OBIETTIVO LAVORO

Automotive, Antal cerca 70 persone

ANTAL ITALY, multinazionale leader nell’ambito della ricerca e selezione di personale, ricerca per i propri clienti 70 persone, che verranno assunte a tempo indeterminato nel settore automotive. I profili richiesti sono: R&D Electrical engineer, Buyer metal, Buyer mechanical components, Material quality engineer, Supplier quality engineer, Incoming quality leader, Logistic coordinator, Lean manager, Sales engineer, Sales director Oem. Per quanto riguarda le zone di lavoro, Antal Italy assume in Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna. Le retribuzioni annue lorde varieranno dai 40mila ai 110mila euro.

«IL MERCATO italiano dell’auto sta vivendo un momento di forte crescita – afferma Andrea Roveda, Team leader engineering & operations division di Antal Italy –: ad agosto sono state infatti immatricolate 91.551 autovetture con un incremento sullo stesso mese del 2017 del 9,46%. Si può certamente affermare che per il settore automotive italiano ci siano tutti i presupposti per migliorare ulteriormente le proprie performance con ricadute positive non solo rispetto ai bilanci delle proprie aziende ma anche riguardo al numero degli addetti e ai livelli di investimenti in produzione, ricerca e sviluppo». Per candidarsi occorren inviare il proprio curriculum a: operations@antal.com, indicando la posizione nell’oggetto della mail e citando il Rif. ‘CS70’. Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito www.antal.com oppure la pagina Facebook www.facebook.com/antalitaly


Da Google ad Apple, atenei sotto tiro
La laurea non convince le aziende
Per i big americani conta più il talento

Elena Comelli
MILANO

IL PRIMO a far scoppiare la bomba è stato Laszlo Bock, ex vice presidente e responsabile delle risorse umane di Google. «La percentuale di persone senza istruzione universitaria in Google aumenta sempre di più», aveva detto in un’intervista al New York Times. E aveva aggiunto: «Troppe università non mantengono ciò che promettono». E invece «quando guardi le persone che non sono andate a scuola e si sono fatte strada nel mondo, quelle sono persone eccezionali. Dovremmo fare tutto il possibile per reclutarle». Ma Google non è la sola grande multinazionale a saltare il fosso dell’istruzione universitaria, in un periodo in cui molti giovani non hanno il tempo né i soldi per prendersi una laurea. Ci sono molte aziende che offrono lavori ben retribuiti anche a chi ha un’istruzione non tradizionale o un diploma di scuola superiore. Il sito di offerte di lavoro Glassdoor ha compilato un elenco dei 15 migliori offerenti che non richiedere più la laura com pre-requisito ai candidati. Oltre a Google, anche Apple, Ibm, Ernst & Young, Bank of America, Penguin, Hilton e Starbucks rientrano nella lista. Per Ernst & Young, uno dei più grandi reclutatori di laureati al mondo, la svolta è rivoluzionaria: rimuovendo la classifica dei titoli di studio dai suoi criteri di ammissione, la società di revisione ha rottamato una politica durata decenni, sostenendo che il successo all’università non è necessariamente correlato con il successo in età avanzata.

