OBIETTIVO LAVORO

Lidl, ottanta assunzioni in arrivo

MILANO

LIDL è pronta ad assumere 80 persone durante il ‘Recruiting day’. La nota catena di supermercati, che conta più di 600 punti vendita su tutto il territorio nazionale e oltre 14mila collaboratori, amplierà ulteriormente la sua grande squadra entro l’anno. I colloqui one to one con il team di selezione di Lidl Italia si svolgeranno sabato, 6 ottobre, a Milano. Un evento a numero chiuso, in cui per partecipare è necessario iscriversi entro domani attraverso l’apposito form sul sito http://lavoro.lidl.it. Tra tutti coloro che si iscriveranno, verranno convocati i candidati in linea con i profili ricercati, che riceveranno personalmente una mail con le indicazioni dell’orario e del luogo dell’evento. Le figure ricercate sono tre: assistant store manager, addetto vendite e operatore di filiale. Per i potenziali candidati l’evento di sabato a Milano sarà l’occasione per entrare direttamente in contatto con l’azienda, sostenendo un colloquio conoscitivo. Al termine dell’iter di selezione i più meritevoli saranno assunti con un contratto iniziale a tempo determinato e concrete possibilità di assunzione a tempo indeterminato.

«QUESTO Recruiting day è orientato alla ricerca di persone motivate a entrare a far parte del team Lidl – spiega il gruppo in una nota –, che, nello specifico, saranno impiegate all’interno degli store del Milanese e saranno responsabili di alcune attività operative, oltre a contribuire a rendere piacevole l’esperienza di acquisto della clientela».


Il mappamondo virtuale del lavoro
I big data di LinkedIn per le imprese
«Alla ricerca di talenti in tutto il globo»

MILANO

LINKEDIN ha lanciato un nuovo strumento per le aziende: Talent Insights. Permette alle imprese di avere un quadro più chiaro del mercato del lavoro e della propria gestione del personale. Gli strumenti di Talent Insights sono due. Il primo si chiama ‘Talent Pool report’. Le aziende saranno in grado di definire precisamente e individuare uno specifico target di lavoratori. Quali sono i professionisti più ricercati, in quali settori, in quali città vivono, come vengono selezionati e come si sono formati, quali sono le aziende che li stanno assumendo. Si tratta di dati che possono guidare le assunzioni nell’immediato. Ma non solo. Perché capire chi sono i professionisti più ambiti e dove si trovano indica i mercati più promettenti e consente di ottenere informazioni sui concorrenti.

PER FARE UN ESEMPIO: perché il mio concorrente sta assumendo così tanti specialisti in intelligenza artificiale? Forse dovrei farlo anche io? E come? Lo strumento si rivolge quindi principalmente ai responsabili delle risorse umane, ma aggiunge informazioni utili per indirizzare lo sviluppo strategico di un’impresa. Il secondo strumento è ‘Company report’. Le aziende possono aspettarsi dati on demand e una visione quanto più accurata possibile dei trend del mercato del lavoro in qualsiasi momento, senza per questo doversi affidare per forza a un team di data scientist. Infatti, il servizio permette alle aziende di comprendere meglio le caratteristiche dei talenti presenti all’interno della società, vedere quanto e come la compagnia stia lavorando per trattenere e attrarre i clienti. Com’è distribuita la forza lavoro per titolo di studio, funzione e geografia. E, in ultima analisi, potrebbe comprendere meglio come fare per catturare i talenti migliori.

