Mille nuove opportunità in Amazon

AMAZON torna ad assumere in Italia. Il colosso del commercio online sta portando avanti un programma di crescita nel nostro Paese che porterà numerose assunzioni a tempo indeterminato entro fine anno, con mille nuove risorse che entreranno in azienda. Gli inserimenti riguarderanno, in particolare, i centri distribuzione e smistamento del gruppo, sia di nuova apertura che già operativi, situati in Emilia Romagna, Lombardia, Lazio e Piemonte. I nuovi assunti, inseriti con contratti a tempo indeterminato, faranno crescere il numero dei dipendenti Amazon in Italia portandoli dagli oltre 5.500 attuali a 6.500. Si va dagli ingegneri agli sviluppatori software, fino ai magazzinieri. In ambito logistico, ad esempio, la società di e-commerce cerca frequentemente responsabili operativi, specialisti nelle risorse umane, specialisti IT e operatori addetti a prelievo, imballaggio e spedizione della merce. Con ogni probabilità, ci saranno opportunità di impiego anche per personale senza esperienza, da formare e inserire in azienda: Amazon, infatti, offre ai propri collaboratori l’opportunità di beneficiare di percorsi formativi per accedere a diverse professioni. Gli interessati alle future assunzioni all’interno del colosso Amazon e alle opportunità di lavoro attive, possono visitare la pagina web riservata alle carriere e selezioni ‘Lavora con noi’ del gruppo, all’indirizzo del portale www.amazon.it. Dalla stessa è possibile prendere visione delle ricerche in corso e candidarsi, inviando il curriculum vitae tramite l’apposito form online, in risposta agli annunci di interesse.

f. m.


Stage, tirocini e tesi di laurea
«Studenti, sfruttate ogni occasione
per mettere il naso nelle imprese»

Francesco Gerardi
ALTAVILLA VICENTINA (Vicenza)

«LA NOSTRA scuola sta attirando sempre maggior interesse, tra i giovani neolaureati e non solo: l’alta formazione sta diventando sempre più attraente per le imprese italiane. Gli imprenditori iniziano a guardarci in modo radicalmente diverso. Lo vediamo dal numero dei soci sostenitori: nel giro di due o tre anni sono passati da poco più di una dozzina a oltre cento. Questo è un segnale importantissimo e che mi fa ben sperare». Federico Visentin, presidente di Mevis (tra i principali produttori di componenti metallici) e vicepresidente nazionale di Federmeccanica di Confindustria con delega all’educazione, è stato appena rieletto presidente per il prossimo triennio di Fondazione Cuoa-Business School, il Centro universitario di organizzazione aziendale, una delle più importanti business school italiane ed europee, con sede a Villa Valmarana Morosini, alle porte di Vicenza. Una scuola di business che da un sessantennio fa alta formazione e diffusione della cultura manageriale e imprenditoriale e tra i cui soci fondatori compaiono Intesa Sanpaolo e Banco BPM, e sostenuta da importanti università del Nordest tra cui Ca’ Foscari, Padova, Verona, Udine, Trento, Trieste, lo Iuav di Venezia, eccetera.

Presidente, prima ha detto che il successo della scuola tra gli imprenditori la fa ben sperare: aveva dubbi?

«Vede, il fatto è che o le nostre aziende fanno un salto di qualità, che ha a che fare con la capacità di gestire i sistemi complessi e una competizione globale, o sono destinate a esser preda di acquisizioni da parte di multinazionali estere. Non basta essere bravi nel lanciare prodotti, occorre diventare leader nel mondo globalizzato. Il rischio è quello a cui assistiamo tutti i giorni: spesso finiamo per vendere a gruppi industriali stranieri o anche, cosa assai peggiore, a fondi che puntano solo a speculare ».

Sta dicendo che manca la cultura industriale?

«Sì, c’è bisogno di alta formazione. Tant’è che sono pochissime le aziende italiane che fanno acquisizioni nel mondo. Questo è dovuto al fatto che la competenza dei nostri uomini d’impresa ha delle lacune. Nella nostra scuola offriamo a professionisti e giovani laureati percorsi di formazione che rispondono a queste nuove sfide, che danno contenuti veri, per avere una classe dirigente che renda la nostra impresa sempre all’altezza ».

E i giovani? Quali sono i suoi consigli per i ragazzi che si affacciano al mondo del lavoro e che sono interessati all’attività imprenditoriale?

«È fondamentale che colgano il valore dell’alta formazione. Venire da noi è una scelta vincente: offriamo MBA, corsi e master, e inoltre abbiamo un JobCareer Center per creare le migliori opportunità professionali per i nostri Alumni. Più in generale è importante che fin dalle scuole gli studenti trovino occasioni per avvicinare il mondo dell’impresa. Le faccio un esempio».