«LA NOSTRA ricerca interna di oltre 400 laureati ha scoperto che lo screening degli studenti basato sulla sola performance accademica era un approccio troppo brusco per il reclutamento», ha dichiarato Maggie Stilwell, responsabile di Ernst & Young per il talento. «Non abbiamo trovato prove per concludere che il successo nell’istruzione superiore fosse correlato con i successi nei percorsi professionali intrapresi in seguito », ha aggiunto. Di conseguenza, «le qualifiche accademiche saranno ancora prese in considerazione e rimarranno comunque un elemento importante nella valutazione dei candidati, ma non rappresenteranno più un ostacolo per chi vuole mettere un piede nella porta». Le ha fatto eco la vicepresidente di Ibm responsabile delle risorse umane, Joanna Daley: nel 2017, circa il 15% dei dipendenti americani di “Big Blue” non aveva una laurea. Daley ha sostenuto che invece di prendere in considerazione solo i candidati forniti di un titolo accademico, Ibm ora esamina anche quelli che hanno acquisito esperienza pratica di programmazione o nei corsi professionali legati all’industria. I PRIMI contraccolpi sul mondo universitario si stanno già facendo sentire: il Wall Street Journal ha registrato un’ondata di ribassi nelle rette delle università private, le più prestigiose negli Stati Uniti, che ora stanno abbassando le richieste al livello dei corsi di laurea pubblici. Le prime a farsi avanti nella battaglia per attirare studenti sono state l’Università Oglethorpe vicino ad Atlanta e la Robert Morris University di Pittsburgh, che per quest’anno accademico offrirà ai residenti lo stesso prezzo delle università pubbliche locali, oltre a una borsa di studio di 3.000 dollari. Gli sconti non sono limitati alle scuole private. Le università pubbliche in Michigan, South Dakota e Nebraska ora consentono agli studenti di altri Stati (che prima pagavano due o tre volte di più dei residenti in loco) di pagare come se fossero locali. L’Università del Maine, invece, si è allineata con le tariffe degli Stati limitrofi, pur essendo molto più prestigiosa.


«Decreto Dignità, quanti errori:
così non si cancella la precarietà»
Il professore boccia la riforma

Luigi Manfredi
MODENA

«IL DECRETO Dignità? L’ho trovato abbastanza deludente. Come primo provvedimento che voleva incidere sul mercato del lavoro, su alcune distorsioni in realtà è poca cosa». Giudizio severo, quello del professor Francesco Basenghi, giuslavorista, docente ordinario del dipartimento di economia ‘Marco Biagi’ dell’Università di Modena e Reggio.

Professore, qual è la censura principale?

«Ci si è mossi in una logica da Italia anni Sessanta facendo riferimento ad un modello organizzativo vecchio. Il cuore è la riforma dei contratti a termine: si è introdotta la causale, di fatto riducendo la durata da tre a un anno, superando la liberazione del Jobs Act, che aveva avuto un effetto positivo».

Ma così non si limita il precariato spingendo gli imprenditori a stipulare contratti a tempo indeterminato?

«No, l’obbligo della causale rende il sistema molto più rigido. Lei pensa davvero che al termine di un contratto di un anno le imprese scelgano l’assunzione indeterminata? ».

I critici hanno evidenziato la stima che prevede migliaia di posti di lavoro a rischio…

«Si è fatta un stima di 8mila postia rischio. La ritengo verosimile ».

Ma come si doveva intervenire allora?

«Il precariato non si annida tanto nei contratti a termine lunghi, che sono usati dalle imprese per costruire una figura professionale, quanto nei rapporti più brevi. Ma su questi il Decreto Dignità non interviene. L’imprenditore avrà sempre mano libera. E’ una grande contraddizione anche pensando alla disoccupazione giovanile ».

La piaga del nostro mercato del lavoro…

«Il problema principale è la transizione scuola-lavoro che non funziona. Negli altri Paesi, gli studenti sono presi per mano e condotti nel mondo del lavoro. In Italia, invece, si giudica offensiva l’idea ‘studiare per lavorare’. Si esce da scuola con una formazione solo teorica, poi si ricomincia da capo. E c’è un altro gap: il cuneo fiscale pesantissimo, ostacolo alla nostra crescita economica».

Passiamo a un tema sensibile del mercato del lavoro, il controllo a distanza sui lavoratori. Partiamo dal braccialetto di Amazon.

«Come principio generale è necessario trovare l’equilibrio tra contrapposti interessi. In concreto, se il braccialetto viene considerato uno strumento di lavoro in senso stretto può essere utilizzato. Se invece è considerato solo un mezzo che agevola il lavoro dei dipendenti allora serve un accordo sindacale. Confine labile, come si vede ».

