OBIETTIVO LAVORO

Opportunità in banca con Unicredit

PORTE APERTE a Unicredit: il colosso bancario è alla ricerca di personale. Il gruppo, che conta oltre 147mila dipendenti e una rete di circa 8600 sportelli bancari, durante l’anno seleziona diverse figure professionali per assunzioni e tirocini in banca. Le offerte di lavoro sono rivolte, generalmente, a laureati, laureandi e studenti, compresi giovani anche senza esperienza o intenzionati a effettuare il tirocinio curriculare, oltre che a a professionisti esperti in vari settori. Attualmente sono disponibili nuove offerte di lavoro soprattutto in Emilia-Romagna, Lombardia, Lazio e altre sedi sul territorio nazionale. Si ricercano vari profili da inserire nelle aree Customer Care, Pianificazione finanza e Amministrazione, Risorse umane e Information technology. Non mancano, però, anche le occasioni in ambito Credit & risk management, Banking, Trading & investments products, Vendite, Organizzazione e logistica e Wealth management, oppure nell’area Marketing, Compliance, Internal audit & controls, Data governance & management e in altri settori. Il gruppo utilizza, tra i principali strumenti per il reclutamento del personale, il portale dedicato alle carriere e selezioni ‘Unicredit Lavora con noi’, che viene costantemente aggiornato con le posizioni aperte per lavorare in banca. Attraverso il servizio web gratuito, i candidati interessati ai posti di lavoro possono prendere visione di tutte le selezioni in corso, inserendo il curriculum vitae nel data base della società bancaria e rispondendo agli annunci di interesse.

Francesco Moroni


Il lavoro al tempo dell’industria 4.0
«Umanesimo e intelligenza artificiale:
un nuovo rapporto uomo-tecnologia»

Francesca Conti
MILANO

LA QUARTA rivoluzione industriale bussa ormai alle porte del mondo del lavoro. A dirlo è anche un report del World Economic Forum, secondo cui questa rivoluzione vedrà come protagoniste intelligenza artificiale, robotica e biotecnologia. Tra qualche anno professioni che oggi ancora non esistono potranno diventare comuni, infulenzando contratti, rapporti e forme di lavoro. Come stare al passo coi tempi? Prova a rispondere Mylia, brand del gruppo Adecco dedicato all’apprendimento e sviluppo degli individui e delle aziende.

«IL NOME vuole riprendere sia il concetto latino di ‘pietra miliare’, intendendo i singoli momenti formativi come basi del proprio futuro, sia il senso di ‘my’ all’inglese, per mettere al centro la persona stessa» spiega Roberto Pancaldi, managing director di Mylia. Un concetto che parte dal latino, ma che vuole imporsi in chiave moderna come una declinazione di «nuovo umanesimo», che unisca «le tecnologie che cambiano alla velocità della luce e un nuovo modo di interpretare le competenze ‘soft’, quindi l’uomo. Una sorta di collegamento tra la dimensione soft-umana e quella tecnologica, sempre più pervasiva», chiarisce Pancaldi. Servendosi di sistemi di intelligenza artificiale e machine learning, Mylia offre ai candidati e alle aziende, attraverso una piattaforma dedicata, programmi e corsi di formazione per potenziare la propria preparazione e le proprie competenze.

IL METODO proposto dalla società di formazione del gruppo Adecco può essere suddiviso in quattro step: la mappatura, che permette di raccogliere un’ampia gamma di dati per studiare lo scenario in cui contestualizzare i progetti; l’analisi, che mette in relazione i dati raccolti; la pianificazione, che consente di creare programmi che utilizzano un mix di metodologie e strumenti di apprendimento costruiti sulle specificità del partecipante e infine il coinvolgimento, con la realizzazione di un’esperienza formativa individuale. «Normalmente l’analisi dei fabbisogni formativi viene fatta attraverso un’azione umana e un elemento soggettivo. Abbiamo voluto introdurre la tecnologia al servizio della miglior progettazione possibile. Vogliamo analizzare in maniera oggettiva tutti i dati che sono a disposizione di una persona e di un’azienda» chiarisce Pancaldi. Il risultato? Una fotografia più complessa – ma anche più veritiera – del fabbisogno. «Poi recuperiamo la dimensione umana di scegliere» aggiunge il responsabile di Mylia. Il brand ha tre macro ambiti di azione. Il primo riguarda le competenze di natura tecnica e digitale che secondo Pancaldi «sono diventate ormai come l’inglese: bisogna saperlo». Il secondo è lo sviluppo delle capacità funzionali, specifiche di ogni lavoro e mestiere. Infine l’implementazione delle cosiddette ‘soft skills’, «fondamentali nell’incrocio tra le precedenti per fare in modo di tenere attiva la mia occupabilità», continua Pancaldi.

