MICHELE BAULI

Dolci per tutti i mercati, non solo a Natale
Il re del pandoro guarda a oriente
«Gli indiani adorano i nostri croissant»

Giuliano Molossi
CASTEL D’AZZANO (Verona)

«La storia di questa azienda nasce da un naufragio, quello che fece mio nonno Ruggero nel 1927, nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste del Brasile». Michele Bauli, 49 anni, presidente esecutivo di Bauli Spa e presidente di Confindustria Verona, comincia da qui per raccontare questa straordinaria avventura imprenditoriale: novantun anni dopo l’affondamento del Principessa Mafalda, la nave carica di emigranti italiani che andavano in Sudamerica in cerca di fortuna, la Bauli è leader di mercato, con ampio vantaggio sugli inseguitori, di pandori, panettoni e colombe, ha un fatturato di 477 milioni (nel 2000 erano 170), dà lavoro a 1500 persone, è uno dei brand più riconoscibili dell’industria alimentare italiana.

«PENSI che mio nonno non sapeva neanche nuotare ma miracolosamente si salvò, a Buenos Aires diventò un bravo pasticciere e poi tornò a casa, aprì un laboratorio e negli anni ’50 iniziò la produzione industriale. Da allora la ricetta del Pandoro è sempre quella, la pasta lievitata è soffice come allora, la fragranza e il gusto non sono cambiati nemmeno oggi che ne produciamo più di otto milioni, l’attenzione alla qualità è la stessa di allora»

Il pandoro è sempre il re della vostra produzione?

«Sì, siamo nati col pandoro che una volta era solo un dolce veronese. Il merito dei fratelli Bauli dagli anni Sessanta in poi è stato quello di far diventare un dolce veronese un dolce nazionale. Tra l’altro è un dolce molto complicato: per fare un pandoro ci vogliono più 40 ore perché sono lunghissime le fermentazioni dei lieviti che ci sono negli impasti che poi danno quel sapore, quella morbidezza, quel profumo al prodotto. Noi diciamo sempre che il pandoro e il panettone stanno al pane come lo champagne sta al vino».

Dovete la vostra fama soprattutto al pandoro ma oggi Bauli non è solo pandoro…

«Sì, una quindicina di anni fa abbiamo deciso di diversificare, di non limitarci cioè ai prodotti da forno per ricorrenza».

E avete puntato sulle acquisizioni…

«Esattamente. Le più importanti sono state nel 2006 Doria, nel 2009 Motta e Alemagna dalla Nestlè, nel 2013 Bistefani. E quindi abbiamo cominciato a produrre brioche, torte, merendine, biscotti, cracker».

Quali sono le quote di mercato dei prodotti Bauli?

«Quella dei dolci natalizi, con il pandoro e il panettone, sfiora il 40 per cento».

In Italia siete forti. Ma all’estero?

«Il nostro processo di internazionalizzazione è cominciato l’anno scorso in India, dove vicino a Bombay abbiamo aperto una fabbrica di croissant. Abbiamo fatto un investimento iniziale da 34 milioni di euro, ma contiamo di farne altri in futuro. Le cose stanno andando bene, siamo soddisfatti ».

Agli indiani piacciono le brioches?

«Molto. Bisogna adeguarsi un po’ ai loro gusti e quindi, ad esempio, invece della marmellata di ciliegie usare quella di mango, e così via. E’ un mercato molto difficile dal punto di vista distributivo, ma è un mercato molto promettente, se si considera che sono un miliardo e 300 milioni di persone ».

E più vicino a noi, in Europa?

«Esportiamo sempre in ogni parte del mondo, in Europa come in America i pandori e i panettoni per i tanti italiani che vivono e lavorano all’estero che amano avere i dolci di casa sulle loro tavole ».

E’ difficile riuscire a vendere pandori e panettoni fuori dalle festività?

«All’estero è più semplice, in Italia si fa fatica a vendere il panettone a Ferragosto, qualcuno ci ha anche provato, magari si riuscisse…. ».

In che modo lo sviluppo tecnologico ha influito sulla lavorazione dei vostri prodotti?

«Per fare un pandoro la ricetta è quella, i tempi, gli ingredienti sono quelli, non si sgarra. In pasticceria bisogna essere precisi, rigorosi. Con la tecnologia riusciamo ad avere più sicurezza sul prodotto, più controllo su tutta la filiera, dai fornitori alla produzione».

Come vi adattate ai cambiamenti dei gusti? Alle nuove abitudini alimentari?

«Le abitudini sono molto cambiate. E’ aumentata molto l’attenzione alla qualità del prodotto ma questo è un bene, si è alzata l’asticella per tutti, ma chi, come noi, fa prodotti buoni e sicuri ne ha solo un vantaggio. Abbiamo successo perché i consumatori apprezzano la bontà dei nostri prodotti, ma indubbiamente alcuni spot particolarmente azzeccati, ci hanno fatto crescere, ci hanno dato notorietà. Il nostro indice di riconoscibilità è altissimo. Novantasette italiani su cento ci conoscono, sanno chi siamo e cosa facciamo ».

Di |2018-12-24T11:30:30+00:0024/12/2018|Imprese|