MODELLO CREDEM

«Siamo una banca che assume
Abbiamo i maestri di mestiere per insegnare ai giovani»

REGGIO EMILIA

«UNA BANCA che produce reddito ed è solida, oltre a fare star tranquilli i dipendenti investe nel proprio futuro e nelle professionalità delle persone».

Gregori, questo significa formazione continua?

«Mediamente ogni persona in Credem fa più di 7 giorni di formazione all’anno. Poi abbiamo i maestri di mestiere, persone di una certa esperienza che insegnano ai giovani le cose apprese negli anni e quindi anche la cultura aziendale. A loro volta i giovani trasmettono la cultura digitale ai più anziani. È un circolo virtuoso».

Quanti curriculum ricevete all’anno?

«Ventimila circa. Siamo una banca che assume. E per il primo colloquio stiamo sperimentando Skype. Ci permette anche di tracciare un’altra attitudine dei candidati: la capacità di usare tecnologie oggi necessarie anche per tenere i rapporti con i clienti. Uniamo la natura digitale e quella umana. Ad esempio abbiamo mille persone che lavorano in remote working. Stanno meglio, perché, se hanno bisogno, lavorano da casa, ma al tempo stesso imparano a gestire a distanza un cliente».

C’è una valutazione meritocratica del dipendente anche se lavora da remoto quindi?

«La meritocrazia è il nostro valore. Abbiamo una scheda di valutazione e a tutte le persone vengono assegnati obiettivi negoziati, in base alle capacità e alle possibilità che si valutano insieme. Poi dopo un anno si fa un colloquio di valutazione e si guardano i risultati. Raggiungere l’obiettivo spinge le persone a misurarsi ma anche a segnalare i problemi quando appaiono. Tutto questo migliora la reattività dell’azienda».

Oggi i sindacati temono l’ingresso massiccio della tecnologia, qual è la vostra posizione?

«La digitalizzazione è interessante e va certamente perseguita ma non garantisce lo stesso livello di fiducia che si trova nel rapporto diretto con la persona. Anzi, c’è il rischio che al primo problema si perda la fiducia nel canale digitale. Noi investiamo nel digitale ma contemporaneamente vogliamo valorizzare il fattore umano».

La svolta digitale però è inevitabile.

«Sì, deve essere prioritaria e per questo bisogna investire anche per prevenire il cybercrime che è un rischio reale e destinato ad essere sempre più rilevante nel futuro (i cui effetti se non si interviene in modo cooperativo sono simili alle epidemie di peste del ’600). Bisogna proteggersi insieme, soprattutto nelle banche. Siamo porte d’accesso: il rischio deve essere valutato e occorrono investimenti. Noi prevediamo di investire 140 milioni in tecnologia nei prossimi 3 anni, anche per fare attenzione alla prevenzione».

Davide Nitrosi

Di | 2018-07-06T10:44:51+00:00 06/07/2018|Primo piano|