OBIETTIVO LAVORO

Assunzioni e stage alla Fiat

FIAT APRE le porte ed è alla ricerca di personale. L’azienda automobilistica del Gruppo FCA, fondata nel 1899 da Giovanni Agnelli, cerca varie figure per assunzioni e stage nelle proprie sedi. Le offerte di lavoro sono rivolte, generalmente, a candidati a vari livelli di carriera. Anche a giovani senza esperienza, per i quali sono disponibili, per lo più, opportunità di stage. Al momento, ad esempio, sono disponibili diverse offerte di lavoro in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Puglia. I candidati selezionati potranno lavorare nei settori Finanza, Manufacturing, Sviluppo Prodotto e R&D. Oppure nelle aree Information and Communication Technology, Supply Chain/Logistica e Risorse Umane, o in altri ambiti. Bari, Bologna, Milano, Modena e Torino: queste le realtà dove gli interessati potranno abbracciare un ventaglio di offerte ampio e variegato. Attualmente non è disponibile una sezione ‘Lavora con noi’ sul sito web aziendale del gruppo: la raccolta delle candidature viene effettuata quindi solo attraverso il portale web riservato al recruiting, che viene costantemente aggiornato con le offerte di lavoro disponibili, alle quali è possibile rispondere online compilando direttamente l’apposito modulo telematico. In qualsiasi momento è possibile anche inviare un’autocandidatura, inserendo il curriculum vitae nel data base aziendale in vista di prossime selezioni di personale. Inoltre le ricerche in corso vengono segnalate anche attraverso la pagina Fiat Chrysler Automobiles presente su LinkedIn.

Francesco Moroni


Progettare i giardini dell’anima
Nuovi orizzonti occupazionali
da un comparto in forte sviluppo

Loredana Del Ninno
MILANO

CI SONO giardini che curano l’anima e il corpo, supportando la medicina tradizionale nei processi di cura e riabilitazione. Si chiamano healing gardens e il prossimo settembre ripartirà a Milano il Corso di approfondimento in progettazione del verde nelle strutture di cura e assistenza, per formare professionisti del settore.

«RISPETTO alla precedenti edizioni, a cui si poteva accedere soltanto dopo la laurea – spiega Giulio Senes, docente alla Facoltà di agraria dell’Università di Milano e responsabile scientifico dell’iniziativa – il corso non sarà erogato direttamente dall’ateneo, ma tramite un Ente di formazione (Polo A&Q), di cui la nostra università è socia e che ha sede presso la Facoltà di agraria. Tale scelta è motivata dal desiderio di consentire la partecipazione anche agli studenti ». Numerose le tematiche affrontate. «Tratteremo i criteri di progettazione – prosegue Senes –, l’approccio medico ai giardini terapeutici, l’Environmental Psychology, la vegetazione negli healing gardens, l’accessibilità, il verde nelle Rsa, gli spazi terapeutici per l’infanzia, esperienze di healing gardens, in Italia e all’estero, e ci sarà un modulo dedicato all’ortoterapia ».

MA IL PERCORSO formativo, che avrà come docenti professori universitari (lo stesso Senes, Natalia Fumagalli, Francesco Ferrini), agronomi paesaggisti (Francesca Neonato, Elisabetta Fermani), architetti del paesaggio (Cristina Ferrara), medici (Cristina Borghi) , psicologi (Rita Berto) e architetti (Marilena Baggio e Isabella Steffan), non si rivolge soltanto agli studenti. «Apriremo le porte a tutti i professionisti interessati ad accrescere le competenze sul tema, come, ad esempio, i gestori degli uffici tecnici degli ospedali, delle case di cura e delle residenze per anziani».

UNA FORMAZIONE che può schiudere nuovi orizzonti occupazionali. «Gli esperti in healing gardens appartengono a un comparto attualmente di nicchia – sottolinea il responsabile scientifico dell’iniziativa –, ma in fortissimo sviluppo. All’estero, in particolare in Norvegia, Danimarca, Svezia e Inghilterra, sono state avviate da tempo numerose esperienze che si sono rivelate molto utili a coadiuvare il trattamento di numerose patologie e nel raggiungimento del benessere. C’è quindi da scommettere che la diffusione dei giardini curativi sarà a breve massiccia anche in Italia».

UNA PARTICOLARE attenzione merita lo sviluppo dell’orticultura. «Il terapista orticulturale che in alcuni Paesi è già una figura istituzionale è destinato a lavorare nelle scuole per dare agli alunni i primi rudimenti e nelle case di riposo, perché piantare ortaggi e prendersi cura della loro crescita si è dimostrato un valido supporto per malati di Alzheimer e di demenza senile».

