OBIETTIVO LAVORO

Opportunità nel Gruppo Amadori

AMADORI (nella foto il fondatore Francesco Amadori), storico brand specializzato nella produzione e commercializzazione di carni avicole, è alla ricerca di personale per ampliare il proprio organico. Il gruppo, presente sul territorio nazionale con 19 filiali e agenzie, 7 incubatoi e 6 mangimifici – oltre che con 6 stabilimenti di trasformazione e lavorazione, vari allevamenti di proprietà a gestione diretta e 3 piattaforme di smistamento – impiega circa 7.600 collaboratori e 350 agenti. Durante l’anno, Amadori offre interessanti opportunità di lavoro presso le varie sedi presenti in Italia, in particolare nelle aree di: amministrazione e finanza, comunicazione e relazioni esterne, commerciale, vendita, Customer Support e Incubazione. Ma non solo, perché forze fresche sono richieste anche nelle branche della manutenzione, sicurezza e ambiente, laboratorio analisi e nutrizione. Le ricerche in corso sono focalizzate alla copertura di posti di lavoro in Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, ma anche Puglia, Sardegna e Abruzzo. Una delle principali modalità di reclutamento del personale utilizzate dal gruppo è il recruiting online, attraverso la sezione web ‘Amadori Lavoro’ del portale www.amadori.it. Si tratta di un servizio web gratuito attraverso il quale vengono pubblicate le opportunità di impiego e tramite il quale è possibile rispondere online agli annunci di interesse. La piattaforma permette, inoltre, di inserire il proprio Cv nel database dell’azienda e di inviare una autocandidatura, in vista di prossime selezioni.

Francesco Moroni


La mission del filosofo esecutivo
«Aiuto le aziende a crescere
facendole pensare in modo diverso»

Francesco Gerardi
MILANO

MAI COME in queste ultime settimane la filosofia si è presa così prepotentemente la ribalta internazionale, tra social e prime pagine dei giornali. Da un lato il presidente brasiliano Bolsonaro ha suscitato un vespaio minacciando su Twitter di tagliare i fondi alle facoltà di filosofia per concentrarli nei saperi che «generano un ritorno immediato al contribuente ». Dall’altro il miliardario americano Mark Cuban ha profetizzato alla Abc: «Tra dieci anni la laurea in filosofia varrà molto di più di una in informatica». Chi ha ragione? L’utilitarismo immediato della nuova destra o la lungimiranza visionaria targata Silicon Valley? «Vede, il paradosso è che da una parte c’è un politico, che dovrebbe essere un ‘filosofo’, un teorico dello Stato e della società; dall’altra un imprenditore- investitore, che dovrebbe pensare solo in termini di operatività e pragmatismo. Non è singolare? ». A parlare è Raffaele Tovazzi, ossia l’incarnazione fisica della posizione mediana tra i due contendenti, la sintesi hegeliana (tanto per rimanere in tema…) e vivente tra la tesi di Bolsonaro e l’antitesi di Cuban. Sì, perché Tovazzi si autopresenta come il «primo filosofo esecutivo italiano», una figura nuova che aiuta le aziende a far crescere il proprio business attraverso il superamento delle crisi e dei momenti di difficoltà. E c’è da credergli, visto che ricorrono alle sue consulenze multinazionali e marchi famosi, ed è talmente pieno di impegni da non sapere letteralmente come gestirli tutti.

Dovrebbe provare a convincere Bolsonaro a licenziare qualche ingegnere e assumere più filosofi…

«Lungi da me prendere la cultura americana come modello di riferimento assoluto: credo ancora nella centralità della millenaria civiltà del bacino del Mediterraneo. Ma nella Silicon Valley hanno una capacità di utilizzare e capitalizzare la nostra stessa cultura che noi ci sogniamo. E infatti si sono inventati il ‘c.ph.o.’, il chief philosophy officier. Un americano tempo fa mi ha detto: ‘Voi avete i bronzi di Riace chiusi praticamente in una cantina, noi ci avremmo costruito intorno Las Vegas’».

Cosa può fare un laureato in filosofia per essere utile a un impresa?

«Nulla che già non conoscessimo da sempre. Aristotele non era forse il filosofo esecutivo del più grande imprenditore dei suoi tempi, Alessandro Magno? Il filosofo in azienda è colui che aiuta attraverso la sua forma mentis e la dialettica a vedere la realtà soggettiva da un’altra ottica. Il medesimo prodotto visto da un’altra angolatura può dare vita a un nuovo mercato o una nuova risorsa non ancora sviluppata. Il filosofo aiuta a pensare la realtà aziendale in modo diverso e a metterla in pratica in campagne di comunicazione che sono la messa a terra del pensiero, ciò che fa attecchire nuove idee nella società».

