Cibi, veterinari, accessori:
la pet economy fa boom
E arriva lo smartphone
per connettere cani e gatti

Nicoletta Magnoni
ROMA

IN UN ROMANZO di Colette, una gatta catalizza e confonde a tal punto le emozioni di un uomo e una donna da incrinare il loro rapporto di coppia. La fantasia dell’anticonformista scrittrice francese non si era spinta così lontano dalla realtà se, oggi, gli animali domestici sono gli ‘umanizzati’ protagonisti di una fiorente economia che gira intorno a loro. La cosiddetta pet economy cresce a ritmi del 14% annuo e, secondo le stime, nel 2025 raggiungerà un valore di 178 miliardi di euro. Cibi, abbigliamento, giocattoli, cucce, lettiere, ‘badanti’, alberghi, veterinari, assicurazioni: cani e gatti vivono davvero quasi come esseri umani, disponendo addirittura di cellulari. La startup italiana Kippy, che ha esordito sul mercato nel 2014 con un localizzatore di quattrozampe, ha appena lanciato Evo, un vero e proprio pet smartphone. Questo device ipertecnologico controlla gli spostamenti degli animali, li monitora, invia messaggi con suggerimenti sulle attività più adatte momento per momento, e molto altro. Così, i proprietari sono sempre connessi con i loro amici senza parola. E sono tanti. Per le presenze di pet, l’Italia è seconda in Europa, con 7,3 milioni di gatti e 7 milioni di cani nel 38,8% delle abitazioni. Sono dieci volte tanto nell’intero Vecchio Continente e, secondo i dati Assalco-Zoomark 2019, circa 7 milioni l’anno vengono smarriti ogni anno, con il 18% che non viene più ritrovato. Da qui, il crescente interesse per il settore dei dispositivi tecnologici ‘animali’ che, complici anche i Millennials tutti hi-tech, toccherà un giro d’affari di 3,2 miliardi di euro entro cinque anni.

Simone Sangiorgi, co-fondatore e ad di Kippy con Marco Brunetti, quando nel 2014 è nata la vostra startup avete intercettato o intuito lo sviluppo della pet economy?

«Eravamo consulenti marketing e cercavamo mercati potenzialmente scalabili. Dalla scena di una mamma che aveva perso il bimbo in spiaggia è nata l’idea di testare una tecnologia di localizzazione per bambini e animali. Poi ci siamo accorti che la propensione all’acquisto era superiore per gli animali, con numeri che ci hanno sorpreso. Così ci siamo orientati sui pet, che in fondo sono, anche loro, i nostri bambini».

E così è finita l’era della preistorica targhetta al collo: con i primi dispositivi avete creato una sorta di recinto virtuale. Dove avete spinto la tecnologia con l’ultimo prodotto?

«Con Evo la localizzazione è al massimo livello perché ora utilizziamo la triangolazione delle celle telefoniche tra gps, wifi e bluetooth. È un tracciamento sopra il 94% in tempo reale che funziona più o meno come Google maps. In più, grazie a sensori nella scatolina che si aggancia al guinzaglio, tramite un algoritmo Evo comunica ai padroni che cosa sta facendo l’animale in un determinato momento, se è il caso che per esempio lo si porti a fare una passeggiata o quale dieta dovrebbe seguire in base all’attività svolta. E ancora, da remoto si può accendere una torcia che illumina l’animale se si è perso di notte, in modo da evitare che venga investito da un’auto. Il servizio di notifica funziona come un normale messaggio, ma abbaia se c’è una situazione di emergenza. Non c’è un prodotto così avanzato al mondo».

Al momento, quindi, avete un vantaggio competitivo. Quanto temete i concorrenti, che non sono pochi?

«Premesso che nessuno tranne noi ha realizzato un pet smartphone, non temiamo la concorrenza perché questo ambito della pet economy è ancora in costruzione e i concorrenti contribuiscono come noi a questa costruzione del mercato. Noi, però, investiamo molto su prodotti che si usano quotidianamente e che non si chiudono in un cassetto una volta comprati».

Oggi quali sono gli obiettivi di fatturato?

«Abbiamo chiuso il 2018 con 3,5 milioni e puntiamo al raddoppio nel 2020».

State raccogliendo denaro fresco per sviluppare la tecnologia. Qual è il prossimo traguardo avveniristico?

«Il percorso è lunghissimo, attraverso le nuove reti dell’Internet of things (IoT) che garantiscono alte coperture, consumano poca bateria e sono a basso costo. Poi abbiamo allo studio anche device medicali, ad esempio per l’elettrocardiogramma in continua o il monitoraggio cardio-respiratorio ».

Animali umanizzati?

«Sì, paradossalmente stiamo facendo più per gli animali che per l’uomo».

Ma lei ha un cucciolo che salta in casa?

«Io ho un gatto e il mio socio un enorme dobermann».

Uno a testa, un po’ pochino…

«Bastano. Gli animali sono tanti nel nostro team e testiamo i prodotti in tempo reale».