OBIETTIVO LAVORO

Zara spalanca le porte della moda

BOLOGNA

SE TI PIACE L’IDEA di lavorare nel settore dell’abbigliamento, l’occasione giusta potrebbe essere arrivata: Zara cerca personale. Il famoso marchio è pronto ad assumere nei propri punti vendita sparsi per l’Emilia Romagna e le Marche, oltre che nel resto del Paese dove si contano in totale più di un centinaio di negozi. Gli interessati a lavorare per il brand galiziano, leader nel settore fashion, possono valutare le posizioni aperte in questo periodo, a cui l’azienda dà visibilità attraverso il portale ‘Zara lavora con noi’. Il gruppo ha focalizzato la propria attenzione nelle sedi di Bologna e Ancona, dove si cercano figure professionali e stagisti per visual merchandiser e operation manager. Sul portale, inoltre, è possibile candidarsi anche per lavorare nei punti vendita come: addetti vendita, vice responsabili, store manager, tirocinanti e stagisti, addetti alle vetrine e commessi. Sulla piattaforma vengono pubblicate le offerte di lavoro: per prendere visione delle ricerche di personale in corso occorre selezionare la voce Job nel menù, visualizzare le offerte di impiego del gruppo Indite, ed effettuare la ricerca degli annunci attivi per marchio, località, area o parola chiave di interesse, utilizzando gli appositi filtri. Le selezioni di personale sono articolate in diversi step, a partire dalla valutazione dei curriculum, che vanno caricati online. I candidati idonei vengono contattati per un colloquio, che può essere individuale o di gruppo. Entro due o tre settimane gli addetti al reclutamento dell’azienda comunicano gli esiti della valutazione, a cui segue poi l’eventuale proposta di lavoro.


L’operaio si traveste da ingegnere
«La fabbrica del futuro vuole tecnici
Il vero tesoro sarà l’analisi dei dati»

Viviana Ponchia
TORINO

È POSSIBILE tracciare una ‘via alta’ al futuro del lavoro. Anche per chi parte dal basso. Siamo agli albori della quarta rivoluzione industriale. E si fanno avanti nuove élite di specialisti tecnici che non hanno niente da invidiare ai lavoratori con la laurea e il master. L’operaio assomiglierà sempre di più all’ingegnere. E l’incubo della tecnologia che toglie occupazione diventerà presto un brutto sogno del passato. Paolo Neirotti, associato al dipartimento di Ingegneria gestionale del Politecnico di Torino, spiega lo studio ‘Dagli elettroni ai bit. Le trasformazioni del lavoro nel settore elettrico’, nato dalla collaborazione tra Utilitalia ed Elettricità Futura. E a tutti i giovani in cerca di impiego regala una certezza: l’equazione data per scontata ‘più robot, meno lavoro’ non ha più ragione di esistere.

Professore, alla luce delle vostre ricerche un figlio possiamo mandarlo serenamente all’istituto tecnico anziché allo scientifico, certi che non sarà penalizzato né nella qualifica né in busta paga?

«Ovviamente dipende dall’attitudine. Ma se ha una buona intelligenza pratica senz’altro sì, senza paura di trovarsi a essere un lavoratore di serie B».

Cosa intende per quarta rivoluzione industriale? E la seconda e la terza cosa hanno comportato?

«La prima è stato l’avvento della macchina a fine ‘700. La seconda a fine ‘800 ha sostituto nelle fabbriche l’elettricità al vapore. A metà anni ’50 la terza ha introdotto l’informatica dei grandi processori in enti come le banche, le assicurazioni e le compagnie aeree, fino all’onda lunda del personal computer negli anni ’70. La quarta è il tempo dell’Internet of things, ogni oggetto ha un indirizzo IP e genera dati. Ecco, sono questi dati a dovere essere monitorati da una nuova generazione di tecnici specializzati».

Ma non facevano tutto i robot?

«Dato non vuole dire conoscenza. Servono passaggi e interpretazioni che solo l’uomo può affrontare. I policy maker internazionali hanno cominciato da tempo ad affrontare il problema con forme di sostegno alle imprese. Ci sono tante analisi catastrofiste sul tema e arrivano tutte dagli economisti, che per mestiere modellizzano il mondo. Un modello però è una realtà fossilizzata e trascura le sfumature. Polarizza. Da una parte un futuro radioso per chi ha almeno un dottorato di ricerca, mette in piedi tecnologie, inventa algoritmi. E ne serviranno pochi. Dall’altra l’esercito dei sottopagati nelle lavanderie o nei ristoranti dove l’automazione non entra. Le cose non stanno proprio così».

Perché la rivoluzione è cominciata.

«Esattamente. E a partire dal settore elettrico. Nel momento in cui abbiamo riempito la rete di sensori non siamo al sicuro perché spesso l’algoritmo sbaglia e nessuno smaschera l’errore meglio dell’operaio con una conoscenza procedurale non inseribile in un software. Lo avevano capito i giapponesi già negli anni ’70 nelle catene di montaggio: l’informatica può rendere più stupidi. Ce ne accorgiamo tutti i giorni perché senza il cellulare non ricordiamo un numero di telefono. L’operaio migliora l’algoritmo. Certo deve arrivare dal percorso di formazione giusto, avere fatto un minimo di statistica, cosa purtroppo trascurata nei nostri istituti tecnici. Al cambiamento è chiamata la scuola ma anche le aziende dove si fa formazione. È necessario introdurre incentivi salariali per chi ha voglia di entrare nell’aristocrazia del lavoro. E anche l’alternanza scuola-lavoro va ripensata. Non puoi mandare chi ha il turbo a fare le fotocopie».