IN SOSTANZA LinkedIn ha deciso di far fruttare in modo nuovo il tesoro di ogni piattaforma: i dati. Sulla controllata di Microsoft ci sono infatti 575 milioni di professionisti, 20 milioni di aziende e 15 milioni di offerte. «Crediamo – ha affermato LinkedIn, presentando il servizio davanti alla stampa – che i nostri dati siano rappresentativi del mercato del lavoro». Talent Insights è uno strumento fai da te. LinkedIn lo mette a disposizione e le aziende possono usarlo in proprio. Graficamente è una sorta di ‘mappamondo’ del lavoro. Si impostano i parametri di ricerca dei professionisti (da assumere o già assunti), in modo semplice e intuitivo, e il risultato è una lista di informazioni notevole, affiancata da una loro rappresentazione grafica. E che quindi possano restituire un’immagine fedele e in tempo reale di quello che «sta succedendo nei diversi settori, sia a livello globale che in specifiche aree geografiche », spiegano dalla piattaforma. A differenza dei rapporti tradizionali e periodici, la piattaforma ha il suo punto di forza nel fatto che i dati attingono dai profili degli utenti, sempre aggiornati. I dati vengono quindi tradotti in informazioni rilevanti. Per decidere qual è il mercato o la competenza su cui investire. In questo modo, le aziende dovrebbero prendere «decisioni più informate ». Non si tratta solo di una o dieci assunzioni. Perché assumere una persona poco preparata è un danno. Ma, sottolinea LinkedIn, «fare una cattiva scelta strategica potrebbe costare milioni di euro».

Alberto Pieri


Acquisizioni, tasse e contenziosi
Il boom degli avvocati d’affari
Miniera d’oro da oltre 2 miliardi

Luigi Manfredi
MILANO

UN GIRO D’AFFARI in crescita stimato in oltre 2 miliardi di euro nel 2017, vale a dire il 17% del totale dei ricavi prodotti dall’avvocatura italiana. Una minoranza dorata (parliamo di 20mila professionisti, meno del 10% degli iscritti all’albo professionale), quella delle business law firm italiane, gli studi legali d’affari (o d’impresa) che si occupano delle questioni riguardanti aziende, banche, finanza, lavoro fornendo ai clienti un approccio multidisciplinare integrato. È il quadro che emerge dal monitoraggio effettuato sulle prime cinquanta insegne italiane operanti nel settore dei servizi legali dal centro ricerche di legalcommunity. it per conto di Mag (punti di riferimento specializzati nel legal sul web). Limitandoci alla ‘Best 50’ i numeri sono ancora più impressionanti: il fatturato medio di uno degli 8mila professionisti è valutato in quasi 270mila euro mentre quello di un avvocato italiano si aggira attorno ai 58mila euro.

LA CONSULENZA d’affari (o d’impresa) è un business miliardario e – novità dirompente – nel decennio 2006-2016 ha visto una sorta di mutazione genetica nella struttura degli studi legali. Che, anche dietro la spinta della calata in Italia delle grandi law firm straniere (anglosassoni soprattutto), sono costretti ad abbandonare l’individualismo basato spesso sul blasone del dominus per assumere una struttura molto vicina a quella di una normale impresa. «Questi studi legali – spiega Nicola Di Molfetta, direttore di legalcommunity. it e MAG e autore del libro ‘Avvocati d’affari’ – assomigliano sempre di più nel corso di questo decennio a delle imprese». Basti pensare che gli studi più grandi riuniscono anche 3-400 professionisti. Con un cambio di prospettiva: «Per anni l’Italia – analizza Di Molfetta – è stato un seller market fatto da chi vendeva questi servizi; crisi e concorrenza hanno fatto sì che il mercato si spostasse dalla parte del cliente, un buyer market».

NASCE UNA VERA e propria industria della consulenza legale d’affari (fusioni, acquisizioni miliardarie, un’attività crescente nelle aree contenzioso, tax e regolamentare) retta sempre più da logiche di mercato, basata sulla legge della domanda e dell’offerta. E allora termini come cda, governance, marketing, comunicazione irrompono a pieno titolo nel dna delle nuove organizzazioni legali che nascono spesso con il lateral hire (divorzi professionali per lanciarsi in nuove avventure professionali). «Strategia, organizzazione e comunicazione non erano normalmente contemplate negli studi classici. La comunicazione adesso è invece diventata in assoluto uno degli asset competitivi di queste strutture”. Tanto che il brand – il marchio distintivo – assume sempre più importanza.

