Olio extravergine, l’anno del riscatto
Più di 330mila tonnellate nel 2019

L’indagine di Cia, Italia olivicola e Aifa

Ma alti costi di produzione, impianti obsoleti e frammentazione delle imprese frenano il merc

di Lorenzo Frassoldati
ROMA

È l’anno del riscatto per l’olio italiano. Dopo la campagna dello scorso anno, la peggiore di sempre, sarà la Puglia – che produce da sola la metà dell’extravergine nazionale – a guidare la ripresa della produzione di olio extravergine d’oliva italiano. Il 2018 sarà ricordato come l’anno orribile dell’olio, con una produzione più che dimezzata rispetto al 2017 (-57%). Ma, secondo l’indagine esclusiva di CIA-agricoltori italiani, italia olivicola e Aifo (Associazione frantoiani oleari), il 2019 sarà un millesimo ‘di carica’ con una produzione di poco superiore alle 330.000 tonnellate di olio a livello nazionale. Siamo ancora lontani dal dato produttivo medio (attorno alle 450.000 tonnellate) ma la ripresa produttiva c’è e con essa la qualità. «Finalmente un’inversione di tendenza che ricompensa in parte i nostri produttori – commenta il presidente di Cia-Agricoltori Italiani, Dino Scanavino -. Ora bisogna premiare la filiera agricola che si impegna nella produzione di un olio di qualità, garantendo prezzi più equi, e remunerativi ». Si perché l’olio extravergine è una delle eccellenze del food italiano, ma è anche una grande incompiuta. Siamo il primo consumatore al mondo, il secondo produttore, il primo importatore al mondo e il secondo esportatore (dopo la Spagna). Abbiamo un patrimonio unico di marchi certificati Dop e Igp, ma la produzione di olio certificato, tuttavia, non supera il 2%-3% del totale, raggiungendo solo il 6% in termini di valore. Di conseguenza la bilancia commerciale è ampiamente negativa (nel 2017 per 200.000 tonnellate, con un saldo negativo di 402 milioni di euro). «A fronte di un patrimonio di valori immateriali che l’olio d’oliva ben simboleggia, la filiera non sembra essere riuscita a individuare un percorso di valorizzazione complessivo del prodotto», è l’analisi dell’Ismea. Siamo grandi importatori e grandi esportatori. L’extravergine di oliva made in Italy è la settima voce del nostro export agroalimentare, per un controvalore di circa 1 miliardo e mezzo e una crescita del 37% in dieci anni (2017-2007). I nostri principali mercati esteri sono gli Stati Uniti seguiti dalla Germania. Il nostro extravergine sconta problemi di mercato legati a costi di produzione alti rispetto ai principali competitor, impianti obsoleti e spesso poco produttivi, fortissima frammentazione delle imprese , importazioni a dazio zero dal Nord Africa. E una politica industriale che non valorizza il prodotto artigianale di qualità, legato al territorio, preferendo puntare su prodotti a basso prezzo frutto di blend di oli importati. Per tentare di invertire la rotta nel marzo del 2016 è stato approvato il primo Piano olivicolo nazionale con una dotazione di 32 milioni di euro per puntare «all’incremento della produzione nazionale di olive e olio extravergine di oliva». In Italia il 63% dell’oliveto ha più di 50 anni ed il 49% ha una densità per ettaro minore di 140 piante. «L’olivicoltura – ha detto Salvatore Camposeo dell’Università di Bari – deve rinnovarsi e guardare al mercato, in una logica di innovazione ed eco-sostenibilità. Riconversione con nuovi sesti di impianto produttivi ; massimizzazione delle risorse, nuovi sistemi, nuove tecnologie di piantumazione e di raccolta con sistemi di guida automatica, nuove cultivar selezionate, sono i capisaldi della nuova filiera olivicola e olearia italiana».

Coltiviamo il futuro

Obiettivo Mediterraneo
E il comparto potrà crescere

di Davide Gaeta

Forse non tutti sanno che l’olio d’oliva è probabilmente il prodotto consumato a livello mondiale che vanta un legame più stretto con il Mediterraneo; l’Unione Europea, infatti, rappresenta il maggiore esportatore di olio d’oliva del globo. Della produzione europea circa metà del valore delle esportazioni è diretta verso gli Stati Uniti mentre più del 90% di quanto esporta Tunisia e Siria è invece diretto verso l’Ue. Anche per questo incrocio di scambi mondiali il mercato dell’olio è complesso sia da comprendere sia da gestire in termini di politica economica. Per esempio, la produzione è molto diffusa tra paesi sviluppati e in via di sviluppo che hanno sistemi di lavorazione molto differenti. Così come è ampiamente diffusa da Nord a Sud del nostro Stivale la coltivazione dell’olivo, analogamente sono distribuite le attività di prima trasformazione, i classici frantoi, tradizionalmente connessi alla produzione agricola. Non è così invece per l’imbottigliamento e la logistica, a valle della filiera che tende invece a concentrarsi sempre di più e a connotarsi con una struttura di multinazionale. Restano, sì, potenzialmente aperte, alla medio piccola impresa, le nicchie delle denominazioni di origine protette e delle produzioni bio; ma i consumi da troppi anni, sembrano promettere una esplosione simile a quanto è avvenuto negli anni novanta per i vini a denominazione di origine ed invece questa rivoluzione si rimanda. Come mai? Il prezzo rimane spesso il fattore dominante nelle scelte d’acquisto. A ciò si aggiunga che la Ue non sempre ha protetto il mercato interno europeo, lasciando corridoi preferenziali ad un certo numero di Paesi mediterranei che sono, come sopra riportato, esportatori netti in Europa. Occorre dunque un piano di sviluppo strategico dell’olio d’oliva che valorizzi il grande patrimonio economico e consideri il ruolo politicamente rilevante che esso può offrire nel dialogo con i Paesi del Mediterraneo. Davide.gaeta@univr.it