IL CORSO si svolgerà dal 20 settembre al 18 ottobre per 40 ore complessive. Sono previste lezioni frontali e un’esercitazione relativa a un’area verde di un ospedale o di una Rsa milanese. Il programma delle lezioni, i profilo dei diversi docenti e le modalità di iscrizione sono disponibili sul sito: www.polaaq.it.

MCDONALD’S
Nel 2019 apriranno 25 ristoranti
Previste 2.300 assunzioni in Italia

MILANO

MCDONALD’S Italia (nella foto l’ad Mario Federico) annuncia un piano di crescita per il 2019 che prevede l’apertura di 25 ristoranti e la creazione di 2.300 nuovi posti di lavoro. Il piano si colloca in continuità con lo sviluppo dell’azienda nell’ultimo biennio, con 3.000 nuove assunzioni che hanno portato il numero totale dei dipendenti a 23.000. La ricerca di personale per il 2019 interesserà tutto il territorio nazionale: nel Nord-Ovest McDonald’s creerà 850 nuovi posti di lavoro, altri 470 Nord-Est, 560 nel Centro Italia e al Sud e nelle Isole 420 nuovi posti di lavoro. Inoltre, da inizio anno, hanno già preso il via le selezioni per oltre 400 persone, a Milano (città e provincia), Roma, Parma, Ancona, Alessandria, in provincia di Brescia, Salerno e Chieti. McDonald’s offre ogni anno oltre 900mila ore di formazione ai suoi dipendenti, a tutti i livelli. L’evoluzione che i ristoranti McDonald’s stanno vivendo in questi anni, con un focus sempre più spostato sul cliente e nuovi servizi come il servizio al tavolo, l’accoglienza e l’intrattenimento per le famiglie stanno modificando radicalmente il lavoro dei dipendenti nei ristoranti McDonald’s. Dei 23.000 dipendenti che lavorano nei 590 McDonald’s italiani, la maggior parte è composta da donne (62%), che costituiscono anche il 50% degli store manager. L’età media dei dipendenti è 31,5 anni, 30 per i crew, 35 per i manager e 39 per gli store manager. Il 92% dei dipendenti che lavora da McDonald’s è assunto con contratti di apprendistato o a tempo indeterminato.


Procedure fallimentari e immobiliari
Tempi più brevi, meno sofferenze
Ma non in tutti i tribunali italiani

Luigi Manfredi
MILANO

AMACCHIA di leopardo. I tempi di chiusura delle procedure fallimentari e immobiliari hanno un’incidenza notevole sul valore degli Npl, i crediti deteriorati cioè, punto nevralgico del sistema bancario italiano. Nel 2018 i tempi di chiusura per fortuna sono complessivamente calati – e questo si ripercuote positivamente sulle sofferenze – ma i risultati sono ancora fortemente differenziati sul territorio: per i fallimenti si va da 4 a 18 anni e se solo ci si uniformasse ai tribunali più efficienti le sofferenze sul mercato, stimate in 25 miliardi, ne varrebbero addirittura 37. E’ quanto emerge dall’interessante report ‘La durata dei fallimenti e delle esecuzioni immobiliari e gli impatti sugli Npl’ rilasciato da Cerved (una data-drive company specializzata nell’analisi e nella gestione del rischio di credito) e da La Scala (law firm con sede principale a Milano costituita in forma di società per azioni tra avvocati) e che ha tracciato le performance di tutti i tribunali italiani.

UN PORTAFOGLIO di 100 euro di crediti bloccati in società fallite potrebbe valere 27 euro nei tribunali più efficienti e solo 5 in quelli più lenti; l’equivalente fermo in esecuzioni immobiliari varrebbe fino a 60 euro a Trieste, il foro più rapido, ma appena 8 euro a Locri. Nel complesso, il valore netto stimato delle sofferenze sul mercato si attesta a circa 25 miliardi di euro se si valuta con la prospettiva di un investitore specializzato in Npl (il 26% del valore lordo, pari a quasi 100 miliardi a fine 2018), mentre dal punto di vista delle banche, che possono finanziarsi a tassi decisamente più favorevoli, risulterebbe pari a 34,5 miliardi. Secondo le elaborazioni di Cerved e La Scala questo valore potrebbe aumentare in modo consistente se tutti i tribunali si uniformassero per efficienza a quello di Trieste: 12 miliardi in più (37 in totale) nell’ottica di un investitore e 8,3 miliardi in più in quella di una banca.

