bazooka e la crescita italiana rallenta. Se questo scenario sarà confermato, cosa che sembra assai probabile, i primi mesi del 2019 saranno molto difficili. Senza escludere che i mercati anticipino già da settembre una discreta fuga dal debito italiano (cosa che peraltro sembra essere già iniziata, sia pure in sordina). Ma l’autunno, ormai è appena dietro l’angolo e si vedrà subito che aria tira. Le previsioni dicono che non sarà dolce e profumata.

Di |2018-10-02T09:24:21+00:0031/07/2018|Primo piano|