Mare e territorio

Giampieri, la strategia dei 6 porti
«Crediamo nella blue economy
per il futuro della costa adriatica»

Maria Gloria Frattagli

ANCONA

NON può essere guidato da vecchi schemi economici e non può contare solo sulle forze dei traffici commerciali e turistici. Gli scali portuali dopo anni trascorsi a essere ‘repubbliche’ di se stessi, sono parte fondamentale delle città. E Rodolfo Giampieri, presidente della nuova Autorità di sistema portuale del mare Adriatico centrale a poche settimane dal suo insediamento ha lanciato un input ben preciso: «Dobbiamo collaborare conle Amministrazioni».

Presidente, un tempo i porti facevano il bello e il cattivo tempo delle città, ora si ritrovano a chiedere collaborazione. Cosa è cambiato?

«Le ragioni di questa nuova necessità sono tutte nella riforma della portualità che ha l’obiettivo di mettere nella prima pagina dell’interesse economico di un territorio la risorsa mare. In quest’ottica è chiaro che anche il ruolo delle Autorità si va modificando. Sono molto più imprese di un tempo e diventano fondamentali nella ripresa di territori fortemente colpiti dalla crisi».

Ancona, Pesaro, Falconara, San Benedetto, Pescara e Ortona, sei porti con caratteristiche spesso diverse da loro e territori che hanno cercato di accaparrarsi la leadership. Difficile metterle d’accordo su una strategia unitaria?

«L’elemento di competizione è unico, c’è una semplificazione negli iter autorizzativi e i campanilismi vanno superati. Per rendere l’idea stiamo lavorando sodo per risolvere un problema sul porto di Pesaro, che porta con sè un grande investimento privato, accorciando tempi che sarebbero stati molto più lunghi.In altri tempi ci sarebbe voluto almeno un anno. I vecchi comitati portuali erano composti da 27-28 persone mentre oggi c’è una spartizione di ruoli che è chiara: tra pubblico e privato non c’è più commistione di decisioni». Tutti dovranno fare la loro parte…

«Tutti dovranno contribuire alla strategia comune che porterà crescita dei territori stessi e crescita dell’occupazione».

Ma i porti come fanno a integrarsi con le città se spesso si sono creati un loro territorio invalicabile? «Innanzitutto c’è bisogno di infrastrutture. Devono essere raggiungibili, devono avere una viabilità scorrevole e puntare su investimenti che abbiano mercati di riferimento. Dobbiamo poi creare delle infostrutture utili».

Cosa sono le infostrutture?

«Se sta pensando all’informatizzazione che brucerà posti di lavoro si sbaglia. In una portualità contemporanea c’è bisogno di comunicare velocemente, di attrarre con altrettanta celerità, di mostrarsi, di sponsorizzare il territorio sul quale il porto si trova. Quindi ripercorrere la storia, scoprire tutte le parti che riportano al passato e consentire, laddove possibile, che il porto diventi anche occasione di passeggio».

A proposito di infrastrutture, c’è molto da fare non solo su gomma, ma anche su rotaia…

«Lo sviluppo dell’intermodalità è un punto fermo. Il prossimo anno qui ad Ancona arriveranno i binari fino alla banchina e abbiamo avviato un ascolto a tutto campo delle persone nel mio caso rappresentate da Legambiente e Italia Nostra».

Lei ora governa 215 chilometri di costa. Qual è la sua impressione?

«Che questi 215 chilometri siano un’unica banchina, che lavoriamo insieme, che crediamo nella blue economy e che l’obiettivo è creare nuovi posti di lavoro».

C’è un ritorno della cantieristica e a dirlo sono i numeri. Anche nel suo territorio è così? «Assolutamente sì. La qualità premia e molte aziende stanno tornando sui loro passi rispetto a delocalizzazioni che sembravano miracolose».

Di | 2018-05-14T13:14:52+00:00 01/03/2017|Focus Logistica|