PAESI IN VIA DI SVILUPPO

Quarta rivoluzione industriale
Dalla cioccolata agli pneumatici
i robot sono entrati in fabbrica

Andrea Telara  

MILANO

DOLCIUMI, pasta alimentare, prodotti agricoli, automobili e pneumatici. Chi pensa che le tecnologie dell’Industria 4.0 siano confinate soltanto al settore della meccanica, si sbaglia di grosso. In tutta Italia ci sono imprese dei più svariati comparti produttivi che stanno investendo da tempo in quelle tecnologie e applicazioni che, secondo molti esperti di economia e teoria aziendale, stanno trasformando profondamente il mondo produttivo e dando vita a alla quarta rivoluzione industriale. Tra le aziende che si sono mosse su questo fronte c’è per esempio un grande nome del made in Italy come Barilla, che lo scorso anno ha investito 50 milioni di euro per potenziare il suo stabilimento di Rubbiano, in provincia di Parma, il più grande in Europa per la produzione di sughi. «Ci saranno impianti e tecnologie innovative, robotizzate e digitalizzate, in linea con le logiche dell’Industria 4.0», ha dichiarato Carlo Carteri, responsabile degli stabilimenti pasta e sughi in Europa di Barilla, mentre presentava la nuova struttura.

ANCHE IL SETTORE alimentare, dunque, sta cavalcando l’onda lunga della quarta rivoluzione industriale. Spesso, le innovazioni più significative si trovano nelle aziende di medie dimensioni. È il caso della Icam di Orsenigo (Como), impresa dolciaria che produce più di 350 tipi di cioccolata. Per tracciare le materie prime, gestire la filiera produttiva e controllare lo stato dei macchinari, l’azienda ha creato un sistema rigoroso basato su una rete di sensori e meter distribuiti su tutti i suoi impianti che aiutano a prevedere i guasti e a tracciare i lotti. Si tratta di un’applicazione avanzata dell’internet of things (l’internet delle cose), una delle tecnologie che stanno proprio alla base della rivoluzione dell’Industria 4.0 e che permette di collegare al web e mettere in rete anche oggetti reali che ci accompagnano nella vita quotidiana, dalle automobili ai macchinari delle fabbriche.

SPOSTANDOSI in altri settori, però, ci sono ulteriori esempi importanti di come le tecnologie digitali stiano permeando il made in Italy. Un altro grande nome dell’industria tricolore come Pirelli, per esempio, sta lavorando da tempo attorno al progetto della Next Mirs, un prototipo di fabbrica del futuro in cui i dipendenti lavorano al fianco dei robot e interagiscono con loro. Il gruppo guidato da Marco Tronchetti Provera punta molto anche sulla figura degli operai digitali, che usano mani e testa ma anche applicazioni e dispositivi avanzati come la realtà virtuale e visori 3D, per dialogare coi macchinari mentre lavorano o per seguire percorsi di formazione professionale, in una stanza equipaggiata con un grande schermo e con parti di fabbrica in movimento che simulano il lavoro di uno stabilimento.

PERSINO negli ospedali e nelle aziende sanitarie la quarta rivoluzione industriale sta lasciando il segno. Uno dei casi di studio presi in esame qualche anno fa dal Politecnico di Milano è stato quello dell’ospedale di Bergamo dove opera un sistema di trasporto del materiale sanitario tra i vari reparti su carrelli-robot, che hanno permesso di ottenere una maggiore puntualità ed efficienza nelle consegne. Al Policlinico universitario Sant’Orsola Malpighi di Bologna, invece, navigatori, simulatori e stampanti 3D sono di ausilio per preparare i delicati interventi di chirurgia maxillo-facciale. Infine, tempo fa a Udine fu acquistato un robot-chirurgo da 2 milioni di euro: il più evoluto sistema per la chirurgia micro-invasiva. L’industria 4.0, insomma, è arrivata anche tra i camici bianchi.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
LA FUGA DALL’EURO ORA È POSSIBILE

HO SEMPRE detto che per uscire dall’euro serve una soluzione concordata. Una strada che ho battuto inizialmente in assoluta solitudine. Accade molto spesso. Per esempio sull’Estonia che oggi tutti apprezzano. Io l’avevo scoperta già ventiquattro anni fa. Lo stesso con l’euro. Comincia a delinearsi un piano per smantellare la moneta unica in maniera ordinata. Il progetto (e questa è l’altra sorpresa) non nasce al quartier generale della Lega o dei grillini, ma in quella Germania che più di tutti ha tratto vantaggio dalla moneta unica. «L’euro è sostenibile? E se non lo fosse?», era il titolo del seminario svoltosi dieci giorni fa a Berlino. Relatore Clemens Fuest (nella foto), classe 1968, presidente dell’Institute for economic research (Ifo), il principale centro di ricerca economica in Germania. Per rendere pubbliche le sue conclusioni in Italia si è fatto intervistare da un importante quotidiano. La sostanza del discorso è questa: chi non rispetta le regole deve andare fuori dall’euro. Parlare della rottura dell’euro in piena crisi sarebbe stato difficile, ma ora che la ripresa è cominciata «è necessario introdurre una clausola che espliciti la possibilità di recesso», spiega. Oggi c’è solo l‘articolo 50 del trattato di Lisbona che prevede l’abbandono della Ue. In queste condizioni il Paese che lascia la moneta unica deve anche abbandonare la Ue. La coincidenza «impone costi maggiori del necessario». Invece «l’introduzione di una clausola specifica sulla moneta» darebbe modo a «Paesi come l’Italia di tornare competitivi grazie al recupero della propria moneta». Certo è ancora prematuro, spiega Fuest, ma «bisogna cominciare a pensarci». E quale occasione migliore della riforma dei trattati cui stanno lavorando Francia e Gemania? La nuova governance dell’Europa dovrebbe prevedere l’exit strategy così da arrivare, eventualmente, a una rottura concordata dall’euro. Sarebbe la soluzione ho sempre auspicato. Uscire in maniera ordinata senza dover abbandonare la Ue. Sarebbe un diritto lasciato alla sovranità dei governi. L’esatto inverso del dirigismo imposto da Draghi quando sostiene l’irreversibilità dell’euro.

 

Di | 2018-04-09T10:25:49+00:00 27/03/2018|Dossier Economia & Finanza|