OBIETTIVO LAVORO

Trecento assunzioni in pizzeria

DOMINO’S PIZZA è in continua espansione e cerca personale per aumentare il proprio organico. Il gruppo, in Italia da ottobre 2015 con un centro direzionale e logistico e 23 punti vendita, ha annunciato un’imponente campagna di recruiting mirata a circa 300 assunzioni, molte delle quali già entro fine aprile, focalizzata su sei città: Milano, Torino, Modena, Bologna, Genova e Brescia. Una ricerca importante, che include sia addetti alla ristorazione sia addetti alle consegne, ma anche oltre 60 assistant manager, che si occuperanno di lanciare e gestire i nuovi punti vendita della catena. I nuovi assunti andranno a completare i team Domino’s Pizza già attivi e presenti in maniera capillare a Milano, Torino, Modena e Bologna (dove sono previste ulteriori aperture) o formeranno le nuove squadre per le prossime inaugurazioni previste a Genova e Brescia. «Questo sarà un anno decisivo per noi – conferma Alessandro Lazzaroni, Ceo di Domino’s Pizza Italia –, perché puntiamo a crescere ben oltre il 50%, ampliando la nostra rete di punti vendita nelle città dove siamo già presenti e raggiungendo anche ulteriori città, strategiche per il mercato, dove contiamo di espanderci altrettanto e di continuare a far crescere chi lavora con noi». Inoltre, ci sono già altre città nell’immediato futuro di Domino’s, a partire da Brescia e Genova. Gli interessati a una delle posizioni aperte potranno inviare il proprio curriculum vitae e una breve presentazione all’indirizzo e-mail: risorseumane@dominositalia.it.

Francesco Moroni


Ha detto no alle Olimpiadi di Los Angeles
per diventare una top manager
«Lo sport mi ha insegnato tanto»

FIRENZE

A5 ANNI, guardando dalle gradinate della piscina comunale di Firenze gli allenamenti di sua sorella, decise che sarebbe diventata più brava di tutte le persone che vedeva nuotare: allenatore compreso. A 6 anni si allenava tutti i giorni e faceva le prime gare. A 13, dopo avere inanellato una serie di vittorie le hanno dato le chiavi della piscina in modo che tutte le mattine alle 6, prima di andare a scuola, potesse allenarsi una vasca dopo l’altra. A 15 la chiamano ad allenarsi nella nazionale di nuoto e a 18 la convocano per le Olimpiadi di Los Angeles 1984. Il sogno a cui aveva lavorato da quando aveva 5 anni era pronto a diventare realtà, ma la vita ha in mente altro per la protagonista di questa storia, Sandra Goracci, olimpionica mancata (perché la famiglia preferì non farla volare di là dall’Oceano per nuotare dietro a una medaglia), imprenditrice nell’ambito delle risorse umane di grande successo. Fiorentina, 53 anni, una laurea in Ingegneria Gestionale, un master in HR Management, un passato da allenatrice della nazionale Juniores di nuoto della UISP, Sandra si riassume in due parole: «Empatia e autodisciplina ». Sorride nel pronunciarle e aggiunge: «La mia prima vera passione è stato lo sport: da atleta prima e da coach poi, forse proprio per questo ho sviluppato una disciplina che mi ha permesso in tanti anni di non soffrire a causa dei sacrifici e delle rinunce che mi imponevo per raggiungere i miei obiettivi, e forse, ancora una volta, è stato lo sport a insegnarmi la cultura del vincere, sempre nel rispetto dell’avversario e delle regole, ma dando il massimo per riuscirci».

IL SOGNO infranto di Sandra di portare a casa una medaglia olimpica, in realtà, poi è diventato il suo trampolino verso una serie di traguardi che, ancora oggi, la spingono ad andare sempre avanti. «Ho capito che nella vita di una persona, fortunatamente, non c’è un solo sogno da realizzare, ce ne sono molti, infiniti, basta volerli guardare e decidere di realizzarli ». Così, con una laurea e un master in tasca Sandra scopre di poter diventare una campionessa anche in un nuovo ambito: quello delle risorse umane. Dopo molte esperienze come imprenditrice, nel 2012 incontra Paolo Ruggeri, il primo manager italiano ad avere sviluppato un test sulle risorse umane validato anche negli Stati Uniti e usato in molti paesi del mondo dal Brasile alla Russia. È amore, professionale, a prima vista e nel giro di un paio d’anni Sandra diventa CEO della società di franchising legata al marchio fondato da Ruggeri, Open Source Management. La vicinanza tra i due, poi, fa sì che tutte le competenze nell’ambito del coaching sportivo accumulate da Sandra trovino un nuovo sbocco nell’allenamento di manager e imprenditori che mensilmente frequentano le classi di management di OSM.

