OBIETTIVO LAVORO

Leroy Merlin spalanca le porte

BOLOGNA

LEROY MERLIN, il colosso francese del bricolage e del ‘fai da te’ prosegue nel programma di nuove aperture che porterà a duemila assunzioni in tutta Italia. Le selezioni sono rivolte, solitamente, sia a professionisti esperti in vari settori sia a candidati anche senza esperienza, in vista di assunzioni a tempo indeterminato e determinato, e stage. ‘Consiglieri di vendita’ sono ricercati per le sedi del Milanese, Bologna (dove si cercano anche ‘weekendisti’, studenti universitari disponibili a turni di 8 ore sabato e domenica), Casalecchio di Reno (Bo), Piacenza e Savignano sul Rubicone (Forlì-Cesena). I candidati ideali sono diplomati a indirizzo tecnico professionale o laureati e hanno almeno 3 anni di esperienza pregressa nel settore retail o Gdo. Conoscono la cultura digitale e i principali social network e applicativi informatici.

VENDITORI SPECIALISTI sono richiesti, tra l’altro, in provincia di Milano (Baranzate, Busnago, Rozzano), San Giovanni Teatino (Chieti), Roma e Seriate (Bergamo): le selezioni sono rivolte a laureati in Architettura o Interior design e a geometri, venditori e/o agenti di commercio esperti. Espeerienza minima 3 anni. Non mancano opportunità anche per capi settore commercio e allievi capi settore nelle sedi di Nova Milanese, Bologna e provincia (Casalecchio di Reno), con corsi di inserimento della durata di 12 o 15 mesi. Richiesta padronanza dell’inglese e/o del francese, e disponibilità alla mobilità nazionale ed internazionale. Candidature sul web all’indirizzo http://lavoro.leroymerlin.it/Mappa.html


Educazione digitale in stile Facebook
«Mettiamo l’Italia sul Binario giusto
Corsi ed eventi per 100mila persone»

Giulia Prosperetti
MILANO

«BINARIO F rappresenta il coronamento di un’attività di formazione che stiamo facendo da anni». Tra muri che riproducono la bacheca del popolare social network, sedie colorate e vetrate tappezzate di emoticon, Luca Colombo, country director di Facebook Italia, ci guida alla scoperta del nuovo spazio che la società di Mark Zuckerberg ha inaugurato al centro di Roma, presso l’Hub di LVenture Group e Luiss EnLabs della Stazione Termini. Con una superficie che, dai 180 attuali, arriverà presto a coprire 900 metri quadri, Binario F punta a formare, gratuitamente, entro la fine del 2019, almeno 97mila persone, attraverso programmi ospitati nello spazio, corsi online e iniziative realizzate su tutto il territorio nazionale.

Da dove nasce l’esigenza di Facebook di aprire uno spazio ‘fisico’ a Roma?

«In effetti per Facebook, realtà considerata tipicamente virtuale, avere una presenza fisica sul territorio è un po’ strano. L’idea nasce dalla necessità di fare formazione per sviluppare quelle competenze digitali che costituiscono, oggi, uno dei principali punti di debolezza del nostro Paese. In quest’ottica l’Italia, insieme a Spagna e Polonia, è uno dei tre Paesi europei che Facebook ha deciso di dotare di un centro fisico per colmare le carenze nel digitale. Un’avventura che durerà almeno due anni e che si inserisce in un più ampio programma di formazione che mira a formare oltre un milione di persone in tutta Europa entro il 2020».

A chi sono rivolte le attività di formazione?

«A tutti, Binario F vuole essere uno spazio aperto con l’obiettivo di costruire valore per le comunità e per il Sistema Paese. Oggi, in Italia, nel digitale esiste un gap, tra le necessità delle aziende e le competenze. Si stima, infatti, che, solo nel nostro Paese, siano 280mila le posizioni specializzate che da qui a cinque anni rimarranno scoperte. Tuttavia, la formazione, in Italia, risponderà, innanzitutto, alla necessità di diffondere la cultura digitale tra le persone, partendo dal basso».

Quali risultati vi aspettate da questo progetto che, per Roma, ha visto un investimento di diversi milioni di euro?

«Con l’advisory board, presieduto da Francesco Profumo, cercheremo di costruire un modello che ci permetta di calcolare l’impatto che questa attività avrà per il Sistema Paese. Vogliamo cercare di capire che genere di possibilità dia la formazione a una persona in termini di occupazione, di competenze e qual sia il valore che queste competenze danno alle aziende. Considereremo tutti questi aspetti per cercare di avere una quanto più attendibile misurazione di come quest’investimento poi possa avere dei ritorni».

