ORIZZONTE STUDI

Corsi in inglese, investitori stranieri
Roma ha una nuova università
«Formiamo medici internazionali»

Claudia Marin
ROMA

NASCE la terza università privata di medicina a Roma: perché questa scelta?

«Perché – dice Gianni Profita, rettore-manager di UniCamillus – mancava un ateneo animato dall’intento di formare medici e personale sanitario in grado di operare a livello globale. Il nostro progetto accademico, capace di
creare valore sociale, economico e culturale, fa perno sull’eccellenza medica italiana per metterla al servizio della sanità mondiale. La nostra Università è stata promossa da centinaia di medici, prevalentemente romani, che hanno acquisito esperienza internazionale anche attraverso partecipazioni a missioni mediche umanitarie».

Quali figure professionali intendete formare e come?

«Accanto alla tradizionale Laurea in Medicina e Chirurgia, le lauree triennali di UniCamillus formano fisioterapisti, infermieri, ostetrici, tecnici di radiologia, e tecnici di laboratorio».

A quale pubblico di studenti vi rivolgete?

«Il nostro Ateneo si rivolge a studenti di grande qualità culturale e personale, animati dalla volontà di utilizzare le proprie conoscenze e la propria professionalità, frutto dell’eccellenza scientifica italiana, in un contesto globale, anche se, ovviamente, la laurea è, prima di tutto, una laurea italiana».

Qual è stata la ‘risposta’ dei potenziali studenti?

«Abbiamo registrato entusiasmo da parte degli studenti, anche per il carattere di multinazionalità e multiculturalità che contraddistingue il nostro progetto. UniCamillus rappresenta una grande opportunità per i giovani: i diplomi di laurea sono validi anche in Europa ai sensi della Direttiva europea sul riconoscimento dei titoli, ma sono facilmente riconoscibili in numerosi paesi extra UE».

La scelta dei corsi in inglese quale obiettivo ha?

«Se vogliamo mandare i nostri giovani incontro al mondo dobbiamo fare in modo che sappiano comunicare
nel mondo. L’inglese è uno strumento fondamentale per le relazioni professionali e scientifiche a livello europeo e mondiale, e un veicolo di comunicazione globale di cui oggi non si può più fare a meno».

Quanto costerà?

«Le nostre rette non si discostano dalla media delle altre università mediche italiane e, a seconda del reddito familiare, si collocano in una forbice di questo tipo: Medicina e chirurgia: fra i 10mila e i 18mila euro annui; Fisioterapia: fra i 3.600 e i 4.800 euro all’anno; Infermieristica: fra i 2.000 e i 2.800 euro annui; Ostetricia: fra i
3.000 e i 4.000 euro all’anno; Tecniche di laboratorio biomedico: fra i 2.400 e i 3.200 euro annui; Tecniche di radiologia medica per immagini e radioterapia: fra i 2.400 e i 3.200 euro all’anno. Attraverso il 5×1000, operazioni di fundraising e donatori stiamo operando in modo che studenti meritevoli e in regola con gli studi, ma in condizioni finanziarie difficili, possano accedere e mantenersi agli studi universitari».

Perché capitali stranieri hanno investito in Italia nell’education?

«Per il nostro progetto, mirato a formare medici per il mondo, è stato agevole attrarre non tanto investitori – l’Università non ha ovviamente alcun intento commerciale – quanto, soprattutto, donatori stranieri, interessati all’eccellenza medica italiana come strumento di cooperazione, fratellanza e conoscenza fra giovani di varie nazionalità e, in ultima istanza, tra i popoli».

Insomma, un progetto che tende anche a esportare le nuove eccellenze mediche italiane all’estero.

«Ci tengo a sottolineare la valenza economica per l’Italia della formazione di professionisti in campo sanitario che potranno operare all’estero, dove parleranno italiano e dove potranno proporre, nell’esercizio della loro professione, prodotti sanitari italiani. Parteciperanno con più propensione a progetti di ricerca con partner italiani, aiutando a creare quel vero volano di sviluppo che è la ricerca applicata alla medicina».

Alma Mater Esperti di patrimonio culturale, via al dottorato di campus

RAVENNA

UN DOTTORATO DI CAMPUS, il primo in Italia, che tiene insieme otto dipartimenti con l’obiettivo di coniugare i saperi del patrimonio culturale e ambientale in una prospettiva trasversale e metadisciplinare. Lo sperimenta Ravenna, nella convinzione che sarà presto seguita dai campus cugini della Romagna e non solo. Si tratta, spiega il prorettore per la Ricerca dell’Università di Bologna, Antonio Rotolo, di un «progetto molto ambizioso nell’ambito di una strategia di investimenti significativi sui dottorati di ricerca». Che rappresentano, aggiunge, il «terzo livello di formazione», quello che, di fatto, forma la classe dirigente. L’insediamento accademico ravennate, spiega la presidente di campus, Elena Fabbri, conta 17 corsi di studio e circa 3.500 studenti. Fin qui, i dottorati esistenti afferivano a singoli dipartimenti. Quello in Beni culturali e ambientali, al contrario, ne coinvolge otto: ovviamente Beni culturali come struttura proponente e poi Architettura, Chimica, Scienze giuridiche, Scienze biologiche, Ingegneria, Fisica e Informatica. Proponendo dunque «una visione d’insieme» e promuovendo l’interazione con la città e il suo tessuto economico. Varie le discipline coinvolte,
dall’informatica alla chimica, dalla giurisprudenza alla storia, dalla biologia alla antropologia. Il dottorato, triennale, è suddiviso in due curricula: Beni culturali e ambientali-Memoria, tutela e
diritti, con 18 docenti; Science and technologies for cultural heritage, in inglese e quindi a forte vocazione internazionale, con 6 docenti. Sono invece una decina le linee di ricerca specifiche. Per il primo 10 borse di studio e 2 per il secondo, con la Fondazione Flaminia a finanziarne una e mezza. E l’Università di Copenaghen e la Royal Netherlands Institute for see research a cofinanziarne due. Lezioni al via dal prossimo primo novembre.

Di | 2018-06-05T14:31:00+00:00 04/06/2018|Lavoro|