MAURIZIO DE CICCO

«Roche Italia cresce più del Pil
Ogni anno 40 milioni per la ricerca»

Giuliano Molossi
MONZA

E’LA PIÙ grande azienda di biotecnologie al mondo, ha 88 mila dipendenti, i suoi prodotti sono presenti in 150 Paesi. Roche è un colosso del settore farmaceutico e la filiale italiana da 122 anni è una delle sue punte di diamante. La guida un uomo, Maurizio De Cicco, 61 anni, romano, vicepresidente di Farmindustria, che ha fatto tutta la carriera in Roche dove è stato assunto nel lontano ’82. Da 14 anni è amministratore delegato dell’azienda. Un’azienda che continua a dargli molte soddisfazioni.

De Cicco, esattamente un anno fa lei disse che il 2018 si preannunciava per Roche Italia all’insegna delle novità con lanci di farmaci innovativi in tutte le aree terapeutiche in cui opera, oncologia, neuroscienze ed emofilia e che sarebbe stato un anno entusiasmante. E’ andata così? Le sue previsioni sono state rispettate?

«Roche ha raggiunto ancora una volta i suoi obbiettivi. Roche ha la fortuna di avere una pipeline unica, eccezionale, estremamente diversificata ».

Il settore principale?

«Il pilastro più importante rimane l’oncologia con il 55 per cento del fatturato, ma ci sono altre aree terapeutiche molto importanti per noi, quella delle neuroscienze (sulla sclerosi multipla abbiamo varato un farmaco assolutamente innovativo) e quella dell’emofilia (e anche in questo caso abbiamo ottenuto il via libera per un farmaco che è stato definito rivoluzionario dai medici e dagli stessi pazienti)».

Il mercato è molto competitivo. Cosa vi distingue dai principali competitor?

«L’alto grado di innovazione. Noi riteniamo di essere l’azienda più innovativa. Ogni anno il 21 per cento del fatturato (a livello di casa madre) viene reinvestito in ricerca. Il rapporto fra fatturato e ciò che viene investito è il terzo di tutte le aziende del mondo, non solo quelle farmaceutiche, e come si può ben immaginare è un investimento molto rischioso perché non sempre la ricerca si conclude con un successo».

Roche Italia quanto investe ogni anno in ricerca e sviluppo?

«Oltre 40 milioni di euro. E’ il mio fiore all’occhiello. E comprende gli investimenti che facciamo sulle malattie rare, un grosso focus di Roche oggi è proprio su questo».

Nell’ultima edizione del premio Roche per la ricerca sette premiati su otto erano donne. Significa che in Italia la ricerca è al femminile?

«Ci sono sicuramente più donne che uomini. In oncologia, ad esempio. Ci sono tanti bravi giovani ricercatori che hanno contratti che sono a termine. E questo è un vero peccato perché rischiamo di perderli. C’è la necessità di inserire e stabilizzare delle forze nuove. Col nuovo governo abbiamo perso un po’ di flessibilità. Occorrerebbe maggiore flessibilità perché al giorno d’oggi i giovani si guardano intorno a livello internazionale e si trasferiscono all’estero con grande facilità».

Come vanno i rapporti col nuovo governo?

«L’anno scorso l’Italia è diventata il primo Paese europeo, superando la Germania, in termini di export di produzione farmaceutica. Il settore farmaceutico è uno di quelli che ha trainato la crescita italiana e il nostro Pil. Noi continuiamo anche per l’ultimo trimestre 2018 a crescere più del Pil ma abbiamo visto una frenata. E auspichiamo che non ci sia nessun altro freno a inibire questa crescita ».

Che cosa ha pesato?

«Certamente l’incertezza che esiste non aiuta. Intravvediamo all’orizzonte nuvole grigie, ci aspettiamo al più presto un confronto affinché sia definita chiaramente la governance del settore farmaceutico».

Ci sono i farmacisti sul piede di guerra…

«Non solo loro, sono tanti i fronti aperti».

La rivoluzione digitale ha cambiato il nostro modo di vivere. Ha cambiato anche il vostro modo di curarci? E come?

«La digitalizzazione impatta sulle cure in modo importante. La popolazione italiana invecchia, molti ospedali chiudono e abbiamo sempre meno medici. Si sta andando incontro a un nuovo scenario. I pazienti sempre più anziani potranno essere seguiti attraverso le tecniche in remoto, i malati di cuore, quelli col diabete, ma anche i malati di Alzheimer e questa è la patologia sulla quale Roche continua a investire moltissimo e il bisogno di farmaci è enorme. Attraverso attività digitali poi si studiano cure su misura per il paziente, per dargli il farmaco ideale ai suoi bisogni. Col digitale vengono monitorati ad esempio i malati di Parkinson, attraverso esercizi che il paziente fa si controlla se i farmaci funzionano, se va cambiato il dosaggio. E lo stesso per la sclerosi multipla».

Qual è il futuro della medicina?

«La grande frontiera di Roche è quella della personalizzazione delle cure. I tumori, ad esempio, si curano per organi, il tumore al colon, quello al rene, o al seno. Si è capito però che le forme tumorali, soprattutto quelle più difficili, nascono come modificazione del genoma e ciò comporta la necessità che vengano trattate con dei farmaci che potrebbero non essere stati studiati per quell’organo ma che guarda caso funzionano su quella modifica genomica. Questo cambia completamente il concetto dell’oncologia tradizionale e noi abbiamo acquisito un’azienda americana, la «Foundation Medicine », che è in grado di decodificare oltre 350 modificazioni genomiche».

Ci saranno ancora malattie incurabili?

«In oncologia sono stati fatti progressi enormi, ma oggi purtroppo di malattie incurabili ce ne sono ancora tante».

Di |2019-02-04T11:32:01+00:0004/02/2019|Primo piano|