Prego…

«Uno dei programmi di cui in Federmeccanica sono più orgoglioso è ‘Eureka! Funziona!’, rivolto alle scuole primarie e che è finalizzato a stimolare l’ingegno e le competenze imprenditoriali nei bambini. Portiamo dei kit di costruzione di un giocattolo come se fossero in un’industria: con specifiche linee guida, un progetto, il marketing, eccetera. Per quanto riguarda l’università, consiglio agli studenti di sfruttare ogni occasione offerta dagli atenei per mettere il naso nelle imprese: stage, tirocini, tesi in azienda. Sono occasioni d’oro per creare quelle vere competenze che piacciono alle aziende e danno una marcia in più».

GARANZIA GIOVANI
Funziona il percorso di inserimento Ue
Metà degli under 29 è stata assunta

ROMA

TIROCINIO ‘vincente’ nella Garanzia giovani: da un lato, infatti, è la misura predominante tra quelle erogate nell’ambito del programma di matrice europea per l’inserimento nel mercato degli under 29 (su 720.032 interventi rappresenta il 58,3%) e, dall’altro, è lo strumento che ha permesso ad oltre la metà dei beneficiari (il 53,4%), a 18 mesi dall’avvio del percorso, di trovare un’occupazione. E, nel complesso, il piano, partito nel 2015, al 30 settembre 2018 poteva vantare la registrazione di «oltre un milione e 390.000 persone, al netto di cancellazioni d’ufficio, di cui più di un milione e 76.000 prese in carico (pari al 77,5%)». È l’Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) a tirare le somme sulle performance di Garanzia giovani, progetto inserito in un più ampio scenario di sostegno ai cosiddetti ‘Neet’ (ragazzi senza lavoro e fuori da percorsi di studi, ndr) forte di una dotazione totale di 2,8 miliardi. Ad un buon titolo di studio corrispondono maggiori chance di successo nell’accesso al mondo del lavoro: si passa, infatti, dal 42,9% di chi ha la sola licenza media, al 56,8% di chi è in possesso di una laurea. Il 38,6% dei giovani risulta impiegato con un contratto di apprendistato, seguito dal 34,5% di chi ne ha firmato uno ‘sine die’. Il 42,9% dei ‘Neet’ che hanno scommesso sulle potenzialità del programma, inoltre, «ha trovato la prima occupazione entro il mese successivo alla conclusione dell’intervento, percentuale che sale al 59,6% entro i sei mesi».


Le imprese di famiglia al bivio
I consigli dello studio BonelliErede
«Apritevi ai capitali esterni»

Luigi Manfredi
MILANO

LE IMPRESE familiari rappresentano un elemento distintivo del capitalismo italiano, i loro punti di forza sono la longevità, la capacità di produrre valore e occupazione. Ma hanno anche elementi di fragilità che la lunga crisi dell’economia mondiale e la sfida della globalizzazione hanno reso sempre più evidenti. Primi fra tutti la ritrosia ad aprire il capitale a terzi, il disagio nell’affrontare il delicato momento del passaggio generazionale e il deficit dimensionale. Qualcosa però sembra stia cambiando.

L’AVVOCATO Matteo Bonelli è partner dello studio BonelliErede e team leader del Focus Team Aziende di Famiglia: «Molte imprese di famiglia hanno capito che il mantra ‘piccolo è bello’ non funziona più. L’apertura del capitale non viene più vista come un tabù. E anche se c’è chi è rimasto ancorato alle vecchie idee, stiamo registrando un aumento delle operazioni di apertura del capitale, che testimoniano un importante cambiamento culturale, invero alimentato anche dagli effetti della crisi, della globalizzazione e della minore flessibilità delle banche nel finanziare le imprese sottocapitalizzate».

Questa inversione di tendenza è quindi solo frutto di necessità?

«No, in questo momento ci pare che molte imprese stiano aprendo il capitale non solo per ragioni finanziarie, ma anche per crescere (soprattutto per linee esterne), acquisire nuove competenze e attrarre talenti». Che significa anche dare una valenza ‘umana’ al capitale… «Le famiglie stanno iniziando a capire che l’ingresso di capitale specializzato – oggi rappresentato da una platea articolata di investitori professionali – consente di intervenire su assetti sclerotizzati e autoreferenziali, aprire una finestra sul mondo e reclutare talenti che altrimenti andrebbero altrove. Essendo questo tipo di capitale molto più costoso del capitale bancario, e spesso pure del capitale di borsa, se lo valutassimo solo dal punto di vista del costo finanziario molti non lo considererebbero conveniente. Viceversa, se un imprenditore si rende conto che introduce competenze che possono aiutarlo a crescere più rapidamente, disinnescare problemi interni alla famiglia e reclutare talenti che altrimenti andrebbero altrove, allora comprende che è anche capitale umano».

Qual è il rischio maggiore per l’impresa che si rinchiude in sé stessa?

«Premesso che l’apertura del capitale non è la panacea di tutti i mali, il rischio maggiore è quello dell’impoverimento dell’impresa, sia in termini di risorse finanziarie, sia di risorse umane».

