OBIETTIVO LAVORO

Eataly offre ghiotte opportunità

BOLOGNA

EATALY È ALLA RICERCA di personale. Il menù di opportunità lavorative proposto dalla catena specializzata in ristorazione e alimenti di alta qualità è ampio e variegato. Le offerte si distribuiscono in tutto il territorio nazionale, con un’attenzione particolare all’Emilia Romagna, e riguardano diverse figure professionali: dagli addetti alle vendite ai cassieri, dal personale di cucina e di sala a cuochi e magazzinieri, fino ai responsabili del settore alimentare e della ristorazione. Durante l’anno, Eataly raccoglie le candidature di quanti sono interessati a lavorare nelle cittadelle del gusto: gli innovativi punti vendita del brand, che uniscono distribuzione alimentare, ristorazione, corsi di cucina, degustazioni, corsi sulla conservazione corretta dei cibi e attività didattiche per bambini. Su Bologna, in particolare, la ricerca è rivolta a barman, cassieri, cuochi, addetti al rifornimento scaffali, stagisti Trade marketing, junior retail manager e addetti alla sala, ma sono tante le altre offerte sparse tra Emilia Romagna e Marche. Il gruppo, inoltre, vanta diverse sedi anche all’estero ed è in continua espansione, avendo già programmato nuove aperture in Europa, America e Asia. Le candidature vengono raccolte attraverso l’area riservata alla carriere e selezioni del portale web www.eataly.net: ‘Lavora con noi’. Per inviare la candidatura occorre essere registrati e disporre di un proprio account: chi non lo possiede può effettuare la registrazione gratuita e ottenere le credenziali di accesso (username e password) per effettuare il login.

Francesco Moroni


Robot per la selezione del personale
«Ma gli algoritmi servono solo
a semplificare il lavoro dei recruiter»

Francesco Gerardi
MILANO

E’DAI TEMPI di Metropolis, il capolavoro del cinema muto diretto da Fritz Lang nel 1927 e capostipite di tutta la fantascienza successiva, che l’uomo moderno è ossessionato dai robot. E a forza di prefigurare una società popolata e controllata dalle intelligenze artificiali, ormai ci siamo: i robot stanno davvero entrando, impercettibilmente ma inesorabilmente, nel nostro quotidiano. Insomma, dai pericoli anticipati dalla letteratura e dal cinema siamo passati alla realtà dei dilemmi attuali sull’industria 4.0 e i rischi che l’automazione sottragga posti a lavoratori umani, in carne e ossa.

E SE I LAVORATORI stessi li scegliessero direttamente dei robot reclutatori? No, quella dei robot recruiter non è una battuta: la rivoluzione dell’IA nello head hunting è già realtà. Da qualche tempo si vanno moltiplicando gli allarmi in tal senso, come nel caso di Ikea, che recentemente ha annunciato che si avvarrà per la selezione del personale del robot russo Vera, un software studiato per assumere impiegati su larga scala.

MA DAVVERO prevale la preoccupazione per uno scenario simile? Secondo un sondaggio condotto da Monster.it, la multinazionale del recruiting online, quasi una persona su due è convinta che non sarà mai un algoritmo a valutare l’idoneità di un candidato. Per oltre il 70% degli interpellati l’elemento umano vince la sfida conto l’intelligenza artificiale, il 23% la considera solo uno strumento al servizio dei reclutatori umani e, infine, solo il 6% scommette su un futuro dominato dall’IA. Nella specifico della ricerca (apparsa sul sito del colosso che favorisce il contatto tra chi cerca e chi offre lavoro), alla domanda se l’intelligenza artificiale finirà con il sostituire l’elemento umano nel processo di selezione, il 45% dei partecipanti ha scelto la risposta più conservatrice: assolutamente no, un robot non potrà mai valutare una persona meglio di un essere umano. Il 26% è invece impensierito appena dall’idea che a breve potrebbe essere un robot a valutarlo e risponde che ciò potrà accadere, ma che le aziende non dovranno rinunciare a un contatto umano diretto. Il 23% risponde di no e che l’IA potrà aiutare solo nel ‘lavoro sporco’, ossia la fase iniziale di valutazione dei curricula. Infine il 6% ha risposto in modo totalmente positivo, che gli algoritmi saranno talmente precisi e attendibili da poter sostituire gli umani.

