Confetti, un’antica dolcezza
Non ci sono solo le cerimonie
per la specialità nata nei borghi

ROMA

UNA DOLCEZZA antica. Per alcuni storici, il confetto affonda le radici addirittura in epoca romana, ai tempi dell’imperatore Tiberio. Già in origine erano utilizzati per celebrare occasioni importanti: non essendo stato ancora scoperto lo zucchero, si usava il miele e si produceva un composto dolce, fatto di miele e farina, che avvolgeva la mandorla. Per altri, la storia di questa prelibatezza inizia nel XIII secolo: i mercanti di Venezia portarono dall’Impero bizantino mandorle (ma anche anici e semi di coriandolo) ricoperti da uno strato di miele indurito, da gustare come bon bon (da cui bomboniera, scatoletta preziosa in cui venivano contenuti i dolcetti). La specialità sarebbe stata legata fin da subito al festeggiamento per il carnevale. Appannaggio, va da sé, delle famiglie nobili.

MA IL CONFETTO come lo conosciamo oggi, quindi con lo zucchero attorno e la mandorla dentro (meglio se d’Avola, visto che le mandorle americane sono più adatte agli snack), fa la sua comparsa nel 1400 circa, a Sulmona, cittadina in provincia dell’Aquila, in Abruzzo. In particolare, presso il Monastero di Santa Chiara, con dei fili di seta venivano legati dei confetti per decorare fiori, grappoli, spighe, rosari. L’antica tradizione nella confetteria fa di Sulmona la più antica fabbrica nostrana di confetti e rende questa specialità qualcosa di tipicamente made in Italy. In generale, il tessuto di aziende del settore è molto parcellizzato: si tratta di realtà artigiani, con sedi sparse su tutto il territorio nazionale, anche se il Sud la fa da padrone. Non stupisce dunque che i confetti – protagonisti del comparto confetteria insieme alle caramelle, dure e gommose, alle chewingum e al torrone, tanto per capirci – sviluppino un giro d’affari più che interessante.

GLI ULTIMI DATI Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane guidata da Mario Piccialuti) parlano di un valore della produzione della confetteria considerata nel suo insieme che supera il miliardo e 100 milioni di euro, per 98mila tonnellate di dolciumi sfornati ogni anno (+1,8% sul periodo precedente). Il consumo pro capite in Italia di questi prodotti è di circa 1,6 chilogrammi all’anno. L’export può contare su circa 48mila tonnellate di specialità vendute fuori confine, che generano circa 180 milioni di euro di giro d’affari. Ma chi sono i maggiori consumatori di confetti e caramelle italiane? Nel 2016 prima si è confermata la Germania, con 7.246 tonnellate di prodotti made in Italy, per un giro d’affari di 28 milioni di euro, oltre un sesto del totale. Seguono Stati Uniti, protagonista di un inaspettato boom del 33% con oltre quattromila tonnellate, e Francia con 3.700 tonnellate.

IL VECCHIO CONTINENTE, comunque, continua a trainare il carro, assorbendo quasi l’80% delle produzioni nostrane; il mercato americano consolida la sua seconda posizione con una fetta dell’11% in volume, mentre si assottiglia la quota dell’Asia, con il 5,4%. Residuali Oceania e Africa. Facendo un raffronto sul decennio, il volume delle esportazioni di prodotti di confetteria ha visto un incremento del 57% dei volumi e di ben l’82% di valore. Sono cresciute anche le importazioni, ma con un trend più contenuto.

 

L’uomo è ciò che mangia

di DAVIDE GAETA

POLITICA AGRICOLA UE
IL SILENZIO NELL’URNA

TRA I TEMI che animano i dibattiti della campagna elettorale italiana stupisce la ridotta attenzione che viene dedicata, più o meno trasversalmente, ai programmi per le politiche agricole e dello sviluppo rurale. Lo stupore è dettato da almeno due ragioni: la prima è che, paradossalmente, i Ministeri di Agricoltura e Ambiente esercitano ruolo mediatico crescente nell’opinione pubblica. La seconda è dettata dal peso consistente che la spesa pubblica svolge nel confronto del sistema agro-alimentare. Per i non addetti ai lavori si ricorderà che l’Europa Unita nacque proprio intorno all’agricoltura nel lontano 1957 con quella sigla che si chiamerà Pac (Politica Agricola Comune) e che mise d’accordo tutti i Paesi costituendi. Da allora, sul totale della spesa europea, la quota dedicata al sostegno del settore primario ha ricoperto un ruolo importante, seppure in decrescita, da oltre il 50% a circa il 38% di oggi. Di fatto, il regolamento sul Quadro finanziario pluriennale dell’Unione Europea (2014-2020) consente una spesa massima di (circa) 960 miliardi di euro, mentre la spesa per la crescita sostenibile nel settore dell’agricoltura e dello sviluppo rurale è fissato a (circa) 373 miliardi di Euro (con una media di circa 53 miliardi annui). Come mai una cifra apparentemente così importante? Quando nacque la Pac, l’occupazione del settore era molto più consistente e quindi anche il suo peso elettorale. Il sistema si presentava in squilibrio reddituale rispetto ad altri comparti e richiedeva un’azione di riequilibrio. Ultimo, ma non meno importante, il ruolo dell’agricoltura era ed è strategico all’approvvigionamento alimentare (erano gli anni post-bellici) e alla preservazione ambientale, due beni pubblici ad alta esternalità. Nel tempo, sebbene l’intervento pubblico nel comparto abbia ragioni più che motivate, l’incidenza della spesa pubblica si è dunque ridotta malgrado le promesse elettorali. Poiché buona parte del sostegno pubblico ha origine finanziaria a Bruxelles, è in quella sede che bisogna sostenere la strategicità della politica economica di settore. Per questo ci vuole competenza, ottime relazioni con la macchina comunitaria e capacità di ascolto dei “temi reali” che le imprese dell’agribusiness invocano da tempo a gran voce.

davide.gaeta@univr.it