Palantir

Da Bin Laden ai pirati cinesi del web
Si chiama Palantir, risolve problemi

Dall’inviato
NEW YORK

QUANDO Peter Thiel fondò Palantir nel 2003 insieme ad altri ex compagni d’università a Palo Alto in California gli avevano predetto una fine imminente e rovinosa della sua strat-up. Oggi la società che sviluppa software per l’analisi dei big data dopo diversi progetti rimasti sempre top secret, si prepara ad essere quotata in Borsa nel 2019 per 41 miliardi di dollari. Sarebbe l’ultima indicazione del boom dei servizi di intelligence affidati ai privati che si rivelano un vantaggioso e sicuro investimento anche in una Borsa che cresce ma con molte oscillazioni.

THIEL, 51 anni, già ideatore di Pay- Pal insieme al suo compagno di corso Alex Karp che ha voluto Ceo e socio a Palantir, era convinto infatti che, se si poteva inventare un sistema di pagamenti anti-frode e diventare miliardari con le piccole commissioni su ogni transazione, sarebbe stata vincente anche la missione di Palantir che aveva lo scopo di «ridurre il terrorismo rispettando le libertà civili di ciascuno…»: spiare e analizzare i trend per prevenire. Di fatto, prendendo il nome dalla misteriosa sfera di cristallo de ’Il signore degli Anelli” che sa vedere con precisione il passato, quella piccola società tecnologica e riservata nata sulla costa del Pacifico, ha saputo conquistare la fiducia e i ricchi appalti segreti del Pentagono , della Cia, dell’FBI, dell’Homeland Security per arrivare al Dipartimento di Stato e addirittura alla NSA, l’agenzia che raggruppa tutti i sistemi di controspionaggio e intelligence americani. Tutto questo abbinando le intelligenze artificiali al lavoro indispensabile di centinaia di giovani analisti, rivelatisi più flessibili e accurati dei computer. Fu Palantir col suo software insieme all’Information Warfare Monitor a smascherare nel 2009 Ghost- Net e Shadow Network due entità di pirati cinesi che pianificavano azioni di spionaggio cybernetico non solo contro la Nato e gli uffici del Dalai Lama ma anche contro l’India per allargarsi ad un totale 1300 computer sparsi in 101 paesi. Si parla di loro anche come i fornitori dei dati essenziali per arrivare alla cattura e all’uccisione di Bin Laden.

A PROIETTARE Palantir e i suoi 2000 dipendenti tutti con «credenziali di alta sicurezza», al di sotto dei 30 anni e con stipendi che superano i 200.000 dollari l’anno, nel ricchissimo pianeta del controspionaggio privato sono stati gli assoluti margini di segretezza che hanno accompagnato ogni loro progetto. L’ingresso in Borsa, escluso 3 anni fa proprio per la natura riservata della società, se avverrà nei tempi previsti, diventa la prova che il business dell’intelligence privato e l’analisi dei grandi numeri, è in enorme espansione, molto redditizio, anche se Pentagono o Cia non dichiareranno mai l’entità dei loro sub-appalti. Con Palantir Gotham utilizzato per rispondere agli analisti dell’antiterrorismo, della difesa e dell’intelligence, Thiel e i suoi soci continuano a fornire monitoraggi di massa legati ai problemi della sicurezza interna e internazionale tentando di distruggere gli agenti nemici che operano in rete.

CON PALANTIR Metropolis invece l’altro ramo della società, i servizi di analisi sono destinati agli hedge funds, alle banche e ai servizi finanziari, senza dimenticare il conrollo del sistema delle industrie sanitarie e assicurative, spesso non immuni da frodi. Dato il livello intrusivo nell’utilizzo dei dati personali e lo studio dei trend, il parlamento britannico ha aperto un’inchiesta sulla correttezza di alcuni metodi di indagine, ma questo non ha segnato un rallentamento dell’attività di Palantir che ha offerto i suoi servizi sia alle amministrazioni democratiche che repubblicane della Casa Bianca. Nel 2015 durante l’ultimo rastrellamento dei fondi, anche se i profitti netti rimanevano minimi, il valore di Palantir era stato stimato 20 miliardi di dollari dato il suo potenziale di espansione. In Borsa però andrà con una cifra più che raddoppiata.

Giampaolo Pioli

IL DENARO NON DORME MAI
UNA CRESCITA DA LIBRO DEI SOGNI

IL GOVERNO italiano conta, per il 2019, su una crescita del 2,5%, record lontanissimo. La stessa Europa l’anno prossimo non riuscirà ad arrivare a tanto. Anzi, si fermerà molto prima: all’1,7%, secondo le ultime stime provenienti dai centri studi internazionali (Oxford economics). Risulta quindi assai improbabile che l’Italia riesca a fare una volta e mezza meglio dell’Europa, visto che fino a oggi è accaduto il contrario, con il nostro paese che riusciva a stento a fare metà o due terzi della crescita europea. Il perché di questo rallentamento (che dovrebbe proseguire nei prossimi anni) non è misterioso. In parte si tratta del normale affievolirsi della congiuntura internazionale e in parte dipende dalle tensioni sul commercio estero indotte da vari paesi (in primo luogo dall’America di Trump, ma non solo). Ma, si dice, l’Italia farà una forte politica di investimenti e questo le consentirà di crescere più delle previsioni correnti. E in effetti questo è il progetto, al quale non corrispondono però i numeri contenuti nella manovra: in gran parte si tratta infatti di distribuzione di reddito e non di investimenti in opere.

CON UN CERTO ottimismo si pensa che anche la semplice distribuzione del reddito possa dare una spinta significativa alla crescita: la gente spenderà di più e quindi l’economia girerà più velocemente. Ma, ancora una volta, si tratta di aspirazioni più che di realtà. I soldi che saranno distribuiti (forse da giugno in avanti, cioè da metà anno) sono in tutto una ventina di miliardi su un’economia che ormai viaggia sui 1.800 miliardi all’anno: chiunque capisce che il peso di questi soldi sarà molto modesto. In realtà, siamo alle prese con il solito problema: non ci sono più denari (ma solo molti debiti). E quindi un boom di investimenti può realizzarsi solo grazie a interventi stranieri e attraverso una colossale mobilitazione del risparmio privato. A suo tempo, il vecchio Iri mobilitava 9 lire di privati per ogni lira di pubblico messa in campo. Ma allora c’erano entusiasmo e un paese da ricostruire (si son fatte la rete telefonica nazionale e l’Autosole). Oggi invece ci sono molta diffidenza verso chi investe e verso le grandi opere, che infatti sono sempre al palo: il terzo valico genovese (opera fondamentale) è in lavorazione da 27 anni. Se i tempi sono questi, i famosi investimenti promessi li vedremo nel 2040, forse.

Di |2018-10-29T16:36:11+00:0029/10/2018|Primo piano|