Un ritorno, però, ce l’avrà anche Facebook…

«Per noi non è questo l’obiettivo. Non investiamo dieci per avere undici. Abbiamo visto che la formazione per creare cultura digitale è il prerequisito per poi dare alle aziende le condizioni affinché colgano opportunità di export, occasioni per servire i clienti e raggiungerne di nuovi. E una volta che viene sviluppato il business, è chiaro che Facebook, Instagram e WhatsApp diventeranno alcuni degli strumenti utilizzati come lo sono Google e Amazon. Facciamo questo investimento per un sistema Paese che sia più digitale e indirettamente ci saranno dei benefici anche per noi».

Rispetto al tema attuale della formazione legata al reddito di cittadinanza voi pensate di attivare dei corsi del genere?

«Non è assolutamente escluso. Oggi siamo in un mondo che richiede formazione permanente e questo è uno spazio che va riempito. Abbiamo già parlato con le varie istituzioni in merito alla possibilità di ospitare le varie attività che loro pensano di fare e, eventualmente, sempre rispetto alle tematiche di nostra competenza, aiutarle a realizzarle».

GI GROUP
Acquisisce Grafton Recruitment
«Rafforziamo il network globale»

MILANO

UN NUOVO TASSELLO per rafforzare il network globale di Gi Group e la diversificazione dei servizi Human resources del gruppo. Così si presenta, da parte della prima multinazionale italiana del lavoro, l’acquisizione di Grafton Recruitment, società tra i leader in Europa Centrale nella ricerca e selezione di Professionals e somministrazione di lavoro temporaneo, con oltre 35 anni di storia. Grafton Recruitment è presente con 26 uffici in Europa, oltre 350 dipendenti e 9.000 candidati collocati nel 2017. L’operazione porta Gi Group a detenere il 100% del capitale di Grafton Recruitment Europe Holdings Limited diventando uno dei maggiori player nel permanent&temporary staffing in un’area strategica per il gruppo. «Nell’ambito dei nostri piani di sviluppo – commenta Stefano Colli-Lanzi, ceo di Gi Group (nella foto) – questa acquisizione accresce la nostra competitività e la nostra presenza internazionale partendo dal cuore dell’Europa dove eravamo già presenti sul lavoro temporaneo. In qualità di provider globale, l’esperienza di Grafton ci permette di ampliare ulteriormente il portafoglio delle soluzioni HR e, quindi, la nostra capacità di creare valore per l’evoluzione del mercato e rispondere meglio ai bisogni sempre più complessi di clienti e candidati». L’esperienza di Grafton Recruitment nel segmento Permanent&professional, estende il livello di specializzazione e diversificazione dei servizi di Gi Group nel mondo, rafforzando in particolare i servizi di search&selection di profili specializzati.


BonelliErede scommette sull’Africa
«È il nuovo Eldorado delle imprese
Gli studi legali non hanno confini»

Luigi Manfredi
MILANO

E’CONSIDERATA la prima law firm italiana, gli studi legali d’affari (o d’impresa) che negli ultimi dieci anni hanno prodotto una novità dirompente nell’avvocatura italiana strutturandosi come imprese. Una minoranza dorata con numeri da capogiro, quella di cui è capofila BonelliErede, studio legale creato nel 1999 dalla fusione delle boutique Sergio Erede, Franco Bonelli e Aurelio Pappalardo; quartier generale in via Barozzi a Milano, presenti a Roma, Genova, Bruxelles, Londra, Cairo, Addis Abeba, Dubai, Francoforte e Beirut; una struttura formata da oltre 400 professionisti (non solo avvocati); un fatturato stimato per il 2017 da MAG in 166,32 milioni di euro.

DOPO aver incarnato l’essenza di questa rivoluzione, BonelliErede guarda già al futuro che si racchiude in due parole: internazionalizzazione con un obiettivo territoriale ben definito, il bacino del Mediterraneo, l’Africa e l’innovazione digitale. «Complice anche la grande crisi del 2008 – spiega Stefano Simontacchi, comanaging partner di BonelliErede – gli studi legali hanno dovuto affrontare un passaggio chiave per la sopravvivenza: passare a firm, vere imprese gestite in modo manageriale. Quindi non più gruppi di professionisti agglomerati che restano fortemente individualisti, ma istituzioni. La crisi ha posto gli studi legali di fronte alla necessità di operare scelte strategiche di fronte a un duplice scenario: da una parte il cliente pretende di più e a minori costi, dall’altra l’offerta di servizi legali aumenta nella fascia alta. Ora ci sono molte più persone preparate rispetto a un ventennio fa e sarà sempre più così. La sfida quindi è stata e sarà mantenere una qualità altissima e offrire ai clienti servizi sempre più innovativi ». E poiché il mercato italiano ha limiti dimensionali, una delle sfide principali è stata quella di puntare sull’estero, in particolare su Africa e Medio Oriente.

