La patata punta sull’eccellenza
Meno consumi, più qualità

Produzione in calo e bilancia con l’estero in rosso

È l’ortaggio più amato dopo il pomodoro
Prezzi in recupero negli ultimi due anni

di Lorenzo Frassoldati
BOLOGNA

Da almeno 170mila anni l’uomo cuoce bulbi e tuberi. E’ stato scoperto in Sudafrica, nella Border Cave sui Monti Lebombo, il più antico esempio di cottura di alcune piante amidacee. Rizomi (categoria che comprende anche le parti della pianta che sono sotto terra), un po’ come le patate. E, nel ricchissimo paniere di eccellenze del food italiano, la umile patata – l’ortaggio più consumato dagli italiani dopo il pomodoro – annovera ben sei marchi di origine di eccellenza comunitari, legati ai territori più vocati per la coltivazione di questo tubero. Si va dalla Patata di Bologna Dop (varietà Primura) registrata già nel 2010, alla Patata della Sila Igp, coltivata sull’Altopiano silano tra Cosenza e Catanzaro, alla Patata dell’Alto Viterbese Igp , alla Rossa di Colfiorito Igp sull’Appennino umbro-marchigiano, alla Novella di Galatina Dop nel Salento per finire con la Patata del Fucino Igp in Abruzzo. La produzione negli ultimi anni varia dai 13 ai 15 milioni di quintali, tra patate novelle, da consumo fresco e tuberi destinati all’industria, in forte calo rispetto a 20 anni fa (erano 20 milioni i quintali). I consumi sono in flessione da diversi anni, a causa di diversi fattori, non ultimo la spinta verso il wellness e stili di consumo considerati più ‘dietetici’. La bilancia con l’estero è da sempre in rosso: la produzione nazionale non è sufficiente rispetto ai consumi delle famiglie e alle necessità dell’industria di trasformazione, tant’è che siamo costretti ad importarne dai 5 ai 7 milioni di quintali all’anno, principalmente da Francia e Germania. Le superfici complessive destinate alla pataticoltura sono anch’esse calate negli ultimi due decenni, passando da 70 a 50mila ettari. I prezzi negli ultimi due anni hanno recuperato. «Causa l’andamento climatico le rese in produzione delle patate del 2019 sono state inferiori rispetto alla media dei 5 anni di circa il 10%. Anche in Nord Europa causa la siccità primaverile e le temperature alte le rese sono state inferiori al previsto», è l’analisi Davide Pasini responsabile ortaggi di Patfrut, grande cooperativa tra Bologna e Ferrara specialista in patate e cipolle. La produzione stimata in Italia è di 1,3 milioni di tonnellate, a fronte di oltre 2 milioni/ tons consumate. «La sfida pertanto – continua Pasini – è di dare il giusto valore alla produzione in un mercato messo continuamente sotto pressione dalla concorrenza di produzioni estere. Se le condizioni commerciali e qualitative rimarranno stabili nei prossimi mesi, come è lecito pensare, sarà possibile liquidare ai produttori il prezzo di riferimento della Borsa Patate di Bologna di 0,32 euro al chilo». Nello scorso dicembre la Borsa Patate felsinea (produttori e commercianti) ha aggiornato il prezzo delle patate destinate allo stoccaggio, alla luce della disponibilità nel mercato a livello europeo e nazionale. Si è deciso di fissare il prezzo di riferimento delle patate in conto deposito proprio a 0,32 euro al kg per il prodotto di prima qualità. Si tratta, per il secondo anno consecutivo, del prezzo più elevato mai fissato per il prodotto patata, «che premia la valorizzazione fatta nell’ambito del contratto quadro con le produzioni di elevata qualità quali Selenella e Patata di Bologna Dop, prodotti presenti sul mercato e riconosciuti ormai come top di gamma per le patate fresche», dice una nota della Borsa.

Coltiviamo il futuro

Una legge per tutelare l’agricoltura contadina

di Davide Gaeta

Esistono tante agricolture distribuite in altrettanto variegate forme di impresa, in Europa come in Italia, le cui dimensioni spesso sfuggono al lettore ma che servono a dare idea di quale patrimonio economico e culturale stiamo parlando. Gli ultimi dati Istat ci informano per esempio che, accanto a imprese agricole totalmente inserite nel mercato agribusiness, ad alto impiego di capitali e tecnologie, e fortemente impegnate nel mercato internazionale, prevale un modello di piccole e piccolissime fattorie, distribuite in tutto il territorio ma con grande prevalenza dell’alta collina e montagna. Queste micro imprese, per lo più a prevalenza familiare (più dell’80%), si sostengono grazie ad un’agricoltura multifunzionale, al part time dell’agricoltore, alla coltivazione di prodotti orticoli e frutta, carni e formaggi, vino e olio ed hanno la preziosa funzione di presidiare il territorio contrastando l’abbandono, il degrado del suolo ed il conseguente rischio di dissesto idrogeologico. In Italia, su oltre un milione e centomila aziende censite, quasi la metà, 469mila, è condotta da agricoltori sopra i 65 anni, mentre le aziende gestite da giovani sotto i 35 anni sono appena 50mila circa. Eppure il contributo di queste imprese, oltre all’attività di presidio del territorio, è stimato pari a quasi un terzo della produzione agricola totale e copre più di un quarto della superficie agricola italiana. Non esiste, nell’Unione Europea e nel nostro ordinamento, una specifica forma di tutela di questo tipo di agricoltura, se non la qualifica di coltivatore diretto che non è tuttavia legata alle dimensioni aziendali. Sarebbe davvero preziosa una legge specifica che riconoscesse il contributo di queste particolare attività contadine e le proteggesse. Vi sono alcune proposte di legge alla Camera ma l’iter appare ancora lungo e, come spesso accade, altre emergenze rischiano di spostare le priorità. Davide.gaeta@univr.it