ELETTRICITÀ FUTURA E UTILITALIA
Spinta alla rivoluzione che verrà
«La formazione, chiave del successo»

MILANO

«STIAMO VIVENDO un processo di profondo cambiamento che, se affrontato in maniera responsabile, genererà grandi vantaggi per la nostra società, attraverso migliori e più efficienti modelli di produzione, nuove opportunità occupazionali e maggiore partecipazione dei consumatori». Parola di Simone Mori, presidente di Elettricità Futura, la principale associazione del mondo elettrico italiano, appartenente a Confindustria, che rappresenta e tutela le moltissime aziende, piccole e grandi, che operano nel settore dell’energia elettrica in Italia. Lo studio ‘Dagli elettroni ai bit. Le trasformazioni del lavoro nel settore elettrico’ è nato proprio dalla collaborazione tra Elettricità Futura e Utilitalia, la Federazione che riunisce le aziende operanti nei servizi pubblici dell’acqua, dell’ambiente, dell’energia elettrica e del gas, rappresentandole presso le Istituzioni nazionali ed europee. Obiettivo della ricerca, valutare i cambiamenti del mercato del lavoro e le mutazioni provocate dalla rivoluzione digitale nelle fabbriche e nelle società del nostro Paese. Parola d’ordine per adeguare la forza lavoro è ‘formazione’. «Gli investimenti in formazione, l’analisi degli effetti delle innovazioni, lo sviluppo di nuove competenze ed un rafforzamento dei legami con il sistema scolastico, sono vie obbligate per un miglioramento complessivo del sistema dei servizi pubblici», commenta Giovanni Valotti, presidente di Utilitalia.


Chiomenti porta l’Italia nel mondo
«In Cina opportunità enormi
Con Pechino accordi corretti»

Luigi Manfredi
MILANO

L’INIZIO è nel 1948, guerra finita da poco, un’Italia da rifare con le mani. Cominciò e si sviluppò assistendo le imprese straniere – americane soprattutto – che venivano da noi a ricostruire, la storia dello studio legale Chiomenti, una delle prime law firm della consulenza legale italiana. Trecento professionisti; un centinaio di dipendenti; sedi a Roma, Milano, New York, Londra, Bruxelles, Pechino, Shanghai e Hong Kong; un fatturato 2017 stimato dalla Best 50 di MAG in 127 milioni di euro. Chiomenti appartiene a quel ristretto gruppo di law firm che – strutturate come vere e proprie imprese – hanno gestito momenti chiave della nostra storia economica. Operazioni importanti come l’acquisto di Versace da parte di Michael Kors, l’ingresso della famiglia cinese Woo nel capitale di Ferragamo, l’accordo strategico Mediaset-Sky. O per parlare di calcio la cessione del Milan. Con una vocazione internazionale – forse scritta nelle stelle viste le origini – diventata ormai un segno distintivo.

«GUARDARE all’estero – conferma l’avvocato Filippo Modulo, laurea all’Università di Bologna, Managing Partner di Chiomenti – significa essere pronti sia a supportare le aziende italiane che hanno forte propensione all’export, sia avere una buona conoscenza degli investitori esteri che guardano al mercato italiano. E’ una parte molto importante della nostra attività».

Il primo crocevia fu Londra, poi New York per arrivare nel 2007 alla Cina. Siete stati tra i primi a coglierne le potenzialità…

«La Cina uno dei Paesi del mondo in cui ci sono i flussi di scambio più rilevanti in termini di investimenti ».

Come è cambiato l’approccio italo-cinese in questi anni?

«All’inizio essenzialmente erano le imprese italiane a guardare al mercato cinese. Poi sono state sempre di più quelle cinesi a cogliere opportunità di investimenti in Italia. Pensiamo alla recente operazione Pirelli, ma ci sono tante altre operazioni medio grandi che confermano l’interesse crescente degli investitori asiatici verso L’Italia. E conoscere la loro cultura ci ha dato un grande vantaggio ».

Parlare di Cina significa affrontare anche il discorso attualissimo dei dazi commerciali.

«Il tema è recente e corrisponde all’evoluzione della forza commerciale cinese. La vecchia struttura rispecchia una posizione di forza profondamente diversa da quella attuale. Gli attuali flussi possono legittimare richieste di basi di calcolo differenti. Da operatore del diritto posso dire che i cinesi applicano in modo giuridicamente corretto gli accordi internazionali ».

Anche per voi c’è stato un passaggio fondamentale verso l’istituzionalizzazione dello studio legale…

«Siamo arrivati alla quinta generazione gestionale. Già alla fine degli anni Novanta abbiamo cominciato a realizzare questo percorso, che oggi potremmo definire parte del nostro dna e del naturale processo di evoluzione della struttura. In tal senso possiamo definirci un’istituzione, abbiamo saputo evolvere conservando i capisaldi della nostra storia con un occhio sempre attento all’innovazione ».

Nella vostra professione il futuro è già presente. E parole come innovazione digitale sono di uso comune. A tal proposito avete istituito per i giovani il «Premio Chiomenti Diritto e Innovazione digitale »…

«Vogliamo incentivare la crescita di giovani professionisti che sappiano coniugare le conoscenze giuridiche con le nuove tecnologie che stanno cambiando radicalmente anche la nostra professione e il rapporto con i clienti».

Quanto conta la formazione dei giovani?

«E’ fondamentale, ci teniamo in modo incredibile. Partiamo innanzitutto con una selezione meritocratica, poi un’attività formativa costante per ‘costruire’ al nostro interno il socio di domani. Per noi sono fondamentali cultura meritocratica e gioco di squadra. L’individualismo non ci interessa ».

Di |2018-10-22T10:04:16+00:0022/10/2018|Lavoro|