La tazzina conquista l’Europa
Il balzo del modello Starbucks
sveglia le big della torrefazione

MILANO

UNA TAZZINA che vale oro. La domanda di caffè ordinati al bar aumenta di anno in anno: nel 2017, il numero dei negozi dedicati alla bevanda più apprezzata dagli italiani (il 97% dei nostri connazionali ne beve in media una tazzina e mezzo) è cresciuto in Europa del 6,4%, arrivando a 23mila negozi. Lo dice lo studio Project café 2018 Europe, elaborato dall’Allegra world coffee portal, e diffuso nei giorni scorsi da Mediobanca. La ricerca ritrae l’evoluzione del numero di coffee shop nei 25 principali mercati europei. L’apertura di nuovi negozi è stata supportata dal contesto macroeconomico favorevole e dalla domanda in aumento del consumo di caffè fuori casa, con i dati brillanti di Gran Bretagna, Russia e Turchia. Le catene, ovviamente, fanno la parte del leone, con Costa e Starbucks che hanno contribuito con circa 250 nuove aperture ciascuna.

CON QUASI 5,5 milioni di italiani che fanno colazione fuori (con una spesa media di 2,40 euro), il bar-caffetteria (col 65%) si conferma ai vertici delle preferenze tra i luoghi dove gustare la bevanda, mentre tra gli ultimi trend spiccano i punti ristoro degli alberghi (col 21%), considerati più rilassanti e attenti alle esigenze dei clienti da una clientela ‘alta’ (soprattutto manager e imprenditori). Nell’analisi Nestlé Professional diffusa in occasione del Sigep 2018, in cima alla classifica sui gusti degli italiani, a dominare è il classico espresso (42%); seguono il macchiato caldo (35%), amato in particolare da chi non può fare a meno della schiuma, il ristretto (19%) per chi ama i gusti forti e il lungo (5%), per chi lo vuole sorseggiare con calma. La scelta dei turisti stranieri ricade spesso e volentieri sul caffè espresso classico (42%), seguito dal cappuccino (39%) e dal caffè americano (31%). Tra gli errori più frequenti commessi dai baristi, invece, figurano l’inadeguata pulizia della macchina (48%), che rovina in parte l’aroma della bevanda, la scarsa pressatura del caffè (42%), i grani lasciati sul bordo del filtro (38%) e la miscela miscela di bassa qualità (35%).

MA QUANTO VALE il business del caffè? L’analisi – fatta da Competitive Data – dei bilanci delle prime 270 società del settore, nel triennio 2014-2016, parla di 4,6 miliardi di euro complessivi, con un aumento dell’8,9% nell’ultimo anno. Le regioni del Nord Ovest ottengono la crescita più sostenuta (+13,4%), con il Piemonte in testa (+17,4%); seguite dai territori del Sud e delle Isole (+7,6%). Più contenuti gli incrementi al Centro (+5,4%), e a Nord Est (+3,1%). La flessione più marcata spetta al Molise, con un – 1,4%.

PIÙ CAFFÉ torrefatto significa, ovviamente, più necessità di materia prima: le importazioni di caffè verde viaggiano attorno i 580 milioni di chilogrammi l’anno (dati Aiipa), superando ampiamente i 600 milioni se si considerano anche le importazioni (minoritarie) di caffè tostato, solubile e preparazioni di caffè. In totale siamo attorno al milione e mezzo di euro di valore, in flessione rispetto ai valori precedenti. Ciò significa che i prezzi medi (dati 2016) sono fortemente calati, assestandosi sui 2,3 euro al chilogrammo. Oltre la metà delle nostre importazioni provengono da due soli paesi produttori: Brasile e Vietnam; seguono l’India, l’Uganda, l’Indonesia e la Colombia. Ora bisognerà vedere che influsso avrà il cambiamento di clima che minaccia le piantagioni di alcuni Paesi sul prezzo della materia prima.

 

L’IMPORTANZA DELL’AGRIBUSINESS

Da questo numero ospitiamo i contributi di Davide Gaeta, professore associato al dipartimento di Economia aziendale dell’Università di Verona

IL SISTEMA agroalimentare è un comparto strategico per l’economia italiana che ha raggiunto, nelle stime di Federalimentare, un fatturato di circa 137 miliardi di euro nel 2017. La sua effettiva incidenza sul Pil nazionale dipende dai confini che si vogliano attribuire a questo sistema. Se si ricorre al termine Agribusiness, coniato dagli americani Davis e Goldberg nel 1957, un concetto più ampio del sistema che includa i comparti a monte e valle dell’agricoltura stessa, il giro di affari del sistema si avvicina al 20% dell’economia italiana. Con questo termine, infatti, ci si riferisce al complesso delle attività che intervengono dal campo coltivato alla tavola degli italiani, “from field to fork”, come si usa dire. Di fatto vengono inclusi settori a monte come l’industria dei mezzi per la produzione e la meccanizzazione ed a valle l’industria della trasformazione, la distribuzione alimentare e ristorazione anche agrituristica, nonché i servizi collegati. Dunque questa estensione concettuale del sistema lo rende tra i più strategici dell’economia del Paese, sebbene al suo interno non siano omogenee né equi–distribuiti i pesi e le modalità di formazione del valore aggiunto. Quest’ultimo è formato per oltre il 50% dalle coltivazioni vegetali, dagli allevamenti di carne e latte mentre cresce il peso dalle attività di supporto e di servizi. Ancora una volta agli agricoltori resta la fetta più piccola della torta. Il resto si divide tra industria alimentare, distribuzione e servizi. Il valore si sposta sempre più a valle, quindi. Di positivo è il confermarsi dell’export che fa da traino per un valore intono ai 40 miliardi di euro. Da risolvere dunque lo squilibrio tra il valore che rimane all’agricoltura e la trasformazione e distribuzione dei prodotti dove si concentra il maggior valore aggiunto. Numerosi sono però gli stimoli che possono vivacizzare il sistema; lo sviluppo del biologico e sostenibilità ambientale, il cambiamento nelle abitudini di consumo, il patrimonio di produzioni locali, oltre 800 certificate, da proteggere nel mondo.

davide.gaeta@univr.it