PIANETA FORMAGGI

Parmigiano Reggiano da record
Vola il consorzio Granterre
«Un anno da incorniciare»

Luigi Manfredi
MODENA

PER IL Parmigiano Reggiano il 2018 è stato l’anno dei record: i 3.7 milioni di forme prodotte rappresentano il livello più elevato nella storia della nostra eccellenza. Alla performance produttiva sono associati anche numeri importanti sul fronte economico: con un giro d’affari complessivo di quasi 4 miliardi (tra produzione e consumo) e un export che vola. Se dal comparto complessivo scendiamo nel dettaglio delle singole realtà, gonfiano il petto anche al Consorzio Granterre che nel sessantesimo anniversario (la fondazione fu il 13 gennaio 1959 a Modena) ha chiuso l’ultimo bilancio con risultati – fatturato, utile, dividendo e storni – positivi.

RISULTATI che derivano principalmente dall’attività della controllata Parmareggio, la società con sede a Modena e stabilimento a Quattro Castella di Reggio Emilia che commercializza il formaggio, i cui dividendi hanno permesso al Consorzio di chiudere il 2018 con un utile netto di circa 9,6 milioni di euro, in leggera crescita rispetto al 2017, con un patrimonio netto che supera i 95 milioni. Granterre – che ha recentemente dato vita assieme a Union al Gruppo Bonterre – controlla l’intera filiera del Parmigiano Reggiano (dal produttore al consumatore) coinvolgendo oltre 700 produttori di latte operanti principalmente nel territorio modenese, i quali conferiscono la materia prima ai 13 caseifici associati (automaticamente affiliati al Consorzio del Parmigiano Reggiano e sparsi nei territori d’elezione). I prodotti sono infine collocati sul mercato da Parmareggio (leader nei pezzi e bocconcini di formaggio, nei grattugiati e nel burro, al secondo posti nelle fettine e al terzo nei formaggini).

I NUMERI, allora. Le forme conferite nel 2018 hanno superato le 350mila (+ 12%). Parmareggio dal canto suo ha segnato un fatturato di oltre 365 milioni (+ 8.3%) con una quota di 70 milioni ricavata dall’export (+ 24.5%). L’utile netto ha superato i 10.3 milioni. In particolare i prodotti a marchio Parmareggio hanno raggiunto un fatturato di 184 milioni (+ 8.5%) di cui 38 provenienti dalle esportazioni (+ 22.6%). Fra i tanti prodotti, l’ABC della merenda si è collocato al secondo posto delle merende refrigerate. Sono numeri che consentiranno la destinazione ai soci Granterre di 4.7 milioni di dividendi e di ristorno. «E’ stato un 2018 senz’altro da incorniciare – spiega l’ad di Parmareggio, Giuliano Carletti –: l’utile netto superiore ai 10,3 milioni di euro è il risultato migliore della nostra storia, e la crescita del fatturato del +8%, in un mercato sostanzialmente stagnante, è un dato molto positivo. Merito di un export che è cresciuto del 24,5% sul 2017, contribuendo per il 50% a questo risultato».

ARCHIVIATO il 2018, è già tempo di pensare alle sfide del 2019: «Quella principale è cominciare ad attivare tutte le potenzialità che derivano dalla nascita del Gruppo Bonterre, per perseguire quel rafforzamento in Italia e all’estero del nostro essere lo specialista di riferimento del Parmigiano Reggiano, e del burro». L’anno è peraltro cominciato con una preoccupazione per le recenti ondate di maltempo che hanno di fatto compromesso il primo taglio del foraggio: «Il rischio – ha affermato il presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, Nicola Bertinelli – è il calo drastico della produzione di latte e formaggio ». Anche a Granterre l’attenzione è alta: «Il maltempo – chiosa Carletti – influisce purtroppo in modo importante sulle colture di foraggio, ed è sempre più difficile riuscire a programmarne la raccolta ».

Botta e risposta
LUCI E OMBRE DELLA PAC

CHE LA RESPONSABILITÀ della crisi dei produttori di latte della Sardegna possa essere imputata all’Europa mi sembra paradossale. E sono stanco di vedere l’Unione europea additata come capro espiatorio di tutto quello che non va. Il collega Davide Gaeta, nell’articolo pubblicato su queste pagine il 13 maggio scorso dal titolo ‘Il fallimento della Pac’, evoca infatti proprio la crisi del latte ovino per esprimere un giudizio critico sull’intera Politica agricola comune (Pac), e in particolare sul sistema delle quote latte – che tra l’altro nulla hanno a che fare con il latte ovino – ma anche per criticare il Parlamento Ue, che per «ragioni elettorali» avrebbe posticipato il varo della riforma della Pac.Voglio ricordare che proprio l’Europa con il ‘pacchetto latte’, prima, e poi con il recente regolamento Omnibus di cui sono stato relatore, ha dato l’opportunità ai consorzi di tutela di programmare la produzione, in deroga alle regole sulla concorrenza, per gestire le fluttuazioni dei prezzi. Se oggi il Parmigiano reggiano o il Grana padano godono di prezzi remunerativi e stabili è grazie a queste regole europee. Credo che l’Europa vada trattata con maggiore rispetto. Certo, molte cose si possono e si debbono migliorare, ma per farlo bisogna lavorare e, soprattutto, avere dei rappresentanti nelle istituzioni Ue che sappiano portare avanti con tenacia e umiltà gli interessi del nostro Paese. Puntare ogni volta l’indice contro Bruxelles oggi va purtroppo di moda, ma non porta a nulla.

Paolo De Castro, ordinario di Economia e politica agraria, Università di Bologna, e vicepresidente Comagri del Parlamento europeo

FA BENE il collega de Castro a difendere il suo prezioso operato in questi anni a Bruxelles, un po’ meno bene a non cogliere che il riferimento del sottoscritto alla crisi del latte della Sardegna era collegato alla scarsa visibilità mediatica del tema. Lungi dallo scaricare sull’imputato Europa ogni responsabilità è vero tuttavia che almeno di concorso di colpa è giusto parlare. Il modello di intervento della politica agricola europea, per anni basato sul sostegno alla produzione anziché alle strutture produttive, ha generato mostri, in primis nelle eccedenze, che sono costati miliardi ai cittadini europei ed italiani e non hanno migliorato i redditi degli agricoltori.

Davide.gaeta@univr.it

Di |2019-05-20T09:11:59+00:0020/05/2019|Focus Agroalimentare|