PRODOTTI MOLTO DIFFUSI

Nelle polizze 120 miliardi di euro
La sentenza della Cassazione
non spaventa i Paperoni d’Italia

Andrea Telara

MILANO

SONO O NON SONO dei veri contratti assicurativi? È l’interrogativo che circola dagli inizi di maggio tra gli addetti ai lavori del private banking e dell’intero settore finanziario, riguardo alle polizze del ramo III, meglio note come index o unit linked. Tutto è partito da una sentenza della Cassazione che ha dato ragione a un risparmiatore in un contenzioso contro una compagnia assicurativa. I magistrati hanno stabilito che le polizze sulla vita sono da considerarsi tali soltanto se sono in grado di garantire la restituzione dell’intero capitale versato. Dunque, poiché l’investitore in questione ha subito delle perdite inaspettate, ha diritto a un indennizzo.

IL PRONUNCIAMENTO ha fatto molto discutere soprattutto per una ragione: le polizze assicurative sono prodotti in cui gli italiani investono abitualmente una montagna di soldi, ben 21 miliardi di euro soltanto nel primo trimestre 2018. Tra i maggiori acquirenti ci sono gli investitori di fascia medio alta, quelli che hanno una ricchezza superiore a 500mila euro a testa e si rivolgono di solito alle strutture di private banking dei maggiori gruppi bancari e delle reti di consulenti finanziari. Secondo le stime dell’Associazione italiana private banking (Aipb) i «Paperoni» d’Italia hanno destinato finora ai prodotti assicurativi ben il 16% del loro patrimonio, per un totale di oltre 120 miliardi di euro. Non a caso, appena è circolata la notizia del pronunciamento dei giudici, l’Aipb ha diffuso una nota per rassicurare tutti i grandi investitori che hanno messo i loro soldi nelle polizze del ramo III.

«LA SENTENZA della Cassazione non fa venir meno alcune qualità tipiche di questi prodotti assicurativi, cioè la insequestrabilità e impignorabilità del capitale investito e l’esenzione totale dall’imposta di successione», ha fatto sapere l’Aipb. Dello stesso parere è l’Ania, l’associazione nazionale delle imprese assicuratrici guidata da Maria Bianca Farina, secondo la quale «la sentenza della Cassazione si riferisce a una vicenda molto specifica, caratterizzata per lo più dalla presenza di una società fiduciaria». Il pronunciamento dei giudici, insomma, per l’Ania non può essere generalizzato a tutti gli altri contratti. A questo proposito, va ricordato che polizze vita acquistate in Italia con un obiettivo di investimento, si dividono principalmente in due categorie: ci sono i contratti più tradizionali, classificati come prodotti del ramo I, che investono i soldi degli assicurati in titoli di Stato o in obbligazioni di alta qualità e offrono sempre la garanzia di rimborso del 100% della somma versata alla scadenza. Poi ci sono le polizze del ramo III, che hanno dei rendimenti legati a quelli di alcuni fondi d’investimento (unit linked) o di alcuni indici di Borsa (index linked). I prodotti del ramo III non offrono la garanzia di restituzione del capitale; se i fondi o gli indici sottostanti la polizza hanno delle performance negative, l’assicurato perde soldi. Proprio per questa ragione, oggi si dibatte sulla natura realmente assicurativa dei contratti del ramo III.

MENTRE si attende un po’ più di chiarezza su questo tema, nelle reti dei consulenti finanziari, nelle filiali delle banche e pure negli uffici postali le polizze unit linked vanno ancora a ruba. Negli sportelli delle Poste, per esempio, la raccolta di questo tipo di prodotti durante il primo trimestre del 2018 è quasi triplicata rispetto allo stesso periodo del 2017, registrando un incremento del 197%. Presentando i dati, l’amministratore delegato di Poste Italiane ha detto che la sentenza della Cassazione «non cambia le strategie di business della società» che comunque, nonostante la crescita dell’ultimo trimestre, è al momento uno degli intermediari meno esposti sul mercato a questi prodotti.

 

Contro corrente di ERNESTO PREATONI

LO SPAURACCHIO DELLO SPREAD

UNO DEI PUNTI CENTRALI del ‘contratto’ fra Lega (nella foto Matteo Salvini) e Cinquestelle riguardava la cancellazione dei 250 miliardi di Btp acquistati dalla Bce. La proposta è stata ritirata perché nel frattempo la Borsa era caduta e lo spread si era impennato. Un copione ben noto. Tutte le volte che si apre il dibattito sul futuro dell’Italia nella moneta unica, si guarda solo alle reazioni del mondo della finanza. Pochissima attenzione agli aspetti economici e sociali. L’Italia, nonostante il ciclo economico sia al culmine degli ultimi 4 anni, è ancora indietro di oltre 5 punti di Pil rispetto al 2007. La disoccupazione è raddoppiata e abbiamo perso un quarto della produzione industriale. L’Istat comunica che dal 2013 a oggi l’emigrazione è triplicata. Questi elementi, però, vengono trascurati quasi che l’euro fosse una fede di cui non è possibile dubitare. Senza accorgersi che, nel frattempo, le diseguaglianze sono esplose. I ricchi sono sempre più ricchi, grazie anche all’andamento dei listini: dall’inizio dell’anno la Borsa è salita dell’8%, che si aggiunge al 15,5% dell’anno scorso. Tassi d’interesse molto bassi hanno reso meno rischiosi gli investimenti finanziari. Naturale che le élites facciano il tifo per l’euro e non vogliano cambiare nulla.

DALL’ALTRA PARTE abbiamo l’avanzata della povertà: oggi quattro milioni di persone si trovano in condizioni di indigenza assoluta. Siamo tornati alla situazione dei primi anni ’60. Vedo, finalmente, che qualcuno all’interno del mondo politico comincia a occuparsi questi aspetti sociali ed economici senza soffermarsi solo sugli aspetti finanziari come accaduto da Monti in avanti. Non mi stanco di ripetere che, senza una sterzata, l’Italia è destinata alla desertificazione. Le uniche attività economiche saranno l’agricoltura e il turismo. Le industrie e la ricchezza si sposteranno altrove, soprattutto in Germania. Mi domando: i nostri figli che giudizio daranno di noi? Abbiamo rovinato la loro esistenza per paura dello spread che sale e delle Borse che crollano.

Di |2018-10-02T09:24:32+00:0022/05/2018|Dossier Economia & Finanza|