LE COMPETENZE trasversali secondo una recente ricerca del gruppo Adecco, sono la chiave per l’occupabilità futura e permettono a chi le possiede di adattarsi più agevolmente a nuove mansioni o lavori. E per molte categorie di lavoratori le soft skill hanno un impatto positivo sulle retribuzioni, determinando un incremento fino al 40% in più sullo stipendio. «Certe competenze devono avere un peso anche rispetto allo stipendio. Posso quantificarle e incrementarle » sottolinea il manager, ricordando che spesso «non è sulla base delle competenze tecniche che si decide se assumere o meno qualcuno. A fare la differenza è la capacità di gestire la complessità di quella abilità specifica».

PROGETTI E BORSE DI STUDIO
La Regione Veneto investe 3,5 milioni
per il rientro dei ‘cervelli in fuga’

VENEZIA

TRE MILIONI e mezzo di euro per 14 progetti e 55 borse di rientro, per far tornare in Veneto i cosiddetti cervelli in fuga. È ‘Inn Veneto’, il progetto finanziato dalla Regione Veneto per contrastare il fenomeno della fuga dei cervelli, presentato dall’assessore regionale a Istruzione, Formazione e Lavoro Elena Donazzan (nella foto). «Lo scopo è quello di attirare sul territorio regionale eccellenze provenienti da diversi ambiti e favorire la mobilità, lo scambio e la permanenza di alte professionalità che intendono rientrare nelle nostre imprese e nelle nostre università dopo un periodo di permanenza all’estero». I 14 progetti che saranno finanziati nell’ambito dell’iniziativa saranno suddivisi in tre gruppi tematici. Tre afferiranno alla linea ‘brain exchange per la crescita del territorio’ e avranno lo scopo di «sostenere processi di innovazione sociale e sviluppo sostenibile aumentando gli investimenti in ricerca e sviluppo, attraverso il ricorso a figure altamente qualificate che, con le competenze acquisite dopo un periodo di permanenza all’estero, possono contribuire allo sviluppo dell’intero sistema socioeconomico regionale». Altri cinque faranno parte della linea ‘Idee per il Veneto’ e avranno lo scopo di «sostenere la competitività del territorio regionale favorendo processi di contaminazione da parte di startup innovative che intendono avere un impatto positivo sulla società, perseguendo la creazione di valore condiviso per la collettività».


Software per fare ricerca giuridica
e prevedere l’esito di una causa
Inizia l’era degli avvocati robot

Luigi Manfredi
MILANO

RICERCA giuridica, stesura dei contratti e – ultimissima frontiera – l’analisi dei precedenti giuridici per prevedere l’esito di una causa e definire così le probabilità di vittoria. Attività normali per uno studio legale che ora però, e qui sta la novità dirompente prodotta dalla rivoluzione tecnologica in atto, sono sempre più affidate a software sofisticatissimi. Per dirla diversamente, l’intelligenza artificiale (AI, macchine cioè capaci di riprodurre i processi cognitivi dell’uomo), una delle facce del ‘legal tech’, irrompe in maniera decisa nel campo legale. Tanto che c’è già chi parla di avvocati ‘artificiali’ o addirittura avvocati ‘robot’. Le grandi law firm dell’avvocatura d’affari italiana stanno destinando investimenti sempre più massicci per affinare uno strumento diventato supporto insostituibile per gestire al meglio quantità impressionanti di dati. In prima fila in questo processo di radicale innovazione tecnologica c’è Dla Piper, il principale studio legale internazionale in Italia presente in 40 Paesi, 240 professionisti, sedi italiane a Milano e Roma, un dipartimento di almeno 30 tecnici che si occupano di innovazione tecnologica. Di intelligenza artificiale e leggi si è recentemente parlato al Digital Legal Day organizzato da Dla assieme alla Camera di commercio italo-germanica. «Per noi – dice Giulio Coraggio, partner di Dla Piper, head of Technology sector, intervenuto fra l’altro nei giorni scorsi a un convegno sull’industria 4.0 sul tema della protezione e dello sfruttamento dei dati – la sfida è di far diventare l’intelligenza artificiale più intelligente. Si tratta di sistemi di supporto molto utili. Noi al momento ne abbiamo implementati due».

Di cosa si tratta?

