PRIVATE BANKING

Grandi patrimoni e successioni
Un tesoro da mille miliardi
gestito da 17mila consulenti

Andrea Telara
MILANO

E’UN ESERCITO di quasi 17mila professionisti che gestiscono un patrimonio complessivo di oltre 912 miliardi di euro, per conto di quasi un milione e 100mila clienti. Ecco, in sintesi, la fotografia del settore del private banking e del family office in Italia. Si tratta di quell’insieme di servizi che le banche e le reti di consulenza finanziaria offrono agli investitori di fascia medio-alta, quelli che dispongono di una ricchezza di una certa consistenza, superiore a 500mila o a un milione di euro a testa. Qualsiasi gruppo bancario nel nostro Paese oggi ha una sua struttura di private banking, mentre sono nate anche diverse realtà indipendenti, soprattutto nel segmento dei family office, dove operano società specializzate nel gestire i patrimoni appartenenti a famiglie benestanti. Negli ultimi anni, mentre l’intera industria del risparmio gestito viaggiava a gonfie vele, il settore del private banking è stato indubbiamente l’area di mercato che ha registrato i tassi di crescita più alti (+100% in dieci anni), grazie soprattutto a due fattori.

IL PRIMO è una certa polarizzazione della ricchezza che, nei Paesi occidentali impegnati a fronteggiare la crisi economica, ha visto la fascia di popolazione benestante diventare ancor più benestante di prima. Il secondo fattore è una naturale evoluzione del mercato, in cui molti grandi investitori si rivolgono con maggior frequenza a consulenti finanziari e gestori professionali del risparmio. Mentre i rendimenti degli immobili sono scesi e quelli delle obbligazioni sono letteralmente crollati a causa del calo dei tassi d’interesse, i nostri connazionali con molti soldi da investire sono andati alla ricerca di alternative, affidandosi appunto ai prodotti finanziari come le polizze vita o i fondi comuni offerti dalle reti del private banking.

OGGI QUESTO SETTORE è concentrato soprattutto nelle mani di una decina di grandi gruppi, che da soli controllano il 51,7% del mercato, gestendo oltre 470 miliardi di euro. I dati sono della società di ricerca e consulenza Magstat e sono aggiornati alla fine del 2017 ma, molto probabilmente, sono cambiati poco negli ultimi mesi. Il leader di mercato è Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking, con ben 151,4 miliardi di euro in gestione, seguito da Unicredit Private Banking con 63,5 miliardi. Al terzo posto si piazza Banca Aletti, il polo del private banking del gruppo Banco Bpm che gestisce circa 39 miliardi. Fanno parte della top five anche Banca Generali che, per conto della cosiddetta clientela private, amministra patrimoni per oltre 35 miliardi, più o meno in linea con le dimensioni di Ubi Top Private, la divisione di Ubi Banca dedicata agli investitori di fascia alta.

ANCHE GLI OPERATORI di mercato meno tradizionali puntano con decisione sulla fascia di clientela più abbiente. È il caso di Fineco, che nel segmento del private banking gestisce oltre 27 miliardi di euro, una somma che rappresenta ormai oltre un terzo di tutte le attività finanziarie della banca. Il private banking, insomma, è diventato per molti gruppi finanziari una gallina dalle uova d’oro. Il perché non è difficile da capire. I dati dell’associazione di categoria del settore, l’Aipb, rivelano infatti che ben il 77% clienti bancari di fascia alta si dichiara soddisfatto dei servizi ricevuti e instaura con il loro consulente di fiducia un rapporto di lungo termine, che non si limita alla sola gestione del portafoglio finanziario ma si estende anche al patrimonio immobiliare o al campo assicurativo. Senza dimenticare, infine, l’assistenza che i family office e i private banker offrono in materia di eredità e successioni, quando vi è la necessità di trasferire il patrimonio tra una generazione e l’altra della famiglia.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
L’EUROSCETTICO CHE NON TI ASPETTI

L’EUROSCETTICO che non ti aspetti. Si tratta di Carlo Cottarelli (nella foto), ex responsabile per la revisione della spesa pubblica e, nella scorsa primavera, candidato premier. Alcuni giorni fa ha rilasciato un’intervista nella quale mi riconosco completamente. Sostiene, infatti che la moneta unica ha fermato la crescita. «Senza l’euro, l’Italia sarebbe cresciuta di più negli ultimi 20 anni. Qualcosa è andato storto», ha dichiarato. A trarre beneficio da questa situazione è stata la Germania che ha saputo sfruttare i vantaggi competitivi del suo sistema industriale. L’Italia, invece, è rimasta indietro avendo strutturalmente una produttività inferiore a quella tedesca. Un tempo compensava la differenza con la svalutazione della moneta. Dopo l’euro, l’operazione non è più stata possibile e questo ha provocato disoccupazione e bassa crescita. Si tratta esattamente delle stesse conclusioni cui sono arrivato io nello studio sulle conseguenze dell’euro (www.ernestopreatoni.com/studio- oggettivo-sugli-effetti-delleuro- italia), Cottarelli conosce bene questo lavoro perché ho avuto il piacere di parlarne insieme. Ci eravamo trovati d‘accordo su diversi aspetti. A cominciare dal fatto che era stata un’illusione pensare che, adottando la stessa moneta della Germania, saremmo diventati come i tedeschi.

PURTROPPO – o per fortuna – non lo siamo diventati: e, se è pur vero che loro sono stati più furbi e più efficienti a sfruttare meglio una moneta unica disegnata sul vecchio Marco, bisogna anche considerare che il nostro Paese è sempre alle prese con una questione (economica) meridionale difficile da risolvere, che zavorra la crescita. Con la grande crisi tutti gli alibi sono caduti. Ricordo che Cottarelli mi disse: «Non doveva finire necessariamente così, ma è finita così». Forse pensa che ci sia ancora tempo per rimediare, pur non nascondendosi i problemi. Io, invece, non ho dubbi: il tempo dell’euro è scaduto. Meglio che i governi si siedano ad un tavolo per discutere la rottura ordinata della moneta unica.

Di |2018-10-02T09:24:17+00:0024/09/2018|Dossier Economia & Finanza|