Campi monitorati dal satellite:
il pomodoro punta sull’innovazione
«Ma i prezzi sono troppo bassi»

Lorenzo Frassoldati
BOLOGNA

IL BELPAESE della pummarola. La filiera del pomodoro da industria italiana (dai campi alle aziende conserviere che producono pelati, passate e concentrato) vale 3,2 miliardi di euro, è una delle più importanti per il comparto agroalimentare nazionale, con un peso importante nell’export (più di 1,5 miliardi nel 2017). Siamo il secondo produttore al mondo dopo la California e pure leader nell’export di polpe e pelati, con una quota pari al 70% di tutto il commercio mondiale (principali clienti esteri Germania, Gran Bretagna e Francia). Il 50% del pomodoro in Europa si lavora in Italia. Il 14% della produzione mondiale di pomodoro si fa in Italia. L’Emilia-Romagna, anche nel 2018, è stata la regione con la quota più consistente di superfici coltivate a pomodoro da industria pari a 24.140 ettari (Piacenza con 9.962 ettari è capofila).

NEL 2019 sono stati messi a coltura – informa Anicav (l’associazione delle industrie conserviere – 64.528 ettari di pomodoro con un incremento del 6,4% rispetto al 2018. Il problema è che accanto a questa leadership produttiva e di qualità, da tutti riconosciuta, c’è il problema della redditività per i coltivatori, affidata a trattative sul prezzo (diverso da Nord e Sud Italia) che ogni anno alimentano polemiche e contrasti.

L’ANALISI di Giorgio Mercuri, presidente Alleanza Cooperative Agroalimentari: «La campagna 2019-2020 ha visto un calo produttivo del 20% al nord e di circa il 5 % al sud. Siamo l’unico paese che produce pomodori pelati e pomodorini in scatola, siamo il paese che detiene i marchi più importanti nei trasformati di pomodoro. Bisogna sempre più qualificare la produzione italiana a livello internazionale, valorizzare il trasformato per qualificare e rendere sostenibile il settore». Purtroppo – continua Mercuri – «il pomodoro italiano negli ultimi anni è stato associato a sfruttamento e caporalato, è un immagine che dobbiamo cancellare. Oggi una bottiglia di passata costa meno di un caffè, un chilo di pomodoro in campagna viene pagato 10 centesimi, un prodotto troppo povero per resistere nel tempo e mantenere l’origine italiana ».

«IL QUADRO che emerge dalla retrospettiva degli ultimi anni è molto buio – spiega Giovanni Lambertini, presidente della sezione Pomodoro da industria di Confagricoltura Emilia Romagna – Le aziende agricole, quando è andata bene, hanno a mala pena coperto i costi produttivi, anche la scorsa campagna si è chiusa in perdita e gradualmente si va verso un nuovo orientamento delle produzioni destinando minori superfici a pomodoro ». A conferma il trend delle superfici che vede una progressiva disaffezione alla coltura con un calo, nel 2018, del 6% degli ettari dedicati. «Avanti così e la filiera non reggerà», rimarca Lambertini. Tutto il mondo produttivo chiede una giusta marginalità a fronte della crescente qualità del prodotto. A essere sotto attacco sono i parametri delle tabelle qualitative, che ogni anno alimentano discussioni e contrasti.

INTANTO si lavora sull’innovazione. Tra le ultime novità la posssibilità di monitorare dall’alto i campi, con le immagini del satellite, per migliorare la gestione della produzione del pomodoro da industria del Nord Italia. È l’obiettivo che si pone il Goi (Gruppo operativo per l’innovazione) che vede come capofila l’Organizzazione interprofessionale (OI) del pomodoro da industria del Nord Italia e che ha ottenuto un finanziamento di 167mila euro dalla Regione Emilia-Romagna (su un progetto complessivo del valore di 235mila euro) nell’ambito del Psr, il Piano di sviluppo rurale 2014-2020, classificandosi al primo posto nella graduatoria finale del comparto ortofrutticolo.

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA
CONTRATTI DI FILIERA GARANZIA DI QUALITÀ

IL MODERNO sistema agro-alimentare ricorre sempre più, con successo, ai contratti di filiera. Un modello intelligente e, oserei dire, etico, di gestire il mercato dell’approvvigionamento di materie prime agricole, garantendo entrambe le parti della negoziazione; gli agricoltori che vedono così riconoscersi un equo prezzo e soprattutto la certezza di garantirlo per il futuro, trattandosi per lo più di contratti pluriennali; le aziende di trasformazione e commercializzazione, perché con un siffatto accordo possono essere certi della materia prima di lavorazione, richiedere standard di qualità adeguati, prevedere controlli di sostenibilità conformi alla filosofia aziendale ed evitare aste al rialzo di prezzo. Il pomodoro, specie da industria, è stato un precursore ed è un esempio felice in questo senso. Le principali società del settore sottoscrivono contratti di fornitura della durata di tre anni, rappresentando così un modello per la filiera in Italia e riconoscendo per il pomodoro un prezzo equo, cioè basato sugli effettivi costi sostenuti per rispettare il disciplinare di produzione previsto dall’accordo. Il prezzo del pomodoro viene così ad essere definito: da un prezzo base calcolato in relazione al conto colturale; da un aumento/diminuzione del prezzo base per aggiornamento annuale del conto colturale e da un premio/sconto qualità in funzione dei parametri qualitativi.

TRA I TANTI effetti positivi dei contratti di filiera è stato giustamente richiamato il suo valore etico sul mercato. Difatti esso è raggiunto sia perché equilibra i rapporti di forza tra le parti, tendenzialmente asimmetrici, sia perché tutela le forze lavoro impiegate nel settore e quindi il mercato. Significativa, in proposito, la questione del rischio caporalato, già citata dal ministro dell’Agricoltura Bellanova come piaga sociale di alcuni settori agricoli. I contratti di filiera consentono infatti la meccanizzazione del processo specie di raccolta. Le aziende di trasformazione preferiscono la raccolta meccanica che è prevista nei contratti di filiera per lo più come unica forma di raccolta del pomodoro in quanto garantisce una migliore qualità del prodotto. In termini pratici una macchina raccoglitrice impiega tre/quattro addetti e fa il lavoro di circa 40 braccianti. Si ricorre alla raccolta manuale soltanto in campi con alta presenza di pietrisco di grosse dimensioni e viene amplificata a seguito di forti piogge, allorquando l’agricoltore si vede costretto a raccogliere il pomodoro ormai maturo. La raccolta a mano è ancora utilizzata per alcune specifiche produzioni, come ad esempio il pomodoro San Marzano Dop e per gran parte del pomodorino, per il quale, tuttavia, è in corso un importante processo di conversione a raccolta meccanica.

Davide.gaeta@univr.it