«Uno è Khira, che consente di revisionare migliaia di documenti, quale parte di una due diligence ad esempio, e identificare le clausole più rischiose (che poi vengono revisionate da una persona fisica). Questo sulla base di certi parametri impostati con un tasso di errore inferiore. L’altro sistema di AI sul quale stiamo lavorando si chiama Prisca ed è un chatbot basato su Ibm Watson che risponde in 0.15 secondi a domande sul regolamento privacy europeo e in materia di segreti industriali».

Di quali miglioramenti necessitano?

«Sono un buon supporto per l’attività legale, ma dobbiamo renderli più vicini alla forma di assistenza che può dare un essere umano».

Ci sono ancora resistenze sull’utilizzo dell’AI?

«Gli scogli sono per lo più culturali. Le faccio un esempio: il chatbot è più accettato nei Paesi scandinavi, mentre in quelli mediterranei come il nostro si preferisce ancora interloquire con una persona in carne e ossa. Del resto, ogni cambiamento radicale necessita di una fase di assestamento».

Dla Piper sta anche lavorando sulle cosiddette analisi predittive per automatizzare la ricerca dei precedenti giuridici…

«E’ la sfida più grande, catalogare e tracciare la grande quantità di dati relativi alla nostra attività in modo da poter fornire ai clienti dati statistici sulle probabilità che un tipo di contratto possa sfociare in un contenzioso e sulla percentuale di successo in quel determinato contenzioso. Risposta che prima l’avvocato poteva dare solo sulla base della sua esperienza personale».

Tutti questi strumenti affascinanti come cambieranno la figura dell’avvocato?

«Si dovranno verificare nuove figure professionali. Il lavoro ripetitivo sparirà. Ma questa è una corsa positiva perché il professionista potrà dedicare maggior tempo ad attività in cui la sua professionalità può avere maggiore rilievo ».

Diritto e rovescio di LUCA FAILLA (*)
LAVORO REGOLARE E CAPORALATO

È INACCETTABILE, come avvenuto recentemente, che l’attuale ministro del Lavoro abbia equiparato la somministrazione di lavoro in Italia al caporalato («Sta diminuendo il lavoro somministrato in Italia. Era il mio obiettivo perché molto spesso i contratti di somministrazione sono il nuovo caporalato in Italia»). Frase dal sen fuggita? Purtroppo no, dato che l’attuale ministro non è nuovo a questi giudizi. Nel fare ciò il signor ministro dimentica che il caporalato (intermediazione illecita di mano d’opera) è un reato punito severamente che nulla ha a che vedere con la somministrazione di lavoro – attività lecita e legale resa sotto il controllo del ministero del Lavoro che la autorizza da oltre vent’anni. Tale attività prevede l’assunzione di personale da una aaenzia per il lavoro – con regolare copertura fiscale contributiva e tutele in termini di sicurezza –, e successiva fornitura dello stesso ‘in missione’ alle aziende; personale ancora, che nella maggior parte dei casi viene poi assunto dall’utilizzatore. Ma questa ennesima uscita del ministro la dice lunga sui reali obiettivi del Decreto Dignità che ha ristretto spazi alla somministrazione (ed al contratto a termine) a danno di aziende e lavoratori: colpire non il caporalato illegale dove ancora presente bensì il mercato legale della somministrazione (!) e le agenzie per il lavoro autorizzate dallo stesso ministero del Lavoro da oltre vent’anni. Diversamente da ciò che pensa l’attuale ministro, la somministrazione di personale è una meritoria attività di impresa tutelata dall’art. 41 Cost. e da una direttiva europea, attività lecita che ha contribuito in questi anni in Italia allo sviluppo di un settore del mercato del lavoro con quasi 500.000 lavoratori in missione ogni giorno (di cui quasi 40.000 con posto di lavoro stabile).

TANTO è sbagliato il giudizio del ministro da provocare subito sui principali social e sui media una legittima campagna di sdegno (#IoNonSonoUnCaporale) lanciata meritoriamente da Andrea Morzenti (nella foto), responsabile di una delle principali agenzie del settore e sostenuta da migliaia di addetti delle agenzie del lavoro lesi ingiustamente nella propria dignità di lavoratori che ogni giorno forniscono lavoro ‘protetto e legale’ a migliaia di lavoratori inviati in missione presso le aziende italiane. Che conclusioni possiamo trarre da tutto ciò? Un semplice passo falso del signor ministro? Magari, ma non è così. Adesso si sono scoperte le carte dell’attuale governo ed i suoi veri obiettivi. Spetterà alle imprese ed ai sindacati più consapevoli far sì che non vengano raggiunti, nell’interesse comune delle aziende e dei lavoratori italiani.

* Giuslavorista, avvocato e co-founder LabLaw

Di |2018-11-26T16:29:06+00:0026/11/2018|Lavoro|