PRODOTTO CHE FA DISCUTERE

«Il latte è un alimento necessario»
Parola della Fondazione Veronesi
I medici: bevetelo 3 volte al giorno

Alessandro Malpelo

PARMA

MA QUANTO LATTE possiamo consumare? È la domanda che tanti si pongono. La maggior parte delle fonti raccomandano una porzione di latte o derivati almeno, al giorno, diverse agenzie sanitarie arrivano ad ammettere anche fino a tre porzioni al giorno, specificando di prediligere latte e yogurt. Organismi tecnici invitano talvolta a moderare il consumo di latticini grassi, come i formaggi stagionati, in particolare nei Paesi industrializzati e ad alto reddito, nei casi in cui sovrappeso e obesità dilagano. Elena Dogliotti, biologa nutrizionista e supervisore per la Fondazione Umberto Veronesi, rileva come il binomio alimentazione salute sia di stretta attualità, condizionato dalle mode del momento.

«CAPITA COSÌ che alcuni alimenti vengano demonizzati senza un reale fondamento scientifico. È quello che è accaduto al latte e ai suoi derivati, spiega Dogliotti. Le linee guida per una corretta alimentazione sono chiare: latte e yogurt possono trovare posto quotidianamente, nelle giuste quantità, nella dieta di tutti». Il latte, soprattutto nella crescita, è un alimento che fornisce i nutrienti essenziali come proteine nobili, calcio e fosforo, fondamentali per la salute delle ossa in via di sviluppo. «Ascoltiamo sempre la comunità scientifica che offre risposte dettate solo dai risultati raggiunti in anni di approfondite ricerche», afferma Dogliotti. Sulla stessa lunghezza d’onda è Valeria del Balzo dell’Unità di ricerca, nutrizione umana e scienza dell’alimentazione della Sapienza, Università di Roma, che conferma come, in una dieta equilibrata, sia raccomandato un consumo quotidiano di latte per l’importanza dei suoi costituenti. «Le proteine del latte sono nobili perché comprendono tutti gli amminoacidi essenziali», spiega del Balzo.

«QUANDO PARLIAMO in senso lato di grassi – continua la dottoressa – dobbiamo tenere presente che sono costituiti per il 70% circa da acidi grassi saturi: di questi, una buona percentuale è utilizzata come rapida fonte di energia. Inoltre va rimarcata l’importanza del calcio nello sviluppo dell’apparato osseo e la necessità di apportarne un’adeguata quantità con gli alimenti». Il calcio contenuto nel latte contribuisce dunque a soddisfare gran parte del fabbisogno giornaliero, in quanto il legame con la caseina lo rende facilmente assimilabile dalle cellule intestinali. Le aziende del comparto sono impegnate a garantire un latte sicuro, di qualità e che preservi il suo valore nutrizionale e le sue caratteristiche organolettiche.

GRANDE ATTENZIONE viene rivolta al miglioramento continuo dei processi tecnologici industriali utilizzati per i trattamenti termici, lavorando in stretta collaborazione col mondo universitario. Sono stati implementati severi protocolli di analisi e controlli per monitorare costantemente tutto il percorso produttivo, dalla materia prima al prodotto confezionato. In linea con i nuovi stili di vita, la ricerca continua a sviluppare una grande varietà di tipologie di prodotto, dal latte senza lattosio a quello arricchito di preziosi nutrienti come Omega 3, calcio e vitamine e fibre e vitamine. Sono queste e altre le riflessioni emerse in occasione di Cibus Off, riunioni di aggiornamento che ha indagato sul legame sempre più stretto tra alimentazione e salute, e per ribadire l’impegno a tutela del benessere delle persone, che vedeva coinvolti la Fondazione Umberto Veronesi, nell’ambito della ricerca e della divulgazione scientifica, e Parmalat, a sua volta impegnata nella ricerca e sviluppo di alimenti validi e sostenibili anche sotto il profilo ambientale.

 

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA

QUEL PASTICCIO BIANCO DELLE QUOTE

SEMBRA UNA BATTUTA ma pochi casi come quello delle quote latte potrebbero riprodurre fedelmente i problemi che il nostro Paese si ritrova ad affrontare nel delicato rapporto con l’Europa. Il sistema delle quote latte, tecnicamente definite ‘regime di prelievo di produzione’ è finito nel 2015. Ricostruiamone la lunga storia. Era il 1984: nella Ue si stabilì, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe da un mercato di libera concorrenza, che ogni azienda zootecnica da latte avesse una quota massima di produzione oltre la quale non poteva produrre, pena pesanti sanzioni. Il motivo di queste restrizioni era dovuto al fatto che, nella allora Europa comune, venivano prodotte, già negli anni ’70, eccedenze di latte e burro rispetto alla domanda del mercato. Per questo, gli Stati membri si accordarono per autolimitare la propria produzione. E per decidere quanto ogni Paese poteva produrre, presero come riferimento la produzione dell’anno precedente, il 1983, e la divisero per i produttori, assegnando a ognuno una quota. Qui nascono i dolori: l’Italia importava – e importa – una quantità di latte e derivati che arriva quasi a metà produzione. Il nostro Paese, accettando quell’accordo, condannò un settore fiorente e importante a ridursi drasticamente: dal ’90 al 2013 le aziende produttrici di latte sono fortemente diminuite e la produzione di latte italiano si è contratto di oltre la metà. È vero che c’è stata una razionalizzazione con meno aziende ma più grandi, però la quota di dipendenza italiana dalle importazioni dei nostri fornitori esteri, Francia e Germania in primis, è diventata cronica e strutturale. Le regole sulle quote latte normavano il più importante settore agricolo europeo, 650mila aziende lattiero casearie, 55 miliardi di euro di produzione, e il 13% dei ricavi dell’agricoltura italiana. Cosa accadde è purtroppo noto alle cronache. Fatta la legge…

L’ITALIA SFORÒ le quote latte ininterrottamente dal 1995 fino al 2009. I produttori ‘in difetto’ hanno avuto tutte le possibilità di regolarizzare la loro posizione attraverso adeguate rateizzazioni, cosa che è avvenuta per la maggior parte degli allevatori italiani che hanno rispettato le quote di produzione o le hanno acquistate (a caro prezzo), oppure hanno pagato i prelievi sulle eccedenze in caso di superamento dei limiti. Purtroppo, pochi migliaia di allevatori hanno ignorato le regole (aiutati da una ‘tutela’ politica che ha in parte legittimato queste posizioni). Così le quote latte fissate a Bruxelles, oltre a danneggiare gravemente la nostra zootecnia, hanno costretto i cittadini italiani a pagare. La sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue ha condannato l’Italia per non aver recuperato 1,3 miliardi di euro dai produttori lattieri ‘in difetto’ tra 1995 e 2009. La Commissione stima che, su oltre 2,3 miliardi di euro, oltre 1,75 miliardi non siano ancora stati rimborsati dai singoli produttori che hanno commesso le violazioni. Una parte dell’importo è considerato perso o rientra in un piano a tappe di 14 anni, ma la Commissione stima che restino da recuperare ancora 1,34 miliardi. Un conto salato e un’eredità pesante che non giova a un comparto produttivo, come quello italiano, che pur vanta le eccellenze lattiero casearie più importanti nei mercati internazionali.

davide.gaeta@univr.it

Di |2018-05-15T15:03:19+00:0015/05/2018|Focus Agroalimentare|