«LA MAGGIORANZA di chi cerca lavoro dimostra di pensarla come la maggioranza di chi il lavoro lo offre», spiega Nicola Rossi, country manager di Monster Italia. «L’idea che l’IA sia di sempre maggiore aiuto alle divisioni HR, senza per questo sostituirsi all’uomo nei processi che implicano sensibilità squisitamente umane, domina il pensiero comune nel mondo del lavoro e costituisce, tra l’altro, anche la conclusione di ogni dibattito. L’errore è quello di considerare l’intelligenza artificiale un sostituto dell’uomo per l’intera gamma delle sue attività – conclude il manager – quando lo scopo degli algoritmi dovrebbe essere quello di ogni altro tipo di innovazione: semplificare».

IL TERMOMETRO DI INDEED
Le imprese italiane vanno a caccia
di esperti in Information technology

MILANO

TECNOLOGIA, ingegneria e analisi dei dati sono gli ambiti con le maggiori opportunità professionali secondo Indeed, sito numero 1 al mondo per chi cerca e offre lavoro. Con 92.000 ricerche di lavoro pubblicate ogni mese, 3,5 milioni di visitatori unici e oltre 2,4 milioni di curriculum vitae caricati, Indeed è il primo sito per la ricerca di lavoro anche in Italia. Indeed ha preso in esame gli annunci postati e le ricerche effettuate sul dominio italiano del portale negli ultimi 12 mesi, andando a individuare il talent mismatch, ovvero la discrepanza tra domanda e offerta. L’analisi evidenzia come nel nostro Paese esista un surplus di domanda da parte dei datori di lavoro per quanto riguarda le professioni a più alto contenuto tecnologico e di analisi dei dati. Ovvero, ci sono più posizioni aperte che persone in cerca di lavoro; soprattutto per le ricerche nell’ambito dell’ingegneria e in generale dell’IT. Gli sviluppi tecnologici e la crescente digitalizzazione stanno cambiando radicalmente la vita di tutti i giorni e il modo di lavorare. La domanda da parte del mondo del lavoro supera il numero dei candidati con una formazione in linea con le richieste. Il 30% circa degli annunci di ricerca di programmatori software e di personale IT rimane scoperto per 60 giorni o più. Un dato simile si registra per gli annunci di ricerca di ingegneri elettrici e meccanici, mentre le percentuali salgono a oltre il 35% per gli annunci di ricerca di professionisti nel campo dell’analisi dei dati e della matematica.

IL DENARO NON DORME MAI
CLIMA TESO: LA FIDUCIA SCENDE

L’indice Pmi non è tanto noto al grande pubblico. Letteralmente significa Purchasing manager index, cioè indice dei direttori degli acquisti. In pratica raccoglie le previsioni sull’andamento economico dei direttori degli acquisti delle aziende. In economia si tratta di uno degli indici più seguiti, anche perché di facilissima interpretazione: 50 è la linea di confine fra espansione e contrazione. Sopra 50 tutto va abbastanza bene, l’economia cresce. Sotto 50 siamo invece in presenza di un arretramento: si va indietro. Di solito si tratta di un indice quasi perfetto nel prevedere, a breve, l’andamento dell’economia, difficilmente sbaglia. Oggi, in Italia, l’indice Pmi è sceso a quota 49,2 rispetto al valore di 50 di settembre e rispetto a una stima di 49,7. Siamo cioè in una fase di contrazione delle attività economiche, dato testimoniato anche dalla crescita uguale esattamente a zero del terzo trimestre (luglio-agosto-settembre) sul secondo. Il 49,2 è il valore più basso degli ultimi 4 anni. Ci si può domandare come sia accaduto che la congiuntura italiana si sia così improvvisamente rovesciata. Le ragioni sono tante e, in parte, anche politiche. Quelle oggettive, economiche, hanno a che fare con i mercati internazionali, disturbati, e non poco, dalle varie tensioni protezionistiche. Quelle interne sono più sottili, ma non meno importanti.