Lei è un pioniere, ma un giovane laureato in filosofia che volesse seguire le sue orme cosa può fare?

«La laurea è il presupposto. Poi deve acquisire un pensiero più pratico. Consiglierei di sporcarsi le mani in un campo totalmente diverso dall’ambiente puramente teorico e accademico. Io studiavo all’università e contemporaneamente lavoravo in una società da me fondata, preparando gli esami di notte. Mi hanno aiutato le mie origini trentine: siamo concreti. Una volta che un laureato in filosofia ha imparato a confrontarsi con i problemi pratici di un’azienda, è pronto per proporsi come ho fatto io».

Non ci vuole una buona dose di incoscienza per presentarsi da un imprenditore citando Platone e Kant?

«Io ne ho avuta, e anni fa era dura. Oggi il messaggio inizia a passare e la crisi ha reso gli imprenditori meno rigidi e più bisognosi di soluzioni ».

‘CY4GAMES’
Il team dell’Università di Perugia
vince la gara degli hacker etici

ROMA

LA SQUADRA Unipg1 dell’Università di Perugia si aggiudica la prima edizione dei ‘Cy4games – Capture the Flag on trial’, portando a casa la possibilità di rappresentare l’Italia al prossimo Cyber Defence Discovery Camp 2019 (CDDC2019) di Singapore, l’appuntamento annuale più importante al mondo tra hacker etici. La competizione tra hacker etici organizzata da Cy4gate con il patrocinio del ministero della Difesa, ha visto sfidarsi 17 team coinvolgendo circa 90 giovani provenienti da università e istituti statali di istruzione superiore, su un case history di ‘furto di dati sensibili da un’azienda’. Al secondo posto il team Recursion Fairies dell’Università di Trento. I Cy4games prevedevano una sessione modellata come un tipico ‘Capture the Flag’, una competizione molto comune tra gli appassionati di cyber. Ma la vera novità della competizione è stata la seconda fase, consistente in un’analisi ‘giuridico manageriale’ dell’incidente (intrusione informatica e l’esfiltrazione di dati): dalla gestione dell’incidente alla qualificazione dei relativi risvolti penali. Una sorta di vero e proprio processo in cui i ragazzi hanno analizzato sia le posizioni dell’azienda che quelle dell’attore del cyber crime. «I Cy4games – ha affermato Eugenio Santagata (nella foto), Ceo di Cy4gate – sono volti ad accendere un faro verso la necessità della resilienza della rete che passa attraverso l’utilizzo di prodotti e la costruzione di competenze nazionali su questo tema».


Dati genetici, sempre più un affare
Dal consenso alla cyber security:
ecco come tutelare i propri diritti

Luigi Manfredi
MILANO

E’LA NUOVA frontiera della protezione e della condivisione responsabile dei dati personali con l’ulteriore deriva: la loro monetizzazione. Tema di per sé sensibilissimo ma che diventa addirittura scottante quando riguarda una particolare categoria di dati personali, quelli genetici. Le tecnologie genomiche del resto sono il futuro: secondo una stima di Zenome, nel 2020 il volume totale del mercato di queste tecnologie supererà i 62 miliardi di dollari quando solo nel 2010 arrivava appena a 6 miliardi. In America il caso è scoppiato già da tempo.

«AZIENDE che offrono test genetici hanno chiesto ai loro clienti di cedere i dati genomici poi venduti a loro insaputa». Parole di Kamal Obbad, il fondatore della startup Nebula Genomics il cui socio propone adesso un diverso approccio basato su una condivisione sicura e trasparente di questi dati utilizzando una piattaforma di analisi e condivisione che si basa sulla blockchain, la tecnologia alla base delle criptovalute, aggiungendo anche una ricompensa in crediti digitali.

«IN GENERALE la blockchain – spiegano le avvocatesse Laura Liguori, capo del dipartimento Privacy & Cyber security dello studio legale Portolano Cavallo, ed Elisa Stefanini, counsel della medesima law firm – è una struttura dati condivisa e immutabile caratterizzata da una rete di registri digitale le cui voci sono raggruppate in «pagine» (dette blocchi) e la cui integrità è garantita dall’uso di tecnologie crittografiche ». In ambito privacy, la blockchain potrebbe consentire all’interessato di essere informato nel caso in cui ci sia una richiesta di accesso ai suoi dati (prestando o meno il consenso). Fermo restando che la trasparenza stessa potrebbe venire in conflitto con l’esigenza di riservatezza. Temi come si vede di enorme portata.

