OBIETTIVO PREVIDENZA

Sei mesi di rendimenti negativi
I fondi pensione battuti dal Tfr
Ma la sfida è sul lungo periodo

Andrea Telara
MILANO

diclofenac cream buy METÀ ANNO con il segno meno, con perdite comprese tra lo 0,6 e l’1%. È il bilancio sulla prima parte del 2018 dei fondi della previdenza integrativa, cioè i prodotti finanziari che hanno il non facile compito di creare una pensione di scorta per milioni di lavoratori italiani, per arrotondare i sempre più magri assegni dell’Inps. Nel primo semestre dell’anno, complici le turbolenze registrate sulle borse internazionali, i fondi pensione negoziali (riservati ai lavoratori dipendenti), hanno perso in media lo 0,6%. I fondi aperti, che sono sottoscritti per lo più dai lavoratori autonomi, hanno registrato mediamente una performance negativa dello 0,7%. Peggio ancora sono andati i piani individuali pensionistici (Pip) offerti dalle compagnie assicurative, che hanno avuto un rendimento negativo dell’1%. Nella prima parte del 2018, i prodotti della previdenza integrativa non hanno dunque brillato e sono stati battuti dal Tfr (trattamento di fine rapporto), cioè la quota di stipendio accantonata tradizionalmente per la liquidazione. Questa parte extra del salario, pari al 7% circa della retribuzione, si rivaluta ogni anno dell’1,5% fisso, più i tre quarti del tasso d’inflazione. In alternativa, lo stesso lavoratore può scegliere di dirottare il Tfr verso i fondi pensione, il cui rendimento non è sicuro ma dipende, appunto, dai mercati finanziari.

EBBENE, sempre nel primo semestre 2018, il trattamento di fine rapporto si è rivalutato dell’1,3%, riuscendo appunto a far meglio dei prodotto della previdenza integrativa. Non va dimenticato, però, che questi strumenti finanziari devono essere giudicati nel medio e lungo termine, poiché si basano su piani di risparmio che durano per diversi decenni e arrivano fino alla data della pensione. Se allarghiamo l’analisi a un arco di tempo più esteso, i prodotti della previdenza complementare riescono invece ancora a battere il Tfr. Secondo i dati della Covip (la commissione che vigila su questo settore), tra il 2007 e il 2018 i fondi pensione negoziali hanno reso in media il 3,3% annuo al netto di tasse e commissioni varie, i fondi aperti hanno avuto una performance positiva del 3% ogni 12 mesi mentre le polizze pensionistiche hanno guadagnato ampiamente oltre 2 punti percentuali all’anno. Nello stesso periodo, il Tfr si è rivalutato invece del 2,1% ogni 12 mesi. Certo, ci sono due fattori importanti da non trascurare. Negli ultimi due lustri, le performance dei fondi e delle polizze pensionistiche sono state aiutate anche dal buon andamento delle borse che, dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, hanno avuto un lungo ciclo positivo. I rendimenti del Tfr, invece, sono stati zavorrati non poco dal calo dell’inflazione che, a causa della crisi economica, in certi periodi è addirittura finita sotto zero.

COSA ACCADRÀ nei prossimi anni nel confronto tra fondi pensione e trattamento di fine rapporto? Difficile fare previsioni esatte, poiché tutto dipenderà ancora una volta dall’andamento dei mercati. Fatta questa premessa, c’è un altro particolare da non trascurare. Ovviamente, non tutti i fondi pensione si sono comportati allo stesso modo. Chi ha scelto i più redditizi dell’ultimo decennio, per esempio, è riuscito a ottenere ogni anno un rendimento di gran lunga superiore a quello del Tfr e dell’inflazione. Secondo i dati della società di analisi indipendente Morningstar, specializzata nella valutazione dei prodotti del risparmio gestito, il fondo pensione che ha reso di più negli tra il 2008 e il 2018 è Foncer Dinamico (riservato ai lavoratori dell’industria della ceramica), che ha guadagnato in media quasi il 7,4% medio annuo. Segue a ruota Anima arti& mestieri, che ha avuto un rendimento del 7,3% ogni 12 mesi, mentre in terza posizione si piazza la linea azionaria del fondo Allianz Insieme con una performance positiva del 7% all’anno. Leggermente inferiori, ma comunque non trascurabili sono i risultati del Fondosanità Linea Espansione (riservato ai medici e agli infermieri liberi professionisti) che, sempre dal 2008, ha reso oltre il 6,3% all’anno. Chiude la top 5 dei prodotti che sono andati meglio la linea azionaria del fondo Giustiniano (+6,2% annuo).

Boom dal 2007 Oltre 8,5 milioni di lavoratori puntano sugli investimenti integrativi

MILANO

GESTISCONO I SOLDI di oltre 8,5 milioni di persone e hanno un patrimonio di circa 165 miliardi di euro, che corrisponde più o meno al 10% del pil (prodotto interno lordo), cioè della ricchezza nazionale. Tuttavia, se confrontati ai loro omologhi stranieri, i fondi pensione italiani sono ancora quasi dei «nanetti» che devono crescere molto per raggiungere dimensioni in linea con la media europea.

BASTI PENSARE che in un Paese come il Regno Unito, dove gli investimenti finanziari sono assai più diffusi, le risorse gestite dai prodotti della previdenza integrativa ammontano a ben il 108% del pil. Tra le grandi nazioni europee, soltnto la Spagna ha delle percentuali inferiori alle nostre, mentre nel resto del Vecchio Continente, dall’Irlanda alla Germania fino ai Paesi Bassi passando per la Svizzera, il patrimonio dei fondi pensione vale tra il 40 e il 260% del pil. I lavoratori stranieri, insomma, scelgono di costruirsi una rendita integrativa in vista della vecchiaia con maggiore frequenza che in Italia.

NEGLI STATI UNITI, per esempio, ci sono fondi pensione che amministrano centinaia di miliardi di dollari e spesso hanno un peso notevole nell’azionariato delle maggiori aziende quotate sulle borse internazionali. Va detto, tuttavia, che i prodotti previdenziali del nostro Paese hanno una storia più breve alle spalle, poiché hanno iniziato raccogliere molti soldi soltanto dal 2007 in poi. È in quell’anno che è stata infatti approvata in Italia una riforma che ha incentivato molti nostri connazionali a destinare ai fondi pensione il proprio Tfr, cioè la quota di stipendio accantonata tradizionalmente per la liquidazione.

TRA I SOTTOSCRITTORI dei prodotti pensionistici integrativi, 6,1 milioni sono lavoratori dipendenti mentre 2,4 milioni sono autonomi o liberi professionisti. Tra le persone in attività, più o meno una su tra ha scelto di aderire alla previdenza complementare e costruirsi un tesoretto in vista della terza età.

Andrea Telara

Di |2018-09-10T13:17:16+00:0010/09/2018|Dossier Economia & Finanza|