PAGAMENTI ELETTRONICI

La tecnologia riduce i contanti
Ma gli italiani fanno fatica
a pagare con carte e smartphone

Elena Comelli
MILANO

L’ALLARME è partito dalla Bank of England lo scorso aprile: i contanti sono destinati a scomparire? A Londra, ormai è diventato difficile pagare in contanti, perché molti negozi non li accettano più e quasi tutto, anche la metropolitana, si paga direttamente dallo smartphone, così come a Tokyo e a Hong Kong. Il cruccio della banca centrale non è monetario ma sociale e deriva dal fatto che non tutte le persone hanno accesso a una carta di credito o a sistemi di pagamento digitali. E chi non può pagare così, perchè troppo povero o troppo anziano, rischia di restare ancora più indietro. Londra è un caso estremo, ma anche altrove nella società inglese prevalgono i pagamenti elettronici: i contanti utilizzati pro capite sono ormai scesi al 30% del reddito medio in Uk (36mila euro), mentre in Italia sono ancora il 65%, su un reddito medio di 30mila euro, in base a un recente studio di Citi.

NON A CASO, in Italia il valore dei prelievi di contante al bancomat in dieci anni è raddoppiato, da 98 miliardi di euro del 2008 a 198 miliardi di euro nel 2017, con un tasso di crescita medio dell’8,1% all’anno, rispetto al 2,1% in Germania e al calo dell’1,3% nel Regno Unito, tanto che l’Italia si sta allontanando dall’obiettivo Ue di arrivare a una ‘cashless society’ entro il 2025, invece che avvicinarsi. Mentre gli italiani fanno fatica ad adeguarsi perfino ai pagamenti con la carta di credito, il resto del mondo va avanti. Negli Stati Uniti con Google Express si possono ordinare prodotti da una cinquantina di negozi con un semplice comando vocale a Google Home, mentre in Gran Bretagna Virgin Trains permette di acquistare biglietti (sempre con comando vocale) tramite Echo. Gli assistenti vocali di Google e Amazon diventano così lo strumento ideale per acquistare nella maniera più naturale possibile, la voce: a pagare ci pensa poi l’assistente in autonomia con la carta di credito associata. E perfino Facebook, dopo Google, Apple e Samsung, si riposiziona sui pagamenti digitali: con Whatsapp, ha annunciato Mark Zuckerberg il mese scorso, sarà possibile pagare e trasferire denaro tra amici con la stessa semplicità con la quale adesso si mandano i messaggi.

LA TECNOLOGIA trasforma rapidamente anche i nuovi sistemi di identificazione. Amazon Go si prepara a sbarcare a Londra con il supermercato dove si entra, si mette la spesa nel carrello e si esce senza passare dalla cassa: il cliente viene identificato via telefonino mentre i sensori registrano i prodotti acquistati e fanno il conto, che si salda da solo con la carta di credito associata. La cinese Alipay, nel frattempo, ha lanciato con ‘Smile to Pay’ il pagamento in negozio con riconoscimento facciale: basta metterci la faccia. Senza contare che l’intelligenza artificiale connessa all’internet of things avvicina il momento in cui il frigorifero farà la spesa non appena latte, insalata o uova finiscono. SONO alcune delle modalità più innovative, ormai a portata di mano, che stanno trasformando l’atto conclusivo della transazione in un’azione semplice e naturale, quasi invisibile. Forse perché, in effetti, mettere mano al portafoglio non piace a nessuno. Ma soprattutto perché il digitale permette di trovare modalità sempre più innovative per rendere indolore il pagamento, senza però perdere tutte le informazioni e i dati che alla transazione sono agganciati. Anzi, trasformandoli nel vero valore che potrà sprigionare il pagamento, ormai destinato a diventare commodity poco remunerativa.

LO SCENARIO competitivo dei pagamenti, che una volta era presidiato dalle banche, si allarga così a terzi, che si chiamano Apple, Samsung, Amazon, Facebook, Google e hanno dalla loro una base enorme di utenti connessi, di cui conoscono preferenze e comportamenti, ma anche a startup specializzate in singoli servizi, molte delle quali hanno raggiunto valutazioni da ‘unicorno’. La concorrenzacooperazione ormai è diventata totale e senza più ruoli fissi. L’unica certezza è che chi rimane fermo è perduto.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
ASPETTANDO L’INFLAZIONE

QUALCHE settimana fa, al forum di Sintra, il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi (nella foto), ha dichiarato che, se l’inflazione non tornerà a crescere in maniera sostenibile nella Ue, non solo la Bce potrebbe decidere di avviare nuovi stimoli monetari, ma addirittura potrebbe riattivare il quantitative easing. Quando il Qe era stato istituito, eravamo tutti timorosi degli effetti inflattivi che avrebbe avuto. In realtà l’inflazione – così come viene calcolata – non c’è stata. Il motivo è che quest’ultima viene stabilita solo sui beni di consumo, mentre il Qe ha privilegiato i possessori di obbligazioni, azioni e fondi di investimento, cioè coloro che erano già ricchi. L’indice dell’inflazione dovrebbe, quindi, ricomprendere i prezzi di questi strumenti, perché chi ha beneficiato del Qe non ha comprato beni di consumo, ma beni di investimento. E se questi ultimi valgono il doppio, significa che il potere di acquisito di chi oggi vuole acquistarli si è dimezzato. Il Qe in questo momento è indispensabile a sostenere le quotazioni di asset rischiosi, che volano meno di quanto potrebbero. D’altro canto, beni rifugio come il franco svizzero e l’oro registrano performance da record, oppure asset su cui investire nell’economia reale crescono a vista d’occhio. Questo avviene perché chi può speculare, però, non si fida troppo delle Borse, altrimenti i mercati avrebbero registrato ben altre quotazioni.

PARTE della liquidità, allora, viene spesa in beni rifugio o in asset reali, in attesa che l’inflazione faccia la propria comparsa. E allora saranno dolori, soprattutto per la già tartassata classe media, che vive di stipendi fermi da anni. Questo dimostra che in economia non ci sono pasti gratis e che il Qe risolve certi problemi ma ne pone degli altri. L’altro problema è che l’economia è ormai drogata di stimolo monetario e la Bce, ormai, non può più fare marcia indietro.

Di |2019-07-08T10:40:13+00:0008/07/2019|Dossier Economia & Finanza|