OBIETTIVO LAVORO

PRIMO PRIANO
Solo Affitti cerca nuovi collaboratori

BOLOGNA

SOLO AFFITTI, rete immobiliare specializzata nelle locazioni con 300 agenzie, è alla ricerca di 40 aspiranti manager dell’affitto. L’obiettivo è quello di aprire, con la formula del franchising, altrettante agenzie in Emilia e nelle province di Mantova e Verona, che andranno ad aggiungersi alle 27 già attive nell’area in questione, dove lavorano 70 persone. Durante il ‘Solo Affitti Career Day’, che si terrà a Baggiovara (Modena) il 27 settembre (alle 17,30 all’Una Hotel di via Settembrini 10), saranno presentate le opportunità di lavoro anche per altre 7 figure da inserire come collaboratori nelle filiali Solo Affitti già attive. Per partecipare alla giornata di selezione occorre confermare la propria presenza inviando una mail all’indirizzo e-mail maria.fonte@soloaffitti.it o compilando il form sul sito dedicato: https://mailchi.mp/3772ab49adac/career-day-modena Agli aspiranti manager, che partecipando all’evento potranno beneficiare di uno sconto del 15% sull’investimento iniziale per l’apertura dell’agenzia, saranno spiegati tutti i passi da muovere per aprire un locale monomarca, mentre per chi già lavora nel settore saranno illustrati i programmi a disposizione per diversificare la propria attività. Durante il Solo Affitti Career Day sarà possibile partecipare anche alla selezione per 7 posti da collaboratore: 3 coordinatori di agenzia (a Modena, Mantova e Comacchio), 2 senior sales account (per Parma e Bologna), 1 junior sales account (Correggio) e 1 collaboratrice interna (per Castelfranco Emilia).

Francesco Moroni


Professione creatore di videogiochi
I formatori dell’Accademia di Roma:
«Tante opportunità nel settore gaming»

Giulia Prosperetti
ROMA

BUONE NOTIZIE per gli amanti dei videogiochi. Una passione che può trasformarsi in un futuro di successo. Secondo l’ultimo rapporto dell’Aesvi, l’associazione che rappresenta l’industria dei videogiochi in Italia, questo settore è in forte crescita, con un giro d’affari che, nel nostro Paese, arriva a toccare gli 1,5 miliardi di euro. Dati che confermano l’andamento positivo registrato negli ultimi anni in tutti i suoi diversi segmenti come console (+8,6%), accessori (+10,5%), software fisico (+7%) e software digitale, comprensivo di app e di digital download su computer e device vari.

DIFFUSO trasversalmente in tutte le fasce d’età, il gaming conta in Italia 17 milioni di appassionati, di cui il 59% uomini e il 41% donne, con una concentrazione maggiore tra i 25 e i 34 anni. Sei genitori su 10 affermano di giocare con i propri figli. Trainato, nell’ultimo anno, da nuovi lanci sul fronte hardware e software, accompagnati dallo sviluppo di accessori in grado di arricchire l’esperienza di gioco rendendola più immersiva e avanzata dal punto di vista tecnologico (come ad esempio i visori che simulano la realtà virtuale) , questo mercato si mostra in continua evoluzione e offre grandi prospettive. Non stupisce, dunque, che negli ultimi anni sia cresciuta l’offerta di corsi, universitari e non, volti alla formazione in questo settore. Per i creatori di videogiochi, del resto, il lavoro non manca. Un assunto confermato dal successo dell’Accademia italiana videogiochi (Aiv) che, nei giorni scorsi, in vista della ripresa dei corsi, ha aperto le porte ad aspiranti grafici e programmatori. Fondata nel 2004 a Roma da Luca De Dominicis, l’Aiv vanta, infatti, un tasso di occupazione dei propri studenti tra il 70 e l’80% per coloro che decidono di specializzarsi in grafica e addirittura del 100% per chi frequenta il corso in programmazione.

