NAZZARENO GREGORI

«Rigore e merito, Credem è un modello
Pronti a crescere con altri. Senza fretta»

Davide Nitrosi
MILANO

PRENDETE I NUMERI: il Cet1 Ratio sei punti percentuali oltre il livello minimo assegnato dalla Bce per il 2018; l’Npl Ratio al 5,3% quando la media delle banche italiane è l’11,1%. Per tacere dei centomila clienti in più all’anno… Con questi numeri, in linea teorica, Credem potrebbe avere un rating superiore dell’Italia. Nazzareno Gregori, laurea in Matematica applicata, direttore generale dell’ultimo gioiello delle banche medie italiane, sgrana un sorriso. «Non è possibile, perché il rating dipende anche dal debito pubblico… Ma in effetti le agenzie fanno sempre questa premessa quando le incontriamo».

Perché non è stupito?

«Sicuramente le parole delle agenzie fanno piacere. Ma questi numeri sono legati al nostro modo di fare impresa, alla nostra storia, alla nostra cultura».

I fattori distintivi di Credem. Ce li sveli.

«Intanto una proprietà che considera la banca come impresa e che ha una visione di lungo termine. Non pretende risultati solo a breve, ma risultati eccellenti con continuità ».

Il risultato dell’equazione?

«Ci spinge a essere prudenti perché l’assunzione dei rischi eccessivi porta a guadagni nel breve ma genera problemi a lungo termine. L’approccio degli azionisti concede la tranquillità al management per fare le scelte senza l’ansia della trimestrale».

È un modello di gestione?

«È una divisione dei ruoli impeccabile. Gli azionisti partecipano a definire gli obiettivi, ma la gestione ordinaria viene lasciata al management. E questo spinge tutta la struttura a essere coerente con la mission: eccellenza nella creazione di valore nel tempo».

Ma è possibile crescere restando in una dimensione locale?

«Da almeno 30 anni siamo usciti dal nostro territorio, ci siamo allargati al sud. Abbiamo acquisito il Gruppo Euromobiliare a metà degli anni 90, cambiando nel tempo il modello di business, ma con linee guida ferme. Visione imprenditoriale, prudenza nel rischio».

Molto diversi dalle banche venete, pure loro legate al territorio…

«Per noi la differenza è il merito. Nell’affidamento ma anche nella selezione e valorizzazione del personale ».

Da anni garantite un dividendo agli azionisti: abituate male i soci…

«Abbiamo creato valore crescendo grazie alla nostra cultura. Poi, avere un cuscinetto di oltre sei punti rispetto agli obiettivi della Bce ci aiuta. Ma è giusto garantire un ritorno agli azionisti, per i quali conta molto anche avere una banca solida. Abbiamo un price/book value ai vertici delle banche commerciali. Vuol dire una solidità forte riconosciuta dal mercato».

Non sembrate una banca adatta per un fondo internazionale…

«Siamo adatti a un fondo internazionale paziente che vede in noi un valore che si crea nel tempo. Il nostro obiettivo resta quello di garantire una permanenza dei risultati ».

Come fate ad acquisire 100mila clienti all’anno?

«La solidità e la gestione impeccabile sono un valore. Sapere di avere i soldi in una banca solida, che continua a guadagnare, garantisce sicurezza. Poi abbiamo servizi a 360 gradi di qualità assoluta per la clientela: private, imprese, retail. E fabbriche prodotto che servono al meglio. Oggi per un’impresa la concessione di una linea di credito di Credem è come un bollino blu».

Non siete troppo selettivi?

«Siamo meritocratici. E questo spinge le imprese buone a migliorarsi. Con un approccio più meritocratico a livello generale la situazione delle imprese italiane sarebbe migliore. Ecco perché abbiamo l’Npl ratio così basso».

Vale anche per le famiglie?

«È necessario insegnare che se vuoi accendere un mutuo devi risparmiare. Prestare soldi può mettere in difficoltà un cliente. Essere meritocratici implica rigore, ma è un valore e fa stare più tranquilli tutti».

È per questo che Credem continua a restare sola in un contesto di fusioni? Si era parlato di contatti con Banca Desio, Carige, Creval…

«Il nostro modello di business e le nostre caratteristiche sarebbero meglio sfruttate se avessimo una dimensione maggiore. Se potessimo agire su una platea di clienti che fosse il doppio della nostra genereremmo più valore. Per noi quindi la dimensione è un fattore competitivo. Ma non siamo obbligati a crescere di dimensioni. Siamo aperti a valutare tutte le operazioni purché ci sia un valore industriale di lungo termine».

State valutando operazioni?

«Non abbiamo dossier sul tavolo ».

Desio?

«È un’ottima banca con una forte presenza in una regione ricca e con un suo piano di sviluppo autonomo. È chiaro che vorremmo crescere in aree dove c’è un pil pro capite che ci consenta di estrarre maggiore valore, ma, come ho detto, non abbiamo dossier sul tavolo al momento».

E se arrivasse una proposta da una banca più grande di voi?

«Le nostre scelte saranno sempre coerenti con il nostro modello. Non dobbiamo cambiare la nostra governance e la nostra cultura, i nostri parametri di rischio e la solidità. La crescita dimensionale ci potrà dare l’opportunità di sfruttare meglio le qualità delle nostre persone, ma noi non ci metteremo mai con un istituto più grande. Perché non potremmo pretendere di proseguire con la nostra cultura. Una istituzione che metta a rischio la nostra cultura non la prendiamo in considerazione. I nostri azionisti vogliono crescere mantenendo il nostro approccio».

Tuttavia non escludete un consolidamento. I tempi?

«Credem viene da 4 anni di crescita organica, è la conferma che possiamo crescere ancora per linee interne. Non abbiamo la sindrome dell’ultimo treno. Ma ci rendiamo conto che dobbiamo avere anche alternative. Penso che nel 2018 non si farà nulla. Ma con le spinte di Bce e Bankitalia verso il consolidamento, prenderemo in esame operazioni che possano accrescere la nostra dimensione in forma non organica».

Senza fretta?

«Sì, non avere urgenza ci consente di valutare con distacco tutte le operazioni che si presenteranno».

Di |2018-10-02T09:24:25+00:0006/07/2018|Primo piano|