«L’AFRICA – prevede Simontacchi – nei prossimi 20-30 anni attirerà fortissimi investimenti e l’Italia nel rapporto con il Mediterraneo gode di un vantaggio competitivo anche rispetto a Stati Uniti e Inghilterra. Subito abbiamo scelto l’Egitto (e poi l’Etiopia) perchè è una culla del diritto per l’Africa e il Medio Oriente. Si pensi che circa il 60% dei giudici a Dubai sono egiziani o formati in Egitto e la stessa cosa vale per l’80% degli avvocati. Il loro codice civile è inoltre simile al nostro ». Poi la decisione di sbarcare in Medio Oriente ma sempre con l’obbiettivo di consolidare la presenza in Africa. «Dubai attualmente è l’hub primario per gli investimenti da tutto il mondo verso in Africa. Molte multinazionali vi hanno stabilito i quartier generali delle loro divisioni che si occupano di Africa». Non solo BonelliErede a Dubai ha aperto una propria sede, ma recentemente ha integrato la law firm TLA fondata nel 2011 da Rindala Beydoun, considerata uno degli avvocati donna più influenti nel Medio Oriente. Ma Simontacchi da tempo culla un’idea: quella di fare dell’Italia stessa un hub: «Il nostro Paese davvero potrebbe veicolare gli investimenti verso il Mediterraneo facendo la concorrenza a Dubai. Sarebbe una grande opportunità ».

LA SECONDA sfida, dicevamo, è l’innovazione tecnologica. Che BonelliErede ha interpretato in una nuova struttura, beLab, uno spazio dedicato all’innovazione digitale e alla sperimentazione di servizi legali, ad esempio nel campo del supporto legale all’innovazione digitale o del contenzioso seriale. «Puntiamo ad anticipare le necessità del mercato e i bisogni dei clienti». I clienti appunto. Restano al centro dell’attività della law firm. All’interno dello studio l’attività è suddivisa in 21 Focus Team, gruppi di lavoro multidisciplinari specializzati per settori e practice. Con una mission: unire la super specializzazione a un approccio per così dire artigianale. «E’ vero – chiosa Simontacchi – E’ come il sarto di alta gamma che ti cuce addosso un abito su misura».

Diritto & rovescio di LUCA FAILLA*
RIQUALIFICARE IL LAVORO

SI È FATTO un gran parlare della reintroduzione della CIGS per cessazione di attività, avvenuta con il D.L. 109/2018. Misura annunciata (e realizzata con la decretazione d’urgenza) in previsione della nuova Legge di Bilancio ma che tende a concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica sul rischio di perdita di posti di lavoro. Potrebbe essere utile, allora, ricordare quali sono i principi che hanno fatto da sfondo alla riforma degli ammortizzatori sociali, già prima del Jobs Act (nella foto l’ex ministro Giuliano Poletti). Forse, prima di demonizzare il Jobs Act, bisognerebbe comprendere quali ne fossero gli obiettivi. Obiettivi che affondano le radici nel passato, ovvero in quella riforma dei Servizi per l’impiego risalente a quasi 30 anni fa e ai meccanismi di progressiva cooperazione pubblico-privato che favorirono non solo la nascita delle Agenzie per il lavoro ma la stessa riforma degli ammortizzatori sociali oggi in atto. Tale riforma, intervenuta anche sui meccanismi di finanziamento degli ammortizzatori sociali, ha voluto restituire al sistema la sua finalità originaria, quella di sostegno al reddito destinato ad accompagnare i processi di riorganizzazione industriale. Da qui il venir meno della causale CIGS per «cessazione di attività» (totale o parziale) e l’introduzione di un sistema di verifica degli impegni assunti che coinvolge le parti fin da subito per ideare un programma di risanamento che garantisca l’occupazione.

È QUESTO l’effetto più importante della nuova disciplina. Il problema non è tanto tenere le persone legate ad aziende improduttive, ma aiutarle nella riqualificazione professionale e nella ricerca di nuova occupazione. È questo l’intento che si è perseguito con la riforma, che va letta tenendo conto delle sue altre componenti, la riforma dell’indennità di disoccupazione e la revisione dei Servizi per il lavoro. È vero, alcuni Centri per l’impiego non funzionano, altri funzionano male, altri ancora (pochi) sono esempi virtuosi di efficienza amministrativa. Molto vi è ancora da fare, ma non è possibile pensare di cancellare questo assetto con un semplice colpo di spugna, senza lasciare il tempo alle nuove norme di consolidarsi attraverso la loro applicazione pratica. Quale sarebbe, infatti, la finalità di tornare a prevedere un sussidio che metta i lavoratori in una inutile, pericolosa e dequalificante fase di attesa quando è già prevista la cessazione dell’attività? Meglio pianificare già nelle fasi iniziali della crisi percorsi di riqualificazione, utilizzando magari l’esperienza maturata negli ultimi 30 anni dalle Agenzie per il lavoro.

*Giuslavorista, avvocato e co-founder LabLaw

Di |2018-10-15T13:12:57+00:0015/10/2018|Lavoro|