«IL MIO OBIETTIVO oggi – racconta – è essere al fianco degli imprenditori e delle aziende che vogliono fare la differenza sul mercato. Ogni giorno, o quasi, tengo corsi di formazione e faccio coaching in tante città italiane. Il primo messaggio che cerco di trasmettere è quello che mi ha sempre permesso di superare gli ostacoli che ho trovato sul mio cammino: bisogna fare tutto il possibile per vincere! Essere disposti a lavorare duramente per perseguire un risultato è da vincenti. Raggiungere i propri obiettivi è da vincenti. Saper perdere ed accettare le sconfitte è da vincenti». E visti irisultati di questa donna dagli occhi scuri che sorridono assieme alle sue labbra, deve essere davvero così.

LA PROPOSTA DI INDRA
I giovani si formano con i videogame
In azienda la sfida con Overwatch

MILANO

INDRA, una delle principali società di tecnologia e consulenza al mondo, ha lanciato l’utilizzo degli e-Sports come strumento di formazione per i giovani talenti. L’uso di videogiochi per la formazione aiuta i giovani ad acquisire competenze in aree quali il lavoro di squadra, la comunicazione, la leadership, la risoluzione dei problemi, il rapido processo decisionale, la flessibilità o l’apprendimento continuo, che sono molto necessari nei cosiddetti ambienti VUCA (volatility uncertainty complexity, ambiguity, in inglese), caratteristici dell’era digitale.

ALLA BASE del nuovo strumento di formazione vi è una metodologia innovativa, “gamificata” e immersiva che consente di allenare queste competenze digitali e allo stesso tempo di esaminare il comportamento dei professionisti nelle varie condizioni a cui viene sottoposto. Le sessioni sono organizzate in gruppi da 30 professionisti neoassunti o con un massimo di due anni di esperienza all’interno dell’azienda. Dopo una breve spiegazione, i giovani si preparano e svolgono i primi test individuali per poi passare alla competizione di squadra nel videogioco Overwatch. Esiste persino un campionato di e-Sports per le aziende, tenutosi alla fine del 2018 in Spagna, vinto ovviamente da due professionisti di Indra.


Via della Seta, rischi e opportunità
«Meglio accordi a livello europeo
La Cina punta ad espandersi»

Luigi Manfredi
ROMA

«LE OPPORTUNITÀ ci sono perché ci sono enormi capitali disponibili, ma non c’è dubbio che i cinesi hanno una potenza tale per cui la loro sarà comunque una politica di espansione. Potrebbero prendere il controllo di alcuni settori economici ». STrade, ferrovie, porti, le grandi autostrade informatiche. Comunque la si valuti, è una delle sfide decisive dei prossimi anni. Il gigantesco programma di investimenti infrastrutturali lanciato dalla Cina sotto il nome di «Via della Seta» (Belt and Road Iniziative) pone l’Occidente davanti a interrogativi enormi non solo in campo geo politico-economico ma anche giuridico. Per comprendere la portata delle opportunità ma anche dei rischi degli investimenti connessi alla nuova «Via della Seta» lo studio legale CMS ha condotto una ricerca coinvolgendo 100 senior executive di importanti società in tutto il mondo con interessi nella regione, il 40% dei quali lavora in gruppi statali o grandi società cinesi. Una ricerca bidirezionale, quindi, per coglierne il sentiment. Non a caso se ne è fatto interprete CMS, una delle prime dieci law firm internazionali per numero di professionisti: 73 uffici sparsi in 41 Paesi, 7.500 professionisti e oltre 1.000 partner. E una consolidata presenza in Cina appunto con le sedi di Pechino e Shanghai. In Italia CMS ha uffici a Milano e Roma e conta su oltre 130 fra professionisti e collaboratori.

Si sta parlando molto della ‘Via della Seta….

«Ma la sua applicazione è fluida. – spiega l’avvocato Pietro Cavasola, partner di CMS e responsabile del dipartimento Corporate M&A in Italia – Gli accordi sono ancora molto blandi. Come spesso accade, i cinesi partono da lontano con grandi principi generali facili da accettare salvo poi andare in maniera più incisiva nel particolare».

Intanto emerge un comune denominatore…

«Tutti gli investitori – cinesi e non – sono positivamente interessati».

Ma quali sono i settori privilegiati dai cinesi?

«Fin qui – spiega l’avvocato Cavasola – si sono sempre interessati a grandi lavori infrastrutturali come l’acquisizione del porto del Pireo (ora si parla di interesse anche per i porti italiani). Il secondo settore è quello delle energie rinnovabili. Poi la tecnologia con il tema recente di Huawei ad esempio».

