Rimini, culla dell’industria delle vacanze
«Oggi puntiamo a 50 milioni di presenze»

Carlo Andrea Barnabè
RIMINI
LA FABBRICA italiana delle vacanze ha un’estrazione aristocratica. Sono i conti Baldini nel 1843 a fondare il primo stabilimento balneare di Rimini. Nobili europei e teste coronate. Insomma, roba da ricchi. Un secolo, e centinaia di bombe dopo, il turismo di massa conquista prepotentemente il suo sbocco al mare. Dall’entroterra romagnolo gli ex mezzadri scendono sulla costa e si inventano l’industria nazional-popolare. Oggi la chiameremmo deregulation intelligente, a metà degli anni Cinquanta significava dire ‘non vi rompo le scatole e voi fate’. E’ il trionfo della pensioncina, di solito ricavata dall’abitazione di famiglia, dell’abuso edilizio e della cambiale. L’Italia del boom viaggia a colpi di Pil a due cifre, la vacanza da oggetto del desiderio diventa una conquista sociale alla portata di quasi tutti. La Riviera fila come un razzo: tra il 1958 e il 1966 le presenze turistiche a Rimini passano da 4,7 a 10,6 milioni. Per tedeschi e scandinavi siamo un monopolio, la Romagna non ha concorrenti. La Spagna franchista è un buco nero, la Jugoslavia lontanissima, il mar Rosso un paragrafo nei libri di geografia. Poi qualcosa si rompe. I grandi tour operator invocano un cambio di passo:l’alberghetto vista-mare è superato, chiedono villaggi e colossi ricettivi. I riminesi non si piegano, iniziala flessione. Negli anni Ottanta calano i turisti stranieri,ma si consuma un’altra conversione: dalla teutonen grill alla Riviera da bere. Dai vacanzieri in calzettini bianchi ai templi della notte. Un mondo parallelo, che vive al riparo dell’ombrellone raccontano vent’anni prima da Dino Risi nella versione cinematografica di una Riccione-carnaio, e che ritrova in Vittorio Tondelli il suo cantore. E il suo ‘Rimini’ il manifesto culturale di una generazione. Fino allo strappo seguente, che si materializza nell’89, l’anno della mucillagine. Le presenze estere tracollano. Tra il 1988 e il 1990 i pernottamenti internazionali passano dal 34 al 21 per cento del totale. Si punta sulla notte e sui suoi eccessi. Nel decennio successivo si ha l’impressione che il meglio sia passato. La parola chiave, quasi un mantra, diventa destagionalizzazione. L’estate non basta più. Fiere, congressi,locali, weekend lunghi per attutire il colpo. Il nuovo millennio si apre su una Riviera indebolita, in cerca di identità, incapace di dettare mode e costumi. Un’utilitaria delle vacanze, affidabile ma superata dai nuovi modelli che si chiamano Ibiza, Costa Smeralda, Croazia, Sharm. I cinepanettoni decretano il tramonto di un’epoca. Si cercano mete esotiche e viaggi low cost. A farla da padroni sull’Adriatico sono i turisti italiani, che raggiungono punte dell’81 per cento del totale.
UNA BOCCATA d’ossigeno arriva dai Paesi dell’Est, Russia in testa. Per alcune stagioni l’aeroporto Fellini sforna eserciti di moscoviti, il cirillico cancella dai menu dei ristoranti le voci familiari a generazioni di camerieri. Ma la crisi del rublo e la situazione internazionale mettono in ginocchio nel giro di pochi anni l’economia di Riminigrad. E siamo ad oggi, ai dati dei primi sei mesi del 2017 elaborati dall’Osservatorio turistico regionale, che segnalano una sostanziale crescita di arrivi (+8%) e presenze (+7.6 %). In soldoni, 17 milioni di presenze sul territorio emiliano-romagnolo. Uno su quattro sono stranieri. «Numeri attendibili ma parziali – premette l’assessore regionale al Turismo, Andrea Corsini – che però danno la misura del trend positivo». Obiettivo di Corsini è raggiungere quota 30 per cento di stranieri entro l’anno. «Nel 2015 erano il 22.8 per cento, e in certe aeree della regione come Bologna e la costa nord superano già il 50 per cento di quelle totali».
INSOMMA, si torna a guardare lontano. Agli Stati Uniti, al Brasile, al Canada. Fanta-turismo? «No, investimenti mirati e una programmazione che si avventura oltre i mercati tradizionali. Lavoriamo sul prodotto e puntiamo sulle eccellenze. La food e la motor valley, l’offerta balneare legata ai borghi dell’entroterra. Puntiamo a un profilo internazionale più alto – prosegue Corsini – a veicolare prodotti come l’aceto balsamico e la Ferrari per attirare turisti che altrimenti sceglierebbero altre mete». Poi gli accordi per la digitalizzazione con Google e Wikipedia, i grandi eventi musicali e sportivi. «Il prossimo passo sono i 50 milioni di presenze da centrare nel 2017». I numeri, e la congiuntura internazionale giocano dalla nostra parte.Basta crederci, sembra dire Corsini. «A volte dovremmo essere più orgogliosi di quello che offriamo piuttosto che contare solo sulle disgrazie altrui». Lo stesso orgoglio che ancora oggi fa dire ai figli del garbino, discendenti di quei ‘ruffiani e affittacamere’ di mussoliniana memoria: noi siamo Rimini, la capitale mondiale delle vacanze. E voi?