Il governo ha approvato il Decreto Concretezza che prevede l’uso delle impronte digitali per smascherare i furbetti del cartellino. Legittimo?

«Il garante per la privacy anni fa aveva sanzionato un’impresa. Ora è probabile che cambi parere, vista anche l’inadeguatezza degli altri strumenti. Ma non so se la rilevazione biometrica è davvero quel che serve. Il vero problema nella Pubblica amministrazione è la qualità del lavoro svolto. Bisognerebbe monitorare in questo senso l’apporto lavorativo per valutare qualitativamente la performance ».

Tornando alla riforma, cosa resta dell’eredità di Marco Biagi?

«Il suo ‘Libro bianco’ sembra scritto ieri. Marco aveva visto lontano. I mali di allora sono gli stessi di adesso. Purtroppo l’evoluzione è dissonante e si aprono scenari poco confortanti. Ci si avvita su modelli novecenteschi. Ma il mercato è cambiato e va per conto suo».

Diritto & rovescio di FRANCESCO ROTONDI
IMPRONTE DIGITALI CONTRO I FURBETTI

IFURBETTI del cartellino, purtroppo, li conosciamo tutti. Ma di fronte al provvedimento pensato dal Ministro Giulia Bongiorno (nella foto), ossia l’utilizzo legittimo delle impronte digitali sono, invece, da analizzare le curiose affermazioni di controparti politiche, sindacalisti e alcuni giornalisti. Il concetto espresso dal Ministro è assai chiaro e semplice: invece che pensare al solo evento ‘punitivo’ – come nelle migliori famiglie – pensiamo e proviamo concretamente a prevenire. E in questo caso la tecnologia ci può aiutare. Per me il significato giuridico e fattuale è chiarissimo: non servono a nulla le dichiarazioni di indignazione, di richiamo alla moralità, di condanna più o meno sentita (furbetti in fondo lo siamo un po’ tutti).

È ARRIVATO il momento di non pensare alla sola sanzione, poiché lascia sempre aperto lo spiraglio di poterla fare franca. La vera riforma punta alla prevenzione. Utilizziamo le tecnologie non per punire, bensì per prevenire ed ottenere ciò che la Pubblica Amministrazione, alla stregua di qualsiasi altra impresa privata, in fondo vuole: la prestazione. Le reazioni alla proposta sono tante: c’è chi dice «sceriffo», «la spara grossa», «la Madia aveva già fatto», e i sindacati che dichiarano «brutto segnale per chi fa il proprio dovere». Siamo veramente al paradosso, al tentativo finale di salvaguardare i furbetti, i raccomandati, i fannulloni. Penso invece che chi fa il proprio dovere sarà solo contento di non dover fare lo sceriffo con i propri colleghi, col superiore gerarchico. Abbiamo la tecnologia, usiamola anche per ottenere rispetto delle obbligazioni ed onestà. Fino ad ora la tecnologia ha semmai aiutato ad evadere dalle proprie responsabilità ed obbligazioni, se diversamente e legalmente utilizzata può aiutare il sistema ad ottenere il rispetto degli impegni e del prossimo, perché no?

UN’ULTIMA annotazione è per coloro che dicono che «c’è già tutto». In realtà non sanno proprio niente e come al solito si dà spazio all’ignoranza. Il problema processuale della raccolta delle prove è sempre lì, in agguato a tutela proprio dei furbetti ed a danno delle persone e dei lavoratori onesti. Per una volta, invece di far parlare politici e sindacalisti, proviamo a sentire e pubblicare il parere dei lavoratori costantemente presi in giro dai colleghi raccomandati e fannulloni. Ma, come sappiamo, questo è il nostro Paese. Anche di fronte ad un provvedimento giusto vi è chi trova modo di criticare facendo (indirettamente) il gioco dei furbi.

Di |2018-10-02T09:24:17+00:0024/09/2018|Lavoro|