«IL PROBLEMA principale è sempre quello dell’eventuale utilizzo ulteriore dei dati genetici raccolti senza che l’interessato ne sia consapevole. Negli Stati Uniti è stato reso noto dalla stampa che una delle società più note che offre test genetici domestici collaborerebbe con l’Fbi per la soluzione di casi particolarmente complessi, senza che ciò sia reso noto ai propri clienti». In base alla legge europea, questo non potrebbe accadere. Di certo si tratta di dati sensibili, particolari, che in quanto tali godono di una protezione maggiore. «Diverse – spiegano Liguori e Stefanini – sono le basi giuridiche per il trattamento di dati appartenenti a categorie particolari, come quelli genetici: la legge prevede un generale divieto di trattamento salve alcune eccezioni (quali il consenso o interessi pubblici). Recentemente il Garante ha individuato alcune misure da rispettare. Anche il tipo di consenso (quando richiesto) per questa tipologia di dati è diverso: mentre per il dato comune è richiesto un comportamento inequivocabile, per quello genetico il consenso deve risultare da una dichiarazione. Poi quando si sottopone una persona a test genetici deve essere fornita un’apposita consulenza».

ULTERIORE tema dirompente è appunto l’eventuale monetizzazione. «Il problema è più ampio e riguarda la monetizzazione del dato personale in sé. La protezione di dati personali nel nostro ordinamento è un diritto fondamentale e come tale indisponibile. Fornire propri dati personali in cambio di denaro o quale controprestazione nell’acquisto di beni o servizi è un concetto molto difficile da accettare. Ma modelli di business fondati sulla monetizzazione sono sempre più diffusi. La sfida è dunque quella di trovare il modo per regolare fenomeni che hanno preso piede. L’equiparazione tra denaro e il dato personale è un passo che richiede estrema attenzione e che deve necessariamente tenere in considerazione i profili etici del trattamento di dati personali. A livello europeo ed internazionale si sta ragionando sempre di più sull’etica».

Diritto & rovescio di FRANCESCO ROTONDI (*)
L’EQUIVOCO DEL SALARIO MINIMO

IL TEMA della retribuzione minima oraria da riconoscere alla prestazione lavorativa merita certamente attenzione politica, mediatica ma anche tecnico-giuridica. Ciò che accade attualmente, in realtà, è il solito dibattito di propaganda che debitamente pilotato – dal ministro del Lavoro (nella foto Luigi Di Maio) – fa assurgere la questione alle cronache con una limitata comprensione. Immaginare l’imposizione normativa della paga minima oraria per qualsivoglia settore economico, e qualsivoglia tipologia di prestazione professionale, anche laddove tutto ciò è già ampiamente regolamentato dalle parti sociali attraverso la contrattazione collettiva, rischia di creare in realtà un gravissimo incidente diplomatico. In un momento storico quale quello attuale, laddove vi è distanza siderale fra la politica e la realtà, sferrare un attacco frontale al sindacato non potrà che peggiorare le già difficili relazioni sociali ed industriali esistenti.

SE A CIÒ aggiungiamo che l’attuale funzione legislativa non è nemmeno in grado di valutare l’impatto economico e industriale di una simile prospettiva – sarebbe sufficiente dare uno sguardo non ‘politicamente orientato’ ai dati Istat che individuano in una simile operazione la possibilità di un calo del Mol (margine operativo lordo) medio di circa l’1,6% ma, proprio in ragione della cecità tecnica può arrivare ad un abbattimento di oltre il 60% – i danni conseguenti diventano incalcolabili. Il personale grido di allarme e di aiuto per cercare di allontanare il ‘credo politico’ dal mondo e dal mercato del lavoro che ho più volte lanciato mi pare sia totalmente inascoltato. Al di là della delusione personale – che vale – la continua disattenzione verso le reali questione lavoristiche rischia decisamente di porre l’impresa italiana in fuorigioco rispetto ad un mercato sempre più competitivo e ad un’industria sempre più presidiata da azionisti stranieri che, invece, questi conti li sanno fare molto bene. IGNORARE poi in modo colpevole e imbarazzante il cambiamento anche delle logiche e delle prospettive retributive delle nuove generazioni, e non comprendere la necessità – che di fatto si sta già perpetrando – di modificare il patto sociale, io credo sia non più tollerabile.

(*) Giuslavorista, avvocato e co-founder di LabLaw

Di |2019-05-13T09:25:35+00:0013/05/2019|Lavoro|