SE LE MATERIE, ai più, possono apparire ostiche, nessun problema. «Moltissimi dei nostri studenti vengono dal liceo classico» spiegano all’Accademia, specificando che non vi sono requisiti particolari per iscriversi ai corsi perché le classi partono da zero e le nozioni fondamentali verranno trattate a lezione. Con l’aiuto dei docenti, gli oltre 300 studenti l’anno, vengono poi indirizzati verso il percorso a loro più congeniale e divisi nei tre grandi settori essenziali a dar vita a un videogioco. Si parte dalla Grafica, dove le tecniche della pittura e della scultura digitale si fondono per dar vita a personaggi epici e ambientazioni leggendarie. Il compito del grafico è, infatti, quello di realizzare gli asset 2D e 3D per il videogioco. Competenze che aprono la strada a diverse carriere fra cui 2D/3D Artist, Render artist e Digital sculpter.

VI È POI il grande settore della programmazione, vero cervello del videogioco, che mira a fornire allo studente un quadro completo delle tecnologie dell’industria del game development. Il programmatore specializzato nello sviluppo di videogiochi deve, infatti, essere in grado di rendere possibile il corretto funzionamento di tutti gli aspetti tecnici e interattivi del game. Il cuore del processo è, infine, rappresentato dal nuovo corso di Game design, che rappresenta, se vogliamo, l’aspetto più poetico e completo della creazione di un videogioco. Dotato di conoscenze tecnico-artistiche, una propensione al pensiero critico, doti di team working e creatività, il game designer è colui che dà vita all’idea iniziale, al concept del gioco, assicurandosi che venga creato un prodotto di intrattenimento accattivante e di alta qualità, capace di interagire a livello emozionale e psicologico con i giocatori.


Gli avvocati che fecero l’impresa
«Nella giungla delle leggi italiane
prendiamo le aziende per mano»

Luigi Manfredi

C’È GIÀ chi parla di «industria della consulenza legale rivolta alle imprese» per definire uno specifico ramo dell’attività forense che, negli ultimi 15 anni, si è ritagliato uno spazio significativo, raggiungendo volumi d’affari importanti. Con una novità: negli studi legali, dall’individualismo si passa a logiche societarie, le cosiddette law firm, che impiegano oltre 20mila avvocati italiani. «Il singolo professionista in Italia non scomparirà, ma se resta solo rischia di rimanere fuori dal mondo delle imprese. La nostra professione sta cambiando radicalmente », spiega Antonello Martinez, fondatore dello studio Martinez & Novebaci e presidente dell’Associazione italiana avvocati d’impresa.

Avvocato, in cosa si distingue la vostra attività professionale?

«Spesso si confondono gli avvocati d’impresa con quelli d’affari. È sbagliato. L’avvocato d’impresa svolge tutta l’attività giudiziale in tribunale e fornisce un supporto globale agli imprenditori. Quello d’affari è un battitore libero che assiste l’impresa nel singolo affare».

C’è necessità di studi legali strutturati come vere società?

«All’impresa dobbiamo offrire un’assistenza a 360 gradi, che affronti tutti gli aspetti di quel determinato affare. Al mio interno devo quindi avere una competenza civile, penale, fiscale, amministrativa. Lei pensi alla complessità di operazioni quali acquisizioni, fusioni, integrazioni. E pensi anche che in Italia ci sono 280mila leggi contro le 3.500 inglesi o le 4.500 americane. Come fa un solo professionista ad essere aggiornato su tutto? Dove c’è impresa non può esserci il singolo specialista».

Le imprese. Qual è secondo lei la sfida cruciale?

«L’internazionalizzazione. Le nostre aziende – la cui eccellenza è riconosciuta nel mondo – devono affrontare rispetto a quelle estere costi più alti e una burocrazia soffocante: ecco perché non ci può essere solo un percorso domestico».

Le imprese italiane sono pronte?

«I risultati sono eccellenti, ma c’è da fare. I nostri imprenditori hanno a volte una scarsa conoscenza del territorio e delle lingue straniere. Il nostro sistema scolastico è obsoleto, si cominci a lavorare da lì. Ma badi bene, gli imprenditori sono la spina dorsale dell’Italia».

L’avvocato d’impresa come affianca l’industriale?