LA MANOVRA annunciata dal governo non convince nessuno dei grandi centri decisionali (dalla Confindustria agli artigiani). In più, sta giocando un ruolo importante un elemento noto sin dai tempi di Henry Ford: la serenità. «Vede – spiegava il magnate americano a un Agnelli padre in visita a Detroit – i miei operai devono impiegare molte mensilità delle loro per comperare una mia automobile. Lo fanno solo se sono tranquilli, se intorno a loro ci sono pace e sicurezza. Altrimenti non assumono impegni a lunga scadenza, sono come noi». Oggi, invece, qui in Italia si vive in un clima di tensione, indotto dalla politica per calcoli suoi. Sembra sempre che il paese sia minacciato chissà da quali pericoli (sarà addirittura permesso armarsi e si potrà sparare). Insomma, chi compra una pistola per proteggersi da incursioni immaginarie in casa propria, alla fine non cambia l’auto e nemmeno i mobili. Sta sulla difensiva. E l’indice Pmi scende. Da economia in espansione si passa a economia in contrazione.


Belluzzo vuol dire business family
«Siamo gli architetti dei patrimoni
Costruiamo soluzioni su misura»

Luigi Manfredi
MILANO

SI DEFINISCONO una sorta di «multinazionale tascabile della consulenza professionale caratterizzata da un tocco di family business ». E mai come nel loro caso il core business – l’assistenza legale e tributaria alle imprese di famiglia – si specchia alla perfezione nella struttura della law firm. E’ la storia dello studio Belluzzo, fondato a Verona nel 1982 da Umberto Belluzzo, a quei tempi al vertice manageriale del gruppo Riello. Belluzzo è ora una boutique internazionale di professionisti esperti in family business e wealth management: 70 professionisti; uffici a Verona, Milano, Londra, Singapore e Lugano; un fatturato stimato in oltre 10 milioni di euro nell’ultimo anno. Al vertice i figli del fondatore, i fratelli Luigi e Alessandro Belluzzo insieme ad altri soci non familiari.

Dottor Luigi Belluzzo, quali sono le caratteristiche principali del capitalismo famigliare italiano?

«Dobbiamo distinguere. Alcune imprese hanno ancora le aziende fondate dai padri o dai nonni. Altre si sono modificate senza però perdere lo spirito dell’impresa di famiglia. Mi spiego: magari è stata venduta l’impresa creata dal nonno, investendo però in altre attività. Noi perciò distinguiamo tra impresa di famiglia e patrimonio di famiglia e cerchiamo di fornire una serie di regole che consentano lo sviluppo del patrimonio di famiglia».

Possiamo dire che le imprese di famiglie hanno un peso fondamentale nel sistema- Italia?

«Sì, sono la colonna portante della nostra economia. Basta guardare le imprese quotate in Borsa. Molto spesso i fondi reinvestono insieme ai capitali di famiglie grandi o piccole».

C’è stato un cambio di rotta in questi gruppi imprenditoriali nei confronti della Borsa rispetto al passato?

«Siamo ormai in una fase matura della cultura degli imprenditori. Se c’è bisogno di quotare una società ci si quota. Altrimenti no. La Borsa è uno strumento al servizio della finanza di un’impresa».

Come si concretizza il vostro lavoro al fianco delle business family?

«Siamo spesso all’interno dei comitati di famiglia come consulenti e architetti dei patrimoni. Ci occupiamo della governance, di compliance fiscale. Strutturiamo tutta la logica delle scelte di investimento e disinvestimento delle famiglie, affianchiamo la logica di pianificazione del passaggio generazionale e di come è organizzato un gruppo».