NUMERI DA CAPOGIRO, si diceva. Basta dare un occhio al podio della ‘Best 50’ di MAG. Le prime tre law firm italiane sono nell’ordine BonelliErede (166,32 milioni di fatturato stimato), Gianni Origoni Grippo Cappelli (Gop) con 132 milioni e Chiomenti (127). Realtà che hanno gestito momenti chiave della nostra storia economica: complessivamente hanno seguito oltre mille fra fusioni e acquisizioni per un valore che sfiora gli 800 milioni di euro. Ma c’è già un futuro di ulteriori innovazioni dietro l’angolo. Nel 2018 si contano i primi tre ‘studi spa’, società tra avvocati per azioni (La Scala ad esempio ha mosso un primo passo). E c’è che intravede addirittura gli ‘avvocati robot’. «La tecnologia (pensiamo ad esempio all’intelligenza artificiale) – chiosa Di Molfetta – è la sfida decisiva dell’immediato futuro ». Ed è una storia ancora tutta da scrivere.

Diritto & rovescio di LUCA FAILLA*
NUOVI INDENNIZZI GRAVOSI E INCERTI

NON È una sorpresa, ce l’aspettavamo. La Corte Costituzionale è intervenuta dichiarando illegittimo l’articolo del Jobs Act (3, comma 1, del D.Lgs. n. 23/2015) riguardante il contratto di lavoro a tempo indeterminato ‘a tutele crescenti’. Parliamo di quella norma voluta dal governo Renzi secondo cui, per gli assunti dopo il 7 marzo 2015, non valeva la protezione ordinaria in caso di licenziamento illegittimo (indennizzo da 12 a 24 mensilità, ovvero la reintegrazione) bensì quella minore di 2 mensilità per ogni anno di anzianità di servizio, sino a un massimo di 12 mesi.La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il criterio di determinazione dell’indennità risarcitoria commisurata all’anzianità di servizio (2 mesi per ogni anno di servizio). Da domani (e già per le cause in corso) per i casi di licenziamento dei lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 (e quindi ad oggi con anzianità tutto sommato basse) si lascerà al giudice del lavoro un’enorme autonomia nel determinare la misura dell’indennizzo, tra un minimo di 6 e 36 mensilità (come innalzate dal cosiddetto Decreto Dignità), in misura addirittura più favorevole dei lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 con maggiore anzianità (per cui l’indennizzo è compreso tra 12 e 24 mensilità). Dopo anni di liberalismo e flessibilità del lavoro a favore delle aziende nella speranza di aumentare l’occupazione, si torna alla tutela giudiziaria del posto di lavoro fisso e alle restrizioni in materia di licenziamenti, con l’intento di tutelare il posto fisso per chi ce l’ha, scoraggiando le aziende dal licenziare (e quindi anche ad assumere).

CON INDENNIZZI COSÌ ALTI (il massimo di 36 mesi è l’indennizzo più alto in Europa lasciato alla discrezionalità assoluta del Giudice del lavoro) le aziende ci penseranno di licenziare e questo non sarà di aiuto al nostro sistema, scoraggiando investimenti dall’estero (è noto come le leggi sul lavoro, più o meno protettive, sono una delle variabili considerate dai gruppi stranieri nella scelta dei Paesi ove investire, e l’Italia ad oggi non è in cima alle preferenze). Ciò porterà incertezza per le aziende (che non potranno calcolare in anticipo i costi di un licenziamento) ma maggiore protezione per i lavoratori occupati. D’altronde l’Italia non è la Svezia o la Danimarca con un sistema pubblico di welfare e di politiche attive del lavoro avanzati: chi perde il posto di lavoro da noi – a differenza di quei Paesi dove in 3/6 mesi si viene ricollocati e riqualificati – fatica a trovarlo in tempi brevi, soprattutto per certe fasce di età. Con questa sentenza si ritorna a tutelare il posto di lavoro per chi ce l’ha, al resto penseremo.

*Giuslavorista, Avvocato e Founder di LabLaw

Di |2018-10-02T09:24:16+00:0001/10/2018|Lavoro|