«Valutiamo la contrattualistica, le leggi. Creiamo i contatti giusti con interlocutori seri. Prendiamo per mano l’imprenditore costruendo un ponte tra lui e il territorio. Evitando le trappole micidiali che sono disseminate».

D’attualità è l’interesse dei grandi fondi di investimento per le nostre aziende…

«Quasi quotidianamente fondi internazionali chiedono di acquisire aziende italiane. Abbiamo fatto almeno 6 grosse operazioni di questo tipo. Il nostro compito è quello di un’approfondita due diligence. Di verificare, ad esempio, se c’è un know how replicabile».

Un altro tema scottante è la tutela del copyright all’estero.

«I nostri prodotti sono copiati in maniera dissennata, servono un’attenzione maggiore da parte dello Stato ma anche una maggior capacità di aggregazione».

Parlavamo di scuola. Lei è molto critico sul percorso di accesso alla professione. Cosa non va?

«I nostri ragazzi sono fortemente penalizzati rispetto a inglesi e americani. Da noi arrivano ad esercitare non prima dei 27 o 28 anni, almeno 4 dopo i loro colleghi. L’università poi fornisce una preparazione solamente teorica. In studio arrivano praticanti che non hanno mai redatto un atto. E l’esame non è altro che un’abilitazione teorica (e non un concorso) che arriva dopo due anni di praticantato. Poi metterei l’obbligo della conoscenza delle lingue estere».

Diritto & rovescio di LUCA FAILLA*
LE CHIUSURE DI DOMENICA NON DANNO LA FELICITÀ

COME era da immaginare, alla fine delle vacanze ed in vista della prossima Legge di Bilancio, il Governo ha annunciato una nuova misura connotata, come già avvenuto con il Decreto dignità, da forte impatto mediatico: la revisione della disciplina di liberalizzazione nelle aperture domenicali e festive dei negozi – che coinvolge commercio al dettaglio e gdo – introdotta alla fine del 2011. La misura preannunciata tocca temi che sono cresciuti di importanza, con impatti sociali sensibili, richiamando, da un lato, l’intenzione di tutelare il commercio al dettaglio – in difficoltà da anni, ma che difficilmente riceverà un nuovo slancio dalla chiusura domenicale della gdo – e, dall’altro, l’attenzione alle famiglie e al riposo, la felicità non necessariamente legata all’acquisto di beni quanto anche alla cura degli interessi religiosi. Ma siamo sicuri che deriveranno dei vantaggi dal ripristino delle chiusure domenicali? È lecito dubitarne. Innanzitutto, se vogliamo guardare a fondo, in Europa siamo in buona compagnia, infatti in molti Paesi europei è presente una liberalizzazione analoga alla nostra che, tra l’altro, ha impatti positivi sull’occupazione (Dati Cgia). Forme di flessibilità organizzativa domenicale, a macchia di leopardo, erano già presenti prima della legislazione del 2011, in base a disposizioni regionali e a discrezione dei Sindaci e funzionavano soprattutto nelle grandi città e nelle località turistiche.

INFINE, l’apertura domenicale e festiva è oggi subordinata a turnazioni, che garantiscono i riposi dovuti per legge ai lavoratori impiegati, determinando tra l’altro l’applicazione di importanti maggiorazioni retributive, come previsto nella maggior parte degli accordi sindacali di II° livello, maggiorazioni su cui i lavoratori interessati fondano una parte importante delle proprie entrate e che, in ipotesi di chiusura, verranno comunque meno. La previsione di una drastica revisione della liberalizzazione attualmente in atto – anche a voler ignorare le esigenze dei molti italiani che, per ragioni di tempo, sono soliti sfruttare proprio la domenica per gli acquisti e che andranno invece ad incrementare le vendite on line – potrebbe avere effetti negativi sia sul piano economico sia su quello dell’occupazione, non potendosi escludere tagli di personale (già stimati secondo alcuni in diverse migliaia di persone) legati a un possibile calo delle vendite. Il tutto, se andrà cosi, con scarso impatto sul senso di felicità e soddisfazione degli italiani.

* Giuslavorista, avvocato e co-founder LabLaw

Di |2018-10-02T09:24:18+00:0017/09/2018|Lavoro|