Il passaggio generazionale è un tema scottante…

«Beh, diciamo che pianificare (prevenire cioè, ndr) è meglio che curare. In questo la cultura media è molto aumentata. Nelle imprese grandi il nostro lavoro è trovare soluzioni su misura come fanno i sarti. Le tecniche per pianificare certi temi come chi ha il potere, chi decide certe spese, quali sono gli indici di solidarietà all’interno di una famiglia ci sono. Ma ancora pochissime famiglie fanno la pianificazione del passaggio generazionale. Pochi si pongono il tema dello sviluppo nel tempo, domande del tipo: che succede nella convivenza generazionale? Il padre lascia, ma quando? E a quale dei figli?».

Quali sono i limiti del capitalismo familiare?

«Uno è saper accettare la delega a manager non della famiglia. Ci vuole meno emotività. Famiglia e impresa devono stare distinte il più possibile con regole molto chiare anche dal punto di vista emotivo. Spesso l’origine di alcuni litigi è legata proprio a questo aspetto. Spesso la struttura legale non è ben organizzata».

Come si può sintetizzare l’attività del vostro studio?

«Abbiamo deciso di rimanere nella dimensione della boutique specializzandoci in settori di nicchia con una forte vocazione internazionale. Essenzialmente facciamo tre cose: pianificazione patrimoniale, consulenza legale e tributaria e operazioni straordinarie, cioè la pianificazione delle operazioni per investire o disinvestire, sia ad esempio in un castello nel Chianti, una fattoria in Puglia o un’impresa in Pianura Padana. E il nostro approccio non è mai standardizzato».

Diritto & rovescio
TORNANO A VALERE LE BUONE RELAZIONI

CONTRARIAMENTE a ciò che potrebbe sembrare ad occhio inesperto e politicamente orientato, il decreto dignità rivitalizza in generale le «buone relazioni industriali». Cosa si deve intendere con “buone”? Sono da considerarsi buone e positive le relazioni industriali volto al perseguimento dell’obiettivo comune: mantenimento e sviluppo delle imprese da una parte, occupazione e potere d’acquisto dell’altra. Ed allora, possiamo constatare numerosi rimandi che la legge riserva alla contrattazione collettiva e che potranno essere utilizzati per «ammorbidire» i vincoli introdotti. Non vi è nulla di umano, poiché è da sempre stata la modalità che il nostro legislatore ha utilizzato in materia giuslavoristica e ciò ben consapevole del ruolo che le parti sociali svolgono e devono svolgere per attualizzare regole e comportamenti alla realtà, realtà molto spesso lontana agli occhi del legislatore.

COERENTEMENTE con quanto espresso, anche nel caso del decreto dignità sia per quanto riguarda il contratto a termine che per la somministrazione vi sono numerosi rimandi del seguente tenore: «Fatte salve le diverse disposizioni dei contratti collettivi…». Questo vale ad esempio per la successione dei contratti a termine (cfr. art. 13 Decreto Legislativo n. 81/2015), per il numero dei dipendenti che possono essere assunti con tale contratto (cfr. art. 23 cit.); per la somministrazione i Contratti Collettivi possono intervenire sul numero dei lavoratori, sui temi economici, etc… Pare evidente la grande fiducia che il legislatore ripone nelle parti sociali e ad esse, a livello nazionale, territoriale ed aziendale, lascia il compito di comprendere il punto di incontro tra le esigenze imprenditoriali a tutela dei diritti del lavoratori. Peraltro, molto spesso ci si dimentica che al di là delle previsioni di rimando alla contrattazione collettiva contenute nei singoli provvedimenti legislativi, esiste l’art. 8 della Legge 148/2011 che in termini generali consente alla contrattazione di prossimità (territoriale e aziendale) di derogare alle discipline legali prevista per una serie di tematiche giuslavoristiche, tra le quali, per l’appunto, ritornano il contratto a termine e la disciplina della somministrazione. Tale previsione normativa torna prepotentemente alla ribalta avendo a mente le criticità che oggi sembrano presidiare il rapporto tra la nuova disciplina legale e la contrattazione collettiva elaborata secondo le vecchia normativa.

(*) Giuslavorista, avvocato e co-founder di LabLaw

Di |2018-11-05T11:18:32+00:0005/11/2018|Lavoro|