OBIETTIVO LAVORO

Poste, giovani consulenti cercansi

MILANO

POSTE ITALIANE è a caccia di consulenti finanziari da inserire nei propri uffici in tutta Italia. L’annuncio è stato pubblicato nei giorni scorsi dal colosso delle spedizioni, che seleziona giovani da inserire nel proprio organico. L’inquadramento proposto è infatti un contratto di apprendistato della durata di 36 mesi, riservato solitamente a chi ha meno di 30 anni. Possono infatti partecipare alla selezione soltanto i laureati in discipline economiche (con titoli come Economia e commercio, Economia aziendale, Economia istituzioni e mercati finanziari, Scienze bancarie ed assicurative, Economia degli intermediari finanziari e Scienze statistiche) con votazione finale alta, e precisamente non inferiore a 102/110.

TRA LE CONOSCENZE PROFESSIONALI richieste dall’azienda guidata da Mattia Del Fante spiccano l’ottima conoscenza degli strumenti di Office Automation e le cosiddette ‘doti commerciali’, il forte orientamento al cliente e il dinamismo. Le risorse andranno a promuovere i prodotti finanziari e assicurativi collocati da Poste Italiane negli uffici del gruppo italiano.

C’È TEMPO FINO AL 30 GIUGNO per presentare la propria candidatura: il percorso si fa tutto online, dal sito di Poste Italiane, da dove è possibile spedire il curriculum vitae aggiornato (il link è
www.posteitaliane.it/it/lavora-con-noi.html).


La startup che riunisce i team perfetti
«Il lavoro è una questione di relazioni:
un clima migliore aumenta l’efficienza»

Andrea Bonzi
MILANO

«UNDICI MARADONA in campo non assicurano la vittoria». È il principio su cui si basa l’idea di Eggup, startup che è in grado di quantificare la capacità di lavorare in gruppo di singoli e team, misurando le cosiddette soft skill dei componenti. Perché non sempre «il miglior ingegnere elettrico è quello più adatto a far parte di un gruppo – spiegano il ceo Cristian De Mitri e Nicola Comelli, che si occupa della comunicazione–. Grazie al nostro software noi possiamo fare un’analisi e indicare all’azienda come muoversi per migliorare il rendimento». Eggup ha appena concluso un round di crowdfunding da ben 225mila euro in una settimana (l’obiettivo era 100mila).

Come vi è venuta l’idea di Eggup?

«Prima di questa avventura, facevamo consulenza in campi diversi nel mondo IT: nelle grandi realtà in cui lavoravamo si formavano team di consulenza provenienti da aziende esterne, anche blasonate. Nonostante fossero persone anche molto qualificate, alla fine il ‘gioco’ delle relazioni, la volontà di mettere il proprio ‘cappello’ ai progetti, impedivano di raggiungere gli obiettivi prefissati nei tempi previsti. Ci siamo interessati così allo studio delle relazioni e delle soft skill».

Cosa sono le soft skill?

«Sono i tratti della personalità: ciascuno di noi ha delle determinate caratteristiche, una capacità intrinseca di confrontarsi con i problemi, rispettare le scadenze, eccetera. E questo è fondamentale per il lavoro che è una dimensione sociale ancora prima che una questione di business: solo se ci si integra si può dare il meglio di sé. Noi siamo in grado di dare un valore, da 1 a 100, al livello di coesione di un team. Magari se 5-6 persone non si trovano bene all’interno di un comparto o un ufficio, si possono spostare in gruppi più coesi, e l’efficienza ne trae beneficio».

Ma esattamente cosa fa Eggup?

«Innanzitutto possiamo tracciare un profilo individuale per ogni dipendente di un’azienda, andando a evidenziare le caratteristiche più utili all’ambiente lavorativo. Sono dati utilissimi per gli HR analyst (gli specialisti del personale, ndr), si tratta di dati oggettivi e misurati. Il nostro software fotografa i punti di forza e le debolezze dei lavoratori, dunque l’azienda può decidere di avviare un percorso di formazione mirata o inserire una nuova leva che supplisca alle carenze di un gruppo».

Dividete un po’ fra buoni e cattivi?

«Non c’è per forza una persona migliore o peggiore, ma ci sono individui che si relazionano peggio agli altri colleghi del team. Anzi, crediamo sia un modo per migliorare l’efficienza e il clima all’interno di un’azienda: visto che dobbiamo stare in ufficio tante ore, proviamo a rendere migliore queste lunghissime giornate».

Come raccogliete i dati?

«Ci sono dei questionari da compilare altamente personalizzabili dal cliente: tramite le risposte vengono delineate le proprie competenze personali, i comportamenti, le attitudini e gli interessi del lavoratore: così sarà più facile esprimere tutto il potenziale dei singoli. Si tratta di centinaia di caratteristiche misurabili, che possono tornare utili anche in caso di fusioni o per fare i piani di sviluppo, visto che si capisce cosa manca e dove intervenire».

A chi vi rivolgete?

«In primo luogo alle agenzie che fanno intermediazione e reclutamento e alle società che organizzano corsi di formazione, come Randstad e Synergie. Poi ci sono le aziende più strutturate, i reparti HR che possono snellire in maniera significativa le prime fasi di individuazione delle risorse cercate. Un grande risparmio di costi e di tempo».

Qual è l’ultima innovazione del vostro software?

«Nel corso dell’anno, abbiamo terminato lo sviluppo di alcune interfacce API, che permettono ai produttori di software di poter integrare direttamente le nostre soluzioni. Diventiamo una sorta di plug in per questi software gestionali, uno strumento utilissimo quando bisogna scremare centinaia e migliaia di curriculum arrivati con un clic».

SONDAGGIO MONSTER.IT
I rectuiter valutano i candidati anche tramite i social. Per 6 intervistati su 10 fanno bene: «È il loro lavoro»

MILANO

PUÒ UN RECRUITER permettersi di ficcare il naso negli affari ‘social’ di un candidato? Sì, dopotutto è il suo mestiere. La pensa così più della metà dei partecipanti al sondaggio pubblicato su Monster.it, la multinazionale del recruiting online, che ha chiesto ai suoi utenti un’opinione sul fatto che le imprese acquisiscano informazioni sui candidati anche attraverso i loro profili social. Di 1.252 partecipanti all’indagine più di uno su tre (il 30,99 % del totale, 388 voti), si è detto «assolutamente d’accordo» con questa pratica, ritenendola un modo per «conoscere al meglio un candidato». Si è detto «d’accordo» anche il 28,91% degli intervistati (362), ribadendo di essere «consapevole» che la propria immagine sui social può concorrere quanto un curriculum o una lettera di presentazione all’esito finale e di utilizzare questi strumenti in modo oculato, condividendo «informazioni che mi facciano guadagnare il rispetto del recruiter». Dunque, per quasi il 60% degli intervistati, lo ‘spionaggio’ delle imprese sui candidati non costituisce alcun problema. Anzi, la web reputation viene usata per accreditarsi verso i potenziali datori di lavoro. Di avviso opposto è invece il 28,51% dei votanti (357), «totalmente in disaccordo» con questa pratica, «che vìola la privacy». Infine, il restante 11,58%, pur essendo contrario, dubita «che i recruiter facciano delle analisi così approfondite». «Una sola opinione giusta non esiste – commenta Elisa Schiavon, marketing manager di Monster Italia -, esistono però i fatti. E i fatti dicono che le impreseutilizzano anche i social per avere un’idea più dettagliata dei candidati ncon cui entrano in contatto. Non tenerlo in considerazione sarebbe sbagliato».

Di |2018-10-02T09:24:27+00:0018/06/2018|Lavoro|