IL DENARO NON DORME MAI

di GIUSEPPE TURANI

NON ILLUDETE I DISOCCUPATI CON LA RIPRESA

L’ITALIA faA è destinata, purtroppo, a rimanere con una disoccupazione al di sopra del 10 per cento per chissà quanti anni. Sembra quasi che sia impossibile tornare a quel 7 per cento che avevamo prima dell’inizio della grande crisi (2007). Eppure è così. E esistono delle spiegazioni molto convincenti. La più importante è che gli imprenditori, prima di assumere nuovo personale, vogliono vedere l’orizzonte sgombro da nubi. Vogliono vedere, cioè, una ripresa forte e sicura davanti a sé. E questo non è il caso oggi dell’Italia, che si sta avviando verso un’incertezza politica come raramente ha conosciuto. In più c’è anche la questione, accertata in molte ricerche, che l’occupazione è l’ultimo elemento a «muoversi», anche in presenza di una buona ripresa. Le aziende, fin che possono, cercano di cavarsela con il personale già assunto (più straordinari, sabati lavorativi, ecc.). In sostanza, gli imprenditori assumono nuova gente solo quando proprio non ne possono fare a meno.
POICHÉ a previsioni di crescita relative all’Italia oggi ruotano intorno a un Pil che cresce dell’1 per cento all’anno quasi indefinitamente, se ne ricava che la disoccupazione scende con ritmi lentissimi, quasi impercettibili. Le cifre relative stanno a dimostrarlo. All’inizio del 2015 quelli senza lavoro erano quasi il 12 per cento (11,9 per la precisione). Un anno dopo c’è uno spostamento minimo e la disoccupazione scende all’11,7 per cento. Passano altri dodici mesi (e, grazie anche a un po’ di spinta con agevolazione e contribuiti vari) c’è un nuovo calo: i senza lavoro diventano l’11,3 per cento. Lasciamo scorrere un altro anno intero e troveremo la disoccupazione all’11 per cento nel 2018. Insomma, tre-quattro anni (e molti miliardi pubblici, più una forte riforma del lavoro) per far scendere la disoccupazione dello 0,9 per cento. Nel 2020, secondo le stime più attendibili, la disoccupazione italiana sarà ancora uguale al 10,4 per cento. Cinque anni per vedere scendere il numero dei disoccupati dell’1,5 per cento: in pratica lo 0,3 per cento all’anno. D’altra parte, con questi ritmi di crescita dell’economia (1 per cento in media all’anno), ci sta muovendo quasi velocemente. La conclusione alla quale si arriva è quella nota da tempo: senza una forte crescita economica non si ha alcuna riduzione significativa della disoccupazione in tempi accettabili. Questo deve essere chiaro a tutti, politici e sindacalisti prima di ogni altro.