C’è subito uno snodo: i singoli Paesi hanno capacità di recepire questi investimenti?

«Se un Paese non è molto aperto nel decidere nuove infrastrutture non sarà facile attrarre gli investimenti. In Italia è un tema abbastanza attuale e comprensibile».

E c’è un risultato della ricerca che lo conferma: la stragrande maggioranza degli intervistati individua in Asia e Africa i maggiori catalizzatori degli investimenti.

«Né l’Italia né l’Europa occidentale nel loro insieme sono visti come Paesi principali».

Non è un caso che i rischi maggiori percepiti dagli investitori siano di tipo legale e politico. Di certo, uno degli scogli maggiori è anche il quadro legale completamente diverso: per il 95% degli intervistati la due diligence è ritenuta prioritaria.

«Il primo rilevante problema per chi delocalizza in Cina è sicuramente la tutela della proprietà intellettuale che adesso è al centro della tensione tra Usa e Cina. In Cina poi la costituzione è essenzialmente un documento di indirizzo politico, non c’è un organo che controlli la legalità delle leggi. Non esiste nella Costituzione il principio della divisione dei poteri, è un sistema autoritario con il potere in mano al partito comunista. Va però sottolineato che nel 2020 o 2021 dovrebbe andare in porto il primo elemento di convergenza, l’approvazione del codice civile che dovrebbe essere ispirato al modello del nostro sistema codicistico, di provenienza del diritto romano».

Si può parlare di un diritto europeo per affrontare in maniera unitaria la sfida cinese?

«Giusto che ci sia un approccio europeo perché i cinesi alla fine tendono a prevalere (hanno già conquistato l’Africa e probabilmente vogliono estendere la loro area di influenza). Noi non abbiamo la forza economica e politica per resistere da soli a una potenza mondiale così forte. Si potranno fare accordi specifici, ma non penso si potrà mai stabilire una normativa comune ».

Diritto & rovescio di LUCA FAILLA (*)
LA FLESSIBILITÀ DEL LAVORO

CI RISIAMO. Ciclicamente, dai lontani (non solo temporalmente) anni Settanta ai giorni nostri, torna la proposta di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario. Si tratta di una suggestione evergreen cara soprattutto a una certa cultura politica con la quale periodicamente ci ritroviamo a fare i conti. Questa volta è il turno del neo-presidente dell’Inps Pasquale Tridico (nella foto), che rilancia l’idea e quindi ritorniamo a discuterne. Gli argomenti di confronto sono sempre gli stessi: l’impatto delle nuove tecnologie sulle produzioni e il conseguente aumento del tasso di produttività pone una riflessione sulla creazione di nuovo lavoro. Se la domanda di lavoro non aumenta allora per garantire al maggior numero possibile di persone un’occupazione dobbiamo redistribuire il lavoro che c’è senza abbassare i livelli di reddito dei lavoratori. E’ la tesi di fondo sostenuta da un numero significativo di addetti ai lavori tra cui il futurologo Jeremy Rifkin con il celebre testo degli anni Novanta, ‘La fine del lavoro’. Al di la della condivisione o meno dell’analisi, l’idea è praticabile e otterrebbe i risultati auspicati dai sui sostenitori? La risposta, ahimè, è no. L’effetto immediato sarebbe un insostenibile aumento del costo del lavoro per le nostre aziende con conseguenze facilmente immaginabili. Non mi sembra che da questo punto di vista ci siano in giro proposte di riduzione dell’orario che non contemplino tale controindicazione. E laddove è stato sperimentato, vedi la Francia, i risultati non sembrano incoraggianti, al punto che molte aziende sono tornate all’orario pieno. C’è poi un altro tema: è concettualmente corretto pensare di scaricare sulle aziende (private) l’onere della redistribuzione del lavoro e della ricchezza, oppure dovrebbe essere lo Stato a trovare le modalità più idonee per farsi carico della questione?

È DI STRINGENTE attualità la flessibilità dell’orario di lavoro in un’ottica di conciliazione dei tempi di vita-lavoro. In tale ambito le sperimentazioni e le pratiche sono molteplici anche grazie ad una legislazione di favore senza dimenticare, poi, le pratiche di riduzione di orario di lavoro come ammortizzatori sociali con i contratti di solidarietà. Discutiamo, se vogliamo, di orario di lavoro, ma facciamolo con senso della realtà altrimenti alimentiamo dibattiti nella migliore delle ipotesi inutili e nella peggiore dannosi soprattutto per il mondo del lavoro e delle imprese.

(*) Founding Partner LABLAW Studio Legale Failla, Rotondi & Partners

Di |2019-04-15T08:34:48+00:0015/04/2019|Lavoro|