Dal Tirreno alla conquista dell’Asia
L’economia blu gioca le sue carte
per battere la concorrenza del Nord

Antonio Fulvi

LIVORNO

TANTI RECORD, in buona parte ignorati dal grande pubblico. Perché la Blue Economy, ovvero l’economia che nasce dal mare o sul mare, è stata fino a ieri la grande negletta nell’ufficialità delle analisi anche ufficiali. La riforma della portualità portata avanti con caparbia ostinazione dal ministro Graziano Delrio sembra finalmente aver aperto una finestra sul mare. Con alcune cifre che non possono non far riflettere: l’Italia è il primo paese al mondo per traffici navali ro/ro (trasporto autoveicoli pesanti sui traghetti) con 93,6 milioni di tonnellate, 160 mila imprese del settore e 1 milione di occupati. Nel Mediterraneo l’Italia è leader delle merci transitate nei porti, 50 miliardi di euro di import/export. Per il solo comparto passeggeri, il Pil prodotto nel 2015 ha sfiorato gli 8 miliardi di euro. Della Blue economy si è parlato al secondo Forum sulla portualità e la logistica di fine marzo a Livorno, come prima analisi del Piano Nazionale Strategico della Logistica (PSNPL) che sarà il timone della presidenza italiana del G7 Trasporti, in arrivo da giugno. Significativo che in questo quadro nazionale, la Blue economy della fascia costiera tirrenica rappresenti una buona fetta, con alcuni record locali nel record nazionale. Sui ro/ro, ovvero sui traffici dei Tir e in genere degli automezzi pesanti trasportati dai traghetti cargo, il porto di Livorno è il primo in Italia. Sui contenitori, grazie anche e specialmente al Lstc (acronimo di La Spezia Terminal Contenitori) del gruppo internazionale Contiship, il porto spezzino è secondo tra gli scali italiani non trashipment.

E LIVORNO va coltivando, con il pieno appoggio della Regione Toscana, il grande progetto di una Piattaforma Europa che dovrebbe ribaltare verso il mare l’attuale area containers raddoppiandone (e più) le potenzialità. L’ATTUAZIONE della riforma Delrio, in (faticoso) corso d’opera, ha abbinato i porti di La Spezia e Marina di Carrara in un unico sistema e altrettanto ha fatto per quelli di Livorno e Piombino. L’obiettivo è di sviluppare in entrambi i sistemi portuali il criterio multipurpose, senza che si sviluppi un concorrenza interna tra sistemi vicini, ma integrandosi e completandosi in un quadro di rilancio dell’offerta del mar Tirreno. L’obiettivo ribadito a più riprese dallo stesso ministro Delrio è chiaro: con la dottrina Trump del nuovo protezionismo, i traffici marittimi che nel prossimo futuro diventeranno sempre più significativi per l’Europa saranno quelli con e dal Far East, attraverso lo stretto di Suez, mentre quelli transatlantici con l’America del nord diventeranno più selezionati. È la grane occasione del Mediterraneo, perché da Suez le merci provenienti dal Sud-Est asiatico arrivano in Italia sei giorni prima che sugli scali (oggi prevalenti) del Nord Europa.

ED È la grande occasione del Tirreno, in particolare della fascia di porti tra Genova e Livorno, per diventare gli scali di riferimento anche per le merci destinate al centro Europa: se i porti funzioneranno in termini di velocità, di efficienza e di costi, come quelli di Rotterdam e Anversa. Ci sono due elementi potenzialmente a nostro vantaggio: la crescita dimensionale delle navi porta contenitori rende più difficoltoso l’uso dei porti fluviali del Nord Europa; e la prossima entrata in servizio dei trafori sulle Alpi consentirà ai trasporti italiani – su ferrovia o su gomma – di accelerare i tempi di distribuzione verso la Germania e i suoi mercati. Attenzione però: perché i trafori possono essere anche un pericolo. Come ha sostenuto più volte il presidente nazionale di Confetra (Confederazione aziende del trasporto e della logistica) Nereo Marcucci, se l’Italia dei porti e della logistica non sarà rapida ad adeguare la sua rete trasportistica, dai trafori potrebbero calare in Italia le più strutturate imprese di trasporto tedesche, francesi, polacche, olandesi e belghe, rubandoci un mercato prezioso fino alle soglie dei nostri porti. Nella sostanza, la grande sfida per la Blue Economy si sta giocando, sul Tirreno e anche sull’Adriatico, non solo con la concentrazione dei porti in sistemi: ma anche e specialmente nell’adeguamento delle reti trasportistiche a terra, ferrovie in particolari. È in corso, come dice Delrio, una storica ‘cura del ferro’ proprio per rilanciare le ferrovie cargo. E anche in questo campo, Livorno e La Spezia sono già – e stanno incrementando – il ruolo di porti più virtuosi.