«VELOCITÀ ed efficienza sono i principi che dovrebbero guidare l’attività di recupero dei crediti – commenta Valerio Momoni, direttore marketing e business development di Cerved –. La lentezza in questo processo, effettiva o anche solo percepita, riduce il valore dei crediti deteriorati con impatti importanti sui bilanci delle banche e sull’economia dell’intero Paese». Come abbiamo detto, i dati analizzati da Cerved e La Scala confermano un quadro di miglioramento. «Valutare l’impatto dei tempi di durata delle procedure, esecutive e fallimentari, significa verificare la capacità del sistema di smaltire l’arretrato accumulato, l’incidenza delle riforme legislative, il miglioramento delle singole fasi del processo e, non ultimo, la concentrazione geografica e numerica dell’efficienza o inefficienza. I dati analizzati confermano un trend positivo e un’inversione di rotta determinata anche dalle recenti riforme: si inizia a recuperare l’arretrato e migliora la produttività degli uffici giudiziari », sottolineano le partner di La Scala, Tiziana Allievi, responsabile del Team esecuzioni immobiliari, e Luciana Cipolla, responsabile del Team concorsuale.

NEL 2018 complessivamente l’efficienza dei tribunali italiani è migliorata con un 2.8% di procedure chiuse in più; anche i tempi di chiusura si sono abbassati di circa 4 mesi: 7 anni e un mese di media. Anche se nel 2018 – sembra incredibile – c’erano ancora fallimenti con una durata superiore a 18 anni. Ma restano differenze abissali tra le zone geografiche. Tempi di chiusura dei fallimenti: il Nord ha performance migliori col Trentino Alto Adige in pole (5.2 anni), Lombardia (5.4) e Valle D’Aosta (5.5). L’Emilia Romagna (6.1) è sesta, la Toscana (6.2) settima. Tra le città la forbice va dai 3.8 anni di Crotone ai 18.5 di Messina. Un dato eclatante. Ferrara è il tribunale con meno fascicoli pendenti (l’intera Emilia Romagna è la guerra regione più virtuosa). Umbria (Spoleto in coda), Basilicata e Sicilia le maglie nere per le pendenze.

Diritto & rovescio di LUCA FAILLA (*)
PRODUTTIVITÀ, LA GIUSTA MISURA

PUÒ la produttività costituire un parametro per misurare il rendimento atteso del proprio collaboratore e, quindi, la scarsa performance, portando l’azienda a risolvere il rapporto di lavoro? E’ questo l’interrogativo rilevante che pare affacciarsi all’interesse degli operatori del diritto allorché la tecnologia oltre a facilitare molte attività, porta anche ad importanti conseguenze in termini di gestione e misurazione del rapporto di lavoro. E’ quanto accaduto nello stabilimento Amazon di Baltimora nel quale si è proceduto in circa un anno al licenziamento di circa 300 dipendenti «colpevoli» di bassa produttività e rendimento. In realtà, ha spiegato Amazon attraverso i propri legali, non vi era stata una diretta consequenzialità tra la misurazione della bassa performance e la decisione di risolvere il rapporto di lavoro dei poor performers. Quindi non è l’algoritmo in sé ad avere generato la decisione, quanto piuttosto è la misurazione dei dati forniti dall’algoritmo e la valutazione (umana) dei risultati attesi, stimati in un determinato arco temporale, ad aver generato il processo di valutazione del personale, portando – solo dopo l’esame complessivo dei dati – al recesso dal rapporto di lavoro per scarso rendimento (come normalmente avviene all’estero). Si tratta, quindi, di un processo non automatico ma sempre subordinato a valutazioni umane incardinate nei processi decisionali aziendali. Ma tale sistema di valutazione è possibile negli Usa. Nel nostro ordinamento le cose si fanno più complesse. Lo «scarso rendimento» non è una categoria giuridica facilmente riconosciuta dal nostro diritto del lavoro. Esso è solitamente sanzionato solo quando sia accompagnato dalla «negligenza» e dal «notevole inadempimento» del lavoratore. Circostanze che è compito dell’azienda dimostrare.

ANCORA oggi, secondo la giurisprudenza prevalente, il mancato raggiungimento degli obiettivi programmati dall’azienda, non sempre è parametro sufficiente per legittimare la risoluzione del rapporto di lavoro. E questo perché il lavoro per obiettivi (e la loro misurazione) non farebbe parte della tradizionale configurazione del rapporto di lavoro subordinato. Erroneamente si pensa che il contratto di lavoro si regga solo sullo scambio tempo lavoro/denaro, indipendentemente dal risultato che una certa attività in un tempo determinato (ora/giorno/settimana) crea. Tutti sanno che non è cosi, le aziende si prefiggono (giustamente) degli obiettivi attesi dall’attività di ciascun collaboratore ed intervengono quando i risultati non sono quelli stimati.

(*) Avvocato Founding Partner LABLAW Studio Legale Failla Rotondi & Partners

Di |2019-05-06T08:56:59+00:0006/05/2019|Lavoro|