Cosa si aspetta invece chi investe?

«L’obiettivo principale di un investitore professionale è di creare valore per ottenere i rendimenti molto alti che si propone di realizzare. Quindi il vantaggio di avere al fianco un soggetto così motivato è di spingere la famiglia uscire dalla propria ‘comfort zone’ e non rinviare decisioni fondamentali, non solo per la crescita dell’impresa, ma anche per la sua stessa sopravvivenza».

Passiamo all’altra spina, il passaggio generazionale…

«Credo che lo scoglio maggiore sia rappresentato dal passaggio dalla prima alla seconda generazione. Spesso è infatti lo stesso fondatore che non considera i propri figli meritevoli di proseguire l’impresa, senza tuttavia comprendere che questo paradigma «eroico» non è l’unico per assicurare continuità all’impresa. Nel mondo ci sono imprese (di famiglia e non) che prosperano anche grazie a corretti assetti di governance e di regole. Se il fondatore comprende che questo cambio di paradigma è non solo inevitabile, ma forse anche funzionale alla crescita e all’internazionalizzazione dell’impresa, allora i passaggi successivi sono molto più semplici ».

Come si affronta giuridicamente questo passaggio?

«In generale prevenire è sempre meglio che curare. A tal fine esistono diversi strumenti giuridici per programmare il passaggio generazionale, come per esempio le holding di famiglia e la relativa governance, i trust, e i patti di famiglia. Spesso però ci capita di essere coinvolti in situazioni litigiose e potenzialmente molto più dannose per l’impresa».

L’intervento di MAURIZIO GRIFONI (*)
I VANTAGGI DEI FONDI PENSIONE

IL BACINO dei lavoratori cui Fon.Te. si rivolge è decisamente molto ampio e, nonostante abbiamo raggiunto i 225.000 iscritti, tanti lavoratori non hanno ancora adeguatamente pensato al loro futuro pensionistico. Aderire consapevolmente oggi significa, infatti,poter vivere serenamente domani, al termine dell’attività lavorativa. E poter godere di alcuni vantaggi nella fase di accumulo delle risorse che diverranno la pensione di scorta all’uscita dal mondo del lavoro. Entriamo un po’ più nel vivo. L’adesione a Fon.Te. comporta il versamento del Tfr maturando; tuttavia, il lavoratore può scegliere di versare anche il contributo a proprio carico, beneficiando, in tal modo, del contributo a carico del datore di lavoro, che, di contro, non viene erogato ai lavoratori che lasciano il Tfr in azienda. La decisione del lavoratore di contribuire con i flussi di propria competenza può rivelarsi particolarmente fruttuosa per diverse ragioni.

LA PRIMA è che il contributo datoriale non spetta a chi non versa il proprio e aderisce con il solo Tfr. Inoltre, per molti dei lavoratori iscritti a Fon.Te., il Contratto collettivo nazionale del Terziario prevede che il contributo alla previdenza complementare non sia paritetico: a titolo esemplificativo, per il Commercio, a fronte di un versamento dello 0,55% da parte del lavoratore, il datore è, contrattualmente, tenuto a versare l’1,55%, ossia tre volte tanto (e comunque il contributo datoriale non è mai inferiore a quello del lavoratore). Un’altra ragione è dovuta al fatto che il contributo dello 0,55%, in termini di denaro che il lavoratore destina alla previdenza complementare, così come il contributo del datore di lavoro, non pesano sulla busta paga in quanto sono deducibili dal reddito fino al valore di 5.164,57 euro dei contributi versati. Scegliere di aderire è già un primo importante passo, ma non bisogna fermarsi a questo; l’adesione comporta infatti ulteriori decisioni (quanto versare, a quale linea aderire). Assumere un comportamento attivo significa per il lavoratore individuare la soluzione che meglio soddisfa le proprie esigenze e i propri bisogni. Per quanto riguarda l’azienda che propone ai suoi dipendenti una forma di previdenza complementare, è necessario ricordare che, la stessa, può beneficiare di una serie di vantaggi fiscali concessi dalla normativa in tema di previdenza complementare.

SOLO per citarne alcuni: sul contributo datoriale al Fondo pensione non verrà applicato il contributo previdenziale pari al 23,81% ma solamente il 10% a titolo di contributo di solidarietà; inoltre, è possibile utilizzare una parte di Tfr annuo destinato alla previdenza complementare per diminuire l’imponibile fiscale: si può dedurre dal reddito d’impresa il 4% del Tfr annuo destinato alla previdenza complementare se l’azienda ha almeno 50 dipendenti, il 6% se ne ha meno di 50. Infine si può beneficiare di una riduzione degli oneri sociali per gli assegni familiari, per maternità e per disoccupazione. La riduzione è partita dal 2008 con lo 0,19% e, dal 2014 ad oggi, è dello 0,28%.